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Offese anonime sui social: come trovare il colpevole

12 Novembre 2018


Offese anonime sui social: come trovare il colpevole

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Novembre 2018



Diffamazione online: se Facebook e soci non forniscono l’indirizzo IP del colpevole il giudice non può archiviare il procedimento penale ma deve proseguire le indagini per verificare se si può risalire, in altro modo, al responsabile del post offensivo.

Quando si subisce una diffamazione su Facebook o su qualsiasi altro social network il primo passo è recarsi al più presto alla polizia postale, possibilmente con una stampa della pagina incriminata, per presentare la querela. Le frasi ingiuriose e diffamatorie sono quelle espresse in un post o in un commento ad un post altrui, anche se in una bacheca privata e “chiusa” agli estranei. Non vi rientrano invece le frasi espresse nelle chat private a meno che, alle stesse, vi partecipino almeno due persone. Una volta presentata la querela, bisogna aspettare che la polizia postale invii il fascicolo in tribunale e, da lì, un pm autorizzi gli agenti ad effettuare le indagini. Indagini che saranno più complesse se l’autore dell’offesa ha utilizzato un profilo anonimo. Salvo infatti che questi sia identificabile in altro modo (cosa possibile quando, ad esempio, il nome del profilo è solo un nickname, uno pseudonimo a tutti noto), ci sarà bisogno della collaborazione dei gestori del social network. E qui le difficoltà: questi ultimi, oltre a risiedere sempre in uno Stato estero (di norma gli Usa), sono restii a fornire le generalità dei propri iscritti. In questi casi come trovare il colpevole delle offese anonime sui social? A spiegarlo è una recente sentenza della Cassazione [1] la quale tenta proprio di offrire una soluzione alla riluttanza delle piattaforme alla collaborazione nell’identificazione del responsabile del reato.

Di tanto parleremo qui di seguito. Spiegheremo cioè come difendersi dai post offensivi su Facebook o dall’ingiuria online ovunque espressa (anche in un commento a una pagina internet di un giornale, di un blog o di qualsiasi altra pubblicazione). 

Che la diffamazione online si paghi cara e amara è un dato di fatto: la Cassazione ha infatti spiegato che l’offesa sul web è da considerarsi “aggravata”. In termini pratici significa che la pena è più grave rispetto a quella prevista per una condotta “normale”, posta cioè in qualsiasi altra circostanza (ad esempio in una piazza o in una riunione). Internet viene equiparato al pari di un giornale: costituisce infatti un mezzo di divulgazione rapido ed esplosivo sicché il danno per l’offeso è più ingente. Ecco perché è stata prevista l’apposita aggravante dell’uso del mezzo di “pubblicità”. 

Detto ciò, vediamo ora come individuare il colpevole delle offese sui social se questo è rimasto anonimo.

Individuazione degli indirizzi IP

Il pm, ricevuta la querela dalla polizia postale cui la vittima si è rivolta, autorizza le autorità ad effettuare le indagini per la ricerca del colpevole. Si parte dall’individuazione dell’indirizzo IP, il numero di protocollo internet che ha la connessione con cui è stato commesso il reato. L’IP è una sorta di targa collegata a ogni accesso alla rete. 

Il pubblico ministero emette un decreto con cui autorizza la polizia postale ad acquisire l’indirizzo IP del colpevole al pari di come si fa con i tabulati telefonici [2].

Potrebbe però succedere che, alla richiesta di fornire l’indirizzo IP, i gestori del social network non rispondano o rifiutino di collaborare sostenendo che la condotta non è prevista, dalla loro legge, come reato e che, pertanto, è necessario tutelare la privacy dell’iscritto. 

L’avvio della rogatoria

I dati conservati dal social network (i cosiddetti “file log” o i file contenuti nel server) contengono una sorta di cronologia dell’utilizzo della piattaforma; solo questi pertanto sono in grado di risalire all’identità del colpevole della diffamazione. Tuttavia è necessario formalizzare la richiesta di esibizione a Facebook, Twitter o agli altri social. Per fare questo è necessario ricorrere alla cosiddetta rogatoria. Viene attivata dal pm o dal giudice e poi è inoltrata al Ministero della Giustizia. Quest’ultimo, se ritiene la richiesta giustificata, la trasmette entro 30 giorni, per via diplomatica, all’autorità straniera. 

