Quota 100: si perde il 30% della pensione?

15 Novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 Novembre 2018



Chi va in pensione con la quota 100 rischia di perdere il 30% dell’assegno, con decurtazioni che possono arrivare a 500 euro al mese: è vero?

Negli ultimi giorni è stato lanciato un vero e proprio allarme che riguarda l’uscita anticipata con la pensione quota 100: chi esce prima, in pratica, potrebbe perdere sino al 30% dell’assegno di pensione, arrivando anche a un taglio della prestazione pari a 500 euro al mese? Tutto questo è vero, oppure è frutto di una campagna mediatica che ha la finalità non tanto di polemizzare con l’esecutivo, quanto di scongiurare l’uscita anticipata di un gran numero di lavoratori?

Bisogna innanzitutto chiarire che a lanciare l’allarme è stato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, accompagnato da numerosi esperti del settore previdenziale: in base alle stime esposte, è vero che, in diversi casi, chi si pensiona prima perde parte dell’assegno. Ma come mai con quota 100 si perde il 30% della pensione? Non era stato ribadito più volte che la quota 100 sarebbe stata senza penalizzazioni?

In realtà non sono previsti, per la quota 100, ricalcoli o tagli percentuali dell’assegno: la riduzione della pensione è infatti esclusivamente collegata all’anticipo, cioè ai minori contributi versati, all’applicazione di coefficienti collegati all’età più bassi (perché chi si pensiona prima ha diritto all’applicazione di un coefficiente meno elevato) e di minori rivalutazioni dei redditi e dei contributi. In pratica, non importa se il trattamento che si raggiunge sia la pensione quota 100, piuttosto che un’altra tipologia di prestazione: chi esce prima dal lavoro versa meno contributi e ha diritto a un calcolo collegato all’età meno favorevole, oltreché a minori rivalutazioni, stazionando il suo capitale contributivo per meno anni presso l’Inps.

Con la quota 100, pertanto, non ci sono tagli, ma nemmeno incrementi virtuali dei contributi: è chiaro che, offrendo questo tipo di pensione, nella generalità dei casi, la possibilità di uscire prima dal lavoro, sia rispetto alla pensione di vecchiaia che alla pensione anticipata ordinaria, il trattamento risulti più povero per l’assenza degli ultimi anni di carriera.

Tirando le somme, con la quota 100 quanto si perde? Non esiste una risposta unica a questa domanda: dipende, innanzitutto, dal tipo di pensione col quale ci si confronta (di vecchiaia o anticipata) e dall’effettivo antciipo rispetto al pensionamento ordinario. In secondo luogo, la perdita causata dall’anticipo della data del pensionamento non è uguale per tutti, ma dipende dalla carriera personale. Cerchiamo quindi, dopo aver brevemente ricordato come funziona la quota 100, di capire a quanto potrebbero aumentare le penalizzazioni per chi esce prima dal lavoro.

Come funziona la quota 100?

La quota 100 è una pensione che si può ottenere quando la quota, cioè la somma di età ed anni di contributi, è almeno pari a 100.

Quando l’età o le annualità di contribuzione non corrispondono a una cifra esatta, per calcolare la quota i mesi devono essere trasformati in decimi:

  • ad esempio, se il lavoratore ha raggiunto 63 anni e 6 mesi di età, ai fini del calcolo della quota dovrà indicare 63,5;
  • potrà ottenere la pensione quota 100 se possiede almeno 36 anni e 6 mesi di contributi (perché 100-63,5= 36,5, ossia 36 anni e 6 mesi).

Per ottenere la pensione anticipata quota 100 sarà necessario anche aver compiuto un’età minima di 62 anni, ed avere alle spalle una contribuzione minima pari a 38 anni, raggiunta anche cumulando i versamenti accreditati in gestioni previdenziali diverse. In buona sostanza, anche se si raggiunge la quota 100, non ci si potrà pensionare se l’età non sarà almeno pari a 62 anni e gli anni di contributi almeno pari a 38.

Altre proposte invece fissavano l’età minima a 64 anni e la contribuzione minima a 36 anni, ma sono state scartate.

Quali sono i sistemi di calcolo della pensione?

