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Risoluzione consensuale del lavoro: spetta la disoccupazione?

23 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Dicembre 2018



Se datore e lavoratore si accordano per la risoluzione del contratto, al lavoratore spetta la naspi oppure no?

Dopo anni di lavoro, sei stanco della tua vita quotidiana. Sai bene che al giorno d’oggi avere il cosiddetto posto fisso è un privilegio al quale è delittuoso rinunciare, ma hai la possibilità economica di ritirarti in buon ordine, senza avere particolari ripercussioni, dalla perdita dello stipendio mensile. Insomma, vorresti andartene e potresti anche fare una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, visto che i rapporti col tuo datore sono inequivocabilmente buoni e non avresti alcun problema a concordare col medesimo la fine del contratto. Tuttavia, non vorresti rinunziare alla meritata indennità di disoccupazione, cioè la cosiddetta Naspi, che spetta ai lavoratori successivamente alla perdita del posto di lavoro e che è basata sui contributi che negli anni sono stati versati. Ebbene, hai sentito dire che con la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, potresti avere difficoltà nel predetto riconoscimento. In altre parole, sei molto preoccupato, perché ti è stato detto che, solitamente, con la risoluzione consensuale del contratto, concordata col datore, non hai diritto alla Naspi: ma è vero? Se patteggio una risoluzione consensuale mi spetta la disoccupazione? In caso affermativo, quali sono le ipotesi in cui è prevista l’erogazione della Naspi? In caso contrario, se mi faccio licenziare, ho diritto all’indennità di disoccupazione? La risposta a queste domande è per te molto importante, pertanto leggi con molta attenzione il prosieguo di questa pubblicazione.

Naspi: cos’è

Senza entrare troppo nello specifico, è qui sufficiente sapere che si tratta della cosiddetta indennità di disoccupazione, spettante ai lavoratori alla cessazione del rapporto di lavoro e fondata sulla contribuzione previdenziale, versata durante il rapporto di lavoro. Il concetto del descritto sussidio è quello di supportare il lavoratore nella fase successiva alla descritta perdita, magari anche in funzione ed in prospettiva di una nuova occupazione. Detto questo, essa si basa su un presupposto fondamentale e che, in qualche modo, già risponde alla domanda iniziale di questa pubblicazione: la Naspi spetta al lavoratore che perde involontariamente il posto di lavoro.

Naspi: spetta se perdo involontariamente il lavoro?

Sei stato licenziato per motivi disciplinari oppure, ancor più frequentemente, per motivi economici (difficoltà economiche dell’azienda per cui lavori). Ebbene, i casi descritti rientrano appieno nel concetto di perdita involontaria del posto. Ed allora ti chiedi: a proposito della Naspi, mi spetta se perdo involontariamente il lavoro? Assolutamente sì. Sei proprio tra quelli che, senza alcun dubbio hai diritto all’indennità di disoccupazione, ma non saresti il solo. Infatti, tra le ipotesi in cui la Naspi viene riconosciuta, c’è anche quella delle dimissioni per giusta causa (ad esempio perché hai subito delle molestie sessuali sul posto oppure se non ti è stato regolarmente pagato lo stipendio), così come anche nel caso in cui ti sei dimessa durante il periodo di tutela della maternità (ad esempio, prima che tuo figlio abbia compiuto il primo anno di età). In sostanza, quindi, tutte circostanze in cui, come a seguito di un licenziamento, è possibile individuare una perdita involontaria del posto di lavoro. Ebbene, detto ciò, non è escluso neanche il caso della risoluzione consensuale del rapporto, ma solo in ben determinati casi, che ora ti andrò a spiegare.

Risoluzione consensuale: è perdita involontaria del lavoro?

In primo luogo è importante capire che cos’è una risoluzione consensuale. Senza troppi giri di parole, si tratta di un accordo, tra le parti di un contratto, con il quale le medesime concordano il venir meno dello stesso contratto. In sostanza se in precedenza avevano firmato per l’inizio del rapporto di lavoro, adesso sottoscrivono la sua cessazione. Ebbene, evidentemente, vista la natura della risoluzione consensuale, appare evidente che di involontario non c’è un bel nulla. In sostanza, non è possibile sostenere che ci sia stata una perdita involontaria del posto di lavoro, se essa è avvenuta in pieno accordo e volontà col lavoratore. Quindi, tranne che per alcune eccezioni motivate, la risoluzione consensuale non è una perdita involontaria del posto di lavoro e non dà diritto alla disoccupazione/Naspi.

Naspi: spetta con la risoluzione consensuale?

Di regola, la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro non è una perdita involontaria dello stesso ed allora non dà diritto alla disoccupazione. Tuttavia, sono attualmente identificabili tre ipotesi di risoluzione consensuale del rapporto, a seguito delle quali è prevista legittimamente l’erogazione della Naspi. Esse sono:

  • quella concordata a seguito di un trasferimento di sede lavorativa (ad esempio, in un posto distante oltre 50 km dalla residenza del lavoratore) ed al conseguente rifiuto del lavoratore;
  • quella conseguenziale ad un licenziamento comminato da un datore di lavoro, con più di 15 dipendenti, debitamente impugnato dal lavoratore entro sessanta giorni, ed oggetto di conciliazione dinanzi alla commissione provinciale del lavoro, davanti alla quale, quindi le parti hanno concordato per la risoluzione consensuale del lavoro;
  • quella conseguenziale ad un licenziamento per gli assunti successivamente al cosiddetto jobs act, anch’esso debitamente impugnato e contestato dal lavoratore, ed oggetto di conciliazione nelle sedi competenti, dove, per l’appunto, si concorda, altresì, la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

Concludendo, se rifletti, si tratta sempre di situazioni dove si può, ugualmente, rinvenire una perdita involontaria del posto di lavoro, pertanto ecco spiegato il motivo perché la Naspi viene riconosciuta, nonostante ci sia stata una risoluzione consensuale.



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