Come abbiamo anticipato, però, la rogatoria viene spesso respinta dallo Stato straniero (che non ha alcun obbligo giuridico di rispondere). Le motivazioni possono essere varie ma la più frequente è perché il fatto per il quale si procede penalmente non costituisce reato nel Paese ove ha sede il social, ma solo un illecito civile. È proprio il caso della diffamazione che, negli Stati Uniti, non è punita penalmente. 

Questo ostacolo, unito alla complessità della procedura, hanno scoraggiato le autorità dal ricorrere a tale tipo di autorizzazione per punire la diffamazione online. La maggior parte dei procedimenti per diffamazione i cui autori si celano dietro un nickname si concludono quindi con delle archiviazioni.

La prosecuzione delle indagini

L’impossibilità di risalire a un indirizzo IP però non deve scoraggiare le autorità che potrebbero ugualmente identificare il colpevole da altri elementi [3] come ad esempio: provenienza del post diffamatorio da un profilo che riporta uno pseudonimo noto; la natura dell’argomento di discussione e legami con la vittima; assenza di una denuncia di furto di identità del profilo da parte del presunto autore. Gli indizi però devono essere gravi, precisi e concordanti.

A tal fine la vittima del reato può farsi assistere da un avvocato che faccia, in proprio, delle indagini difensive [4], anticipando quelle che potrebbe fare il pm o sollecitandone la direzione. Ad esempio è possibile incaricare un consulente informatico che sia in grado di raccogliere elementi decisivi ai fini della prova come la marcatura temporale del post e l’Id dell’utente che rappresenta un numero identificativo associato a quel profilo. Abbiamo già spiegato come si esegue questa operazione con una ricerca assai semplice; leggi a riguardo Molestie su Facebook: ecco come scoprire e denunciare i profili falsi.

L’archiviazione per le offese sui social deve essere sempre motivata

La novità è che, a detta della Cassazione, da oggi in poi il giudice non potrà più archiviare il procedimento penale, avviato contro l’autore di un post diffamatorio, richiamandosi solo al diniego di collaborazione da parte dei gestori della piattaforma. In altri termini, se Facebook e soci si rifiutano di indicare l’indirizzo IP del colpevole, le indagini devono ugualmente proseguire. Il magistrato deve quindi approfondire la vicenda verificando se vi sono ulteriori elementi dai quali identificare il responsabile. Si deve comunque trattare di prove stringenti e ben motivate da condurre, oltre ogni ragionevole dubbio, all’identificazione dell’autore del post [5]. 

note

[1] Cass. sent. n. 42630/2018.

[2] Art. 256 cod. proc. pen.

[3] Art. 192 cod. proc. pen.

[4] Art. 391-bis e ss. cod. proc. pen. 

[5] Cass. sent. n. 5352/2017: la verifica dell’indirizzo IP di provenienza, per raggiungere il massimo grado di certezza sulla paternità del post, sono necessari elementi probatori gravi precisi e concordanti.


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1 Commento

  1. Un tempo, ero associato ad un gruppo di centinaia di persone amanti di coltelli artistici, solitamente prodotti da loro. Un giorno, senza ragione alcuna, uno dei membri denunciò che il sottoscritto era entrato a casa sua ove avrei rubato oggetti vari, diffidando il sottoscritto agli occhi di tutti. Mi sono rivolto, speranzoso di avere giustizia, agli agenti della Polizia Postale della mia città per fare regolare denuncia. Il sovrintendente o assistente al quale mi rivolsi, disse che loro non erano responsabili per le offese su Facebook in quanto Ente privato straniero. Successivamente, a mie rimostranze presso il Viminale, sono stato convocato al predetto Reparto della mia città, dove, il sostituto commissario comandante, in presenza di altri ispettori, ha trovato il sistema per non farmi fare alcuna denuncia.

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