Diritto e Fisco | Editoriale

Universal e Sony si dividono la EMI

21 Novembre 2011
Universal e Sony si dividono la EMI

Universal Music e Sony/ATV sono i nuovi padroni della EMI, la storica etichetta britannica.

La EMI (acronimo di Electric and Musical Industries) è stata per anni la “casa” dei Beatles, dei Pink Floyd, dei Radiohead e dei Sex Pistols, come anche di Von Karajan e di Nat King Cole. Per non parlare degli ultimi album di artisti nostrani come Vasco e Subsonica.

La discografia mondiale è tanto al collasso da essere al limite dell’estinzione. E oggi la Emi sembra aver fatto un altro passo verso questa direzione. La sua crisi era iniziata nel 2006 con una famigerata perdita da 300 milioni di dollari. Un anno dopo, il marchio e tutte le sue attività erano state rilevate dal fondo di investimento privato “Terra Firma”, per 4,9 milioni di dollari. La situazione poi si era aggravata, anche per via di alcuni split come Paul McCartney e, recentemente, David Bowie.

Così, a causa di un insostenibile indebitamento, la casa discografica ha dovuto cedere tutto al colosso bancario Citigroup, anch’esso statunitense. È quest’ultimo che ora ha venduto ai due big players del settore, Universal e Sony. Nel dettaglio, la Vivendi Universal Music diventa proprietaria del catalogo discografico, mentre un consorzio guidato dalla Sony si assicura le edizioni musicali e la gestione dei diritti sulle opere realizzate nel passato.

L’operazione, costata 1,4 miliardi di euro alla Universal e 1,7 miliardi alla Sony, ha permesso alla prima di diventare la più grande industria della musica, con il 36% del mercato e un ampio margine di vantaggio rispetto alla Sony.

La Universal ha assicurato che si impegnerà a preservare sia l’eredità culturale della EMI, sia la sua diversità artistica, investendo in autori che ne possano far crescere i rendimenti: consolazione per chi, tutti questi anni, ha ritenuto il roster della EMI di assoluta avanguardia e preminenza. Con la EMI è nata per esempio la New Wave of British Heavy Metal, con gruppi come gli Iron Maiden.

Tra i principali oppositori alla fusione c’era l’associazione delle etichette indipendenti “Impala”, che confidava in uno stop da parte delle autorità di tutela della concorrenza. La Universal infatti, grazie alla fusione, diventa oggi una supermajor, con una quota di mercato globale di oltre il 40 per cento.

Siamo, dunque, di fronte ad altro brutto colpo per la discografia. Questo vuol dire che restano soltanto