Per determinare l’importo della pensione, bisogna innanzitutto tener presente che il metodo di calcolo della prestazione non è unico, ma dipende dall’anzianità contributiva e dalla gestione di appartenenza. Presso la generalità dei fondi facenti capo all’Inps, il sistema di calcolo è:

  • retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo (in base a quanto stabilito dalla legge Fornero [1]), per chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (in questi casi si parla di calcolo misto);
  • integralmente contributivo per chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995, o per chi, pur possedendoli, opta per il calcolo contributivo (si devono possedere particolari requisiti per aderire all’opzione contributiva, che solitamente non è, comunque, conveniente), o effettua la totalizzazione dei contributi posseduti in casse diverse, o si pensiona con l’opzione donna.

I sistemi di calcolo sono invece differenti per gli iscritti alle casse dei liberi professionisti; anche all’interno delle varie gestioni Inps, ad ogni modo, le modalità di determinazione della pensione possono cambiare, specie per quanto riguarda le quote calcolate col metodo retributivo.

In particolari casi, ad esempio per gli aventi diritto alla pensione d’inabilità, sono applicate delle maggiorazioni nel calcolo della pensione; in altri casi, come per chi richiede l’anticipo pensionistico Ape, sono invece applicate delle penalizzazioni.

Il calcolo retributivo della pensione si si basa sugli ultimi stipendi o redditi percepiti ed è diviso in due quote, mentre il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Per saperne di più: Come si calcola la pensione Inps.

Quanto perde chi va in pensione con quota 100?

Secondo quanto reso noto, alla pensione quota 100 non saranno applicate delle penalizzazioni, né il ricalcolo misto o contributivo.

Considerando che per la quota 100 non sono previsti tagli, decurtazioni e ricalcoli, come mai chi si pensiona con quota 100 perde il 30% dell’assegno, come annunciato dal presidente dell’Inps nella recente campagna informativa?

In realtà, la perdita è calcolata in termini di mancato guadagno: anche se per il tipo di pensione richiesta non sono previste penalizzazioni nel calcolo, difatti, uscire dal lavoro prima comporta comunque un minor versamento di contributi, e nell’utilizzo di un coefficiente di trasformazione più basso (si tratta della cifra che trasforma la somma dei contributi rivalutati in pensione, che cresce al crescere dell’età), che si traduce in un assegno minore. La penalizzazione, però, dipende dal sistema di calcolo utilizzato, e può essere minima se la maggior parte delle annualità è calcolata con il sistema retributivo.

La riduzione della pensione, dunque, dipende sia dalla tipologia di calcolo che si utilizza, sia da l’anticipo rispetto all’età pensionabile.  Non è detto, quindi, che la penalizzazione ammonti al 30%. Ma vediamo subito alcuni esempi pratici, per capire meglio quanto perde chi esce prima.

Quanto si perde con la quota 100: calcolo retributivo

Ecco quanto potrebbe perdere (o guadagnare) un dipendente che esce 5 anni prima con quota 100, con riguardo alla sola quota assoggettata al calcolo retributivo:

  • il lavoratore, pensionandosi oggi con quota 100, ha una retribuzione media pensionabile pari a 20mila euro annui, e 20 anni di contributi assoggettati al calcolo retributivo(ipotizziamo che gli altri anni di versamenti posseduti siano assoggettati al calcolo contributivo), con un’aliquota di rendimento del 2% annuo; ottiene dunque una quota retributiva di pensione annua pari a 8mila euro (20.000 x 20 x 2%);
  • il lavoratore decide di attendere la pensione di vecchiaia; chiede, però, un part time, e la sua retribuzione media pensionabile scende a 15mila euro annui; gli anni della quota retributiva restano sempre 20, e l’aliquota del 2% non cambia; restando al lavoro ottiene dunque una quota retributiva di pensione annua pari a 6mila euro, e perde 2mila euro all’anno;
  • ipotizziamo, invece, che dalla permanenza al lavoro derivi una promozione, che determini l’innalzamento della retribuzione media pensionabile a 25mila euro annui; gli anni della quota retributiva restano sempre 20, e l’aliquota del 2% non cambia; restando al lavoro ottiene una quota retributiva di pensione annua pari a 10mila euro, e guadagna 2mila euro all’anno.

In conclusione, non è detto che il lavoratore che si ritira prima dal lavoro perda parte della quota retributiva: la retribuzione o il reddito, pur permanendo in attività, potrebbe infatti calare, determinando una riduzione della quota calcolata col sistema retributivo. In rapporto alla quota retributiva della pensione, quindi, chi esce prima può addirittura guadagnare, non è detto che perda il 30% del trattamento.

