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Quanti soldi per mettere su famiglia

13 novembre 2018


Quanti soldi per mettere su famiglia

> Donna e famiglia Pubblicato il 13 novembre 2018



Prima di criticare le generazioni “millennials” sulla loro poca propensione al metter su famiglia, sarebbe opportuno verificare i costi che ci sono dietro un nucleo familiare.

Alcuni “ben informati” (o sedicenti tali) attribuiscono alla pigrizia delle nuove generazioni il basso tasso di natalità che si registra in Italia da diversi anni a questa parte. Critiche verso i più giovani, che sarebbero troppo legati alla “gonna di mamma” e che preferiscono vivere con i propri genitori piuttosto che prendersi casa da soli, piovono da tutte le parti. Basta evocare i termini “bamboccioni” e “choosy” per ricordare epiteti pronunciati da importanti esponenti del mondo politico che sono caduti sui “millennials”. La verità, come spesso capita, è ben diversa. La negligenza dei giovani è data anzitutto dalla difficoltà crescente di trovare lavoro, a cui si abbinano i costi elevati per metter su famiglia. In queste righe vedremo proprio quanti soldi per metter su famiglia servono e quali sono le agevolazioni fiscali previste.

Come si calcolano i costi di una famiglia

Iniziamo con il precisare che le spese per mantenere la famiglia non sono uguali per tutti. Gli utenti con i redditi più bassi, ad esempio, devono vivere di privazioni, quindi le spese più basse sono strettamente correlate alla pochezza del reddito. Discorso diversi per i (pochi) che hanno un reddito alto e che quindi ne possono destinare una fetta maggiore alle spese della famiglia.

Per avere un quadro più chiaro della situazione, attingeremo ai dati che recentemente la Federconsumatori ha pubblicato proprio per far emergere i costi necessari per mantenere una famiglia in questo specifico periodo storico.

Gli statistici ingaggiati dalla Federconsumatori hanno contestualizzato le analisi prendendo ad esempio una famiglia che vive in una grande città del Nord Italia, in un appartamento da 100 metri quadrati e che deve mantenere un figlio minorenne.

Le voci relativi ai costi che sono state prese in queste analisi riguardano quelle più comuni, ovvero:

  • gestione casa: che si tratti di pagare mensilmente un affitto o la rata del mutuo, si tratta di una voce che incide pesantemente sul bilancio familiare, che comprende anche i costi fissi delle utenze e le spese di manutenzione dell’immobile;
  • alimentazione: questa voce comprende sia i soldi spesi al supermercato che quelli destinati alle (sporadiche) uscite per cenare al ristorante;
  • trasporti: questa voce comprende tutte le spese per il mantenimento di un’auto (assicurazione, carburante, tassa di circolazione, meccanico, ecc.) e i costi per sottoscrivere abbonamenti a mezzi pubblici;
  • educazione: nonostante le scuole siano istituzioni per lo più pubbliche, generano comunque dei costi: il più importante è quello per l’acquisto dei libri, ma vi sono anche le spese per le gite e le mense;
  • salute: tutte le visite specialistiche, per le quali lo Stato contribuisce solo in parte, possono rappresentare dei costi elevati per le famiglie.

Quelle elencate sono le spese basilari, ma chiunque abbia una famiglia sa bene che possono essere enumerate tante altre casistiche in cui i genitori devono mettere mano al portafogli come: l’iscrizione in palestra, i regali per i compleanni, l’acquisto di computer e via dicendo.

Considerando, tuttavia, solo le casistiche sopra elencate, vengono fuori numeri spaventosi. La nostra famiglia del Nord Italia spende mediamente 5850 euro in dodici mesi partendo da un reddito inferiore ai 22mila euro annui. Qualora questa famiglia avesse la fortuna di guadagnare 37mila euro all’anno o addirittura più di 68mila, le spese familiari possono arrivare rispettivamente a 8400 e 13800 euro. E questo prendendo in considerazione un nucleo familiare in cui vi sono bambini tra  0 e 3 anni. Un genitore che deve crescere un figlio tra i 15 e i 18 anni può spendere in un anno 7100 euro, cifra che può sfondare il muro dei 16500 euro per le famiglie più abbienti.

Se già queste cifre da sole fanno rabbrividire, le spese che una famiglia deve sostenere per mantenere un figlio fino al raggiungimento della maggiore età sono spaventose. Dei genitori che hanno un reddito basso per crescere un figlio dai 0 ai 18 anni possono arrivare a spendere più di 113mila euro. Se, invece, hanno la fortuna di guadagnare di più, tra i 37mila e i 68mila euro annui, per crescere un figlio dovranno spendere rispettivamente 170mila e 271mila euro.

Siete ancora stupiti quindi del fatto che in Italia sempre meno giovani vogliono metter su famiglia?

Quali sono le spese più alte per una famiglia?

L’analisi della Federconsumatori è un ottimo punto di partenza per capire dove la nostra società deve intervenire per offrire incentivi ai ragazzi che sono desiderosi di metter su famiglia. Nel precedente paragrafo abbiamo individuato le macro categorie in cui una famiglia investe buona parte del suo reddito: per ognuna di essere la Federconsumatori è stata in grado di stimare una spesa media annuale.

Di seguito quindi si vedrà che:

  • gestione casa: dai 1880 ai 4450 euro annui;
  • alimentazione: dai 1280 ai 2470 euro annui;
  • trasporti: dai 1145 ai 2575 euro annui;
  • salute: dai 980 euro ai 2320 euro annui;
  • educazione: dai 380 ai 1050 euro annui.

Gli importi sopra indicati vanno da un minimo di spesa per le famiglie mono reddito che guadagno meno di 22mila euro annui ai nuclei familiari più ricchi che portano a casa più di 68mila euro in 12 mesi. Da questo semplice elenco emergono molti spunti di anali interessanti.

La prima cosa che balza all’occhio è che le spese per la casa sono quelle che incidono maggiormente sul bilancio familiare. In tal senso, sono quindi da ritenersi fortunati tutti coloro che possiedono già una casa di proprietà, magari ereditata dai genitori, perché possono risparmiare quasi un terzo delle spese annali.

Al secondo posto collochiamo in egual misura (anche se vi è una differenza di qualche decina di euro) le spese per l’alimentazione e quelle per il trasporto.

Tuttavia il problema, paradossalmente, non è tanto il fatto che una famiglia spenda la gran parte dei suoi soldi per la casa, il cibo e le bollette, quanto che risparmia su due valori fondamentali come l’educazione e la salute. Se i 380 euro che in un anno una famiglia spende per la scuola sono in parte giustificati dal fatto che l’istruzione pubblica si accolla una buona fetta delle spese, ben più preoccupanti sono i 980 euro spesi per la salute. Un nucleo familiare che monitora costantemente il proprio livello di salute tra analisi, visite di controllo e farmaci dovrebbe spendere cifre ben più alte in un anno.

La ricerca della Federconsumatori ha quindi aperto gli occhi su un problema molto grave della nostra società attuale, sul quale le istituzioni dovrebbero fare sforzi maggiori per risolvere la situazione.

Perché una famiglia spende poco in educazione e salute?

A dispetto della bassa considerazione che gli utenti hanno delle istituzioni statali negli ultimi anni, non si può dire che nel nostro paese manchino gli aiuti alle famiglie. Semmai, il problema è nella “qualità” degli aiuti forniti.

Prendiamo ad esempio le due voci in cui le famiglie investono meno: educazione e salute. Le scuole italiane sono tutte molto fatiscenti, spesso gli alunni si trovano a seguire le lezioni in condizioni proibitive, ma l’istruzione rimane un diritto dei cittadini che possono accedere alle scuole dell’obbligo con spese relativamente basse.

Le tasse scolastiche tutto sommato non sono un problema, perché si attestano sulle poche decine di euro e sono sopratutto detraibili per il 19% nella dichiarazione dei redditi. Il problema è la spesa per i libri, che in molti casi possono superare addirittura i 1000 euro in un anno. Un intervento statale servirebbe proprio su questo punto, perché le famiglie poi ricorrono a libri usati e/o a fotocopie, impoverendo il mercato dell’editoria scolastica.

Il problema ancor più grave, tuttavia, riguarda le strutture sanitarie. L’Italia è un paese che storicamente è sempre stato all’avanguardia per la copertura sanitaria offerta ai cittadini. Se negli Stati Uniti gli utenti che non sottoscrivono un’assicurazione sanitaria sono destinati a non essere curati, qui in Italia le cure non si negano a nessuno.

Il problema è che gli sprechi e i tagli alla sanità hanno portato le strutture pubbliche ad essere luoghi di malasanità, dove per ricevere specifici esami medici occorre attendere addirittura dei mesi. L’alternativa è finire in mano a strutture sanitarie private, le cui tariffe però, anche con il 19% di detrazione in dichiarazione dei redditi, rimangono inaccessibili per tantissimi utenti.

Le famiglie italiane, quindi, tra strutture pubbliche inefficienti e centri privati troppo cari, scelgono la strada del non curarsi.

Lo Stato contribuisce alle spese familiari?

In piccola parte a questa domanda abbiamo già risposto nei paragrafi precedenti. In sede di dichiarazione dei redditi, infatti, è possibile recuperare fino al 19% degli importi spesi dalle famiglie per beni e servizi di prima necessità.

Abbiamo già visto alcuni costi che si possono recuperare per l’educazione e la salute. Nel primo caso sono detraibili in dichiarazione dei redditi le spese per le mense scolastiche e quelle per le tasse d’iscrizione (non vi è invece alcuna agevolazione su un costo importante come quello dell’acquisto dei libri). In ambito sanitario sono le visite specialistiche, le spese per le analisi e l’acquisto di alcuni medicinali che possono essere recuperate al 19% nel 730.

Per quello che riguarda le spese per la casa, invece, è possibile recuperare in dichiarazione dei redditi gli interessi passivi per chi ha sottoscritto un mutuo. Per chi affitta casa, invece, l’Agenzia delle Entrate permette di recuperare in minima parte le spese per il canone di locazione: gli utenti con un reddito inferiore ai 15493,71 euro annui possono riavere circa 300 euro, quelli con redditi superiori non più di 150 euro.

Recentemente, per agevolare i cosiddetti “bamboccioni”, lo Stato ha previsto delle agevolazioni per gli “inquilini under 30”, che sul canone di locazione possono recuperare fino a 991,60 euro all’anno.


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