I periodi conteggiati nel retributivo, poi, non possono mai aumentare, ma restano fermi al 31 dicembre 1995, per i contribuenti misti, o al 31 dicembre 2011, per gli ex retributivi “puri”. Questo, perché dal 2012, in base alla legge Fornero, si applica a tutti il calcolo contributivo della pensione.

Quanto si perde con la quota 100: calcolo contributivo 

Per quanto riguarda il calcolo contributivo della pensione, risulta più semplice quantificare quanto si perde. Procediamo subito con un esempio pratico, riguardo alla quota della pensione calcolata col sistema contributivo:

  • il lavoratore ha uno stipendio lordo (imponibile contributivo Inps) pari a 30mila euro;
  • ogni anno, sono accreditati ai fini della pensione 9.900 euro di contributi (in quanto l’aliquota contributiva per la generalità dei dipendenti è il 33%);
  • se il lavoratore decide di pensionarsi 5 anni prima, perde 49.500 euro di contributi (per comodità, non stiamo considerando la rivalutazione dei contributi);
  • ipotizzando che il lavoratore si pensioni a 62 anni, questi 49.500 euro di contributi si traducono in 2.773,98 euro annui in meno di pensione, ossia in circa 213 euro al mese di pensione in meno: moltiplicando il montante contributivo di 49.500 per il coefficiente di trasformazione per chi si pensiona a 67 anni, difatti (5,604% dal 2019), otteniamo 2.773,98 euro, la pensione annua persa a causa del mancato trattenimento in servizio, che si traduce in 213,38 euro al mese (2.773,98 : 13 mensilità);
  • se consideriamo anche la perdita relativa all’applicazione di un coefficiente di trasformazione più basso, la decurtazione della pensione è ancora più evidente: ipotizzando che il montante contributivo già cumulato dal lavoratore sia pari a 200mila euro, questa parte di montante si traduce in una pensione pari a:
  • 9580 euro annui, per chi si pensiona a 62 anni, col coefficiente di trasformazione del 4,79% (200.000 x 4,79%), pari a 736,92 euro al mese;
  • 11.208 euro annui, per chi si pensiona a 67 anni, col coefficiente di trasformazione del 5,604% (200.000 x 5,604%), pari a 862,15 euro al mese;
  • il lavoratore che si pensiona 5 anni prima perde dunque, nella quota contributiva, un totale di 338,61 euro mensili (la differenza dovuta all’applicazione del diverso coefficiente di trasformazione, più la differenza dovuta al minor versamento di contributi).

La penalizzazione è minore, nel caso in cui il lavoratore maturi i requisiti per la pensione anticipata ordinaria prima dei requisiti per la pensione di vecchiaia; risulta una decurtazione minore anche per chi ha redditi o stipendi bassi.

In ogni caso, non è possibile generalizzare l’ammontare delle perdite con quota 100, relativamente alla quota contributiva della pensione, applicando la stessa percentuale a tutti: ogni caso deve essere analizzato separatamente. Non è quindi corretto affermare che con quota 100 si perde il 30% della pensione.

Quota 100: le stime ufficiali

L’ultima stima proposta sulle eventuali perdite con quota 100 è al momento quella dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, basata su un campione statistico approssimativo.

Scegliere quota 100 può costare, in termini di minore pensione, dal 5,6% nel caso in cui l’uscita dal lavoro si anticipi di un anno, fino al 34,7% in caso di uscita 6 anni prima.

Bisogna però considerare che con quota 100 la pensione viene intascata per qualche anno in più rispetto agli altri pensionati che restano al lavoro per più tempo, sino all’età per la pensione di vecchiaia: andare in pensione prima significa dunque “prendere di più” dall’Inps.

In parole semplici, la perdita reale, considerando anche le somme percepite in più, va dallo 0,22% di chi si pensiona nel 2019 anziché aspettare il 2020, sino all’8,65% per chi nel 2019 anticipa di 6 anni la pensione.



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1 Commento

  1. Titolo fuorviante,. L’uso della parola tagli è scorretto anche se poi nel testo si chiarisce che NON C’E’ ALCUN TAGLIO. L’assegno pensionistico è corrispondente ai contributi versati , meno contributi minor assegno. Quota cento non è imposta, il lavoratore ha una possibilità che fatti i suoi conti può decidere di sfruttare o no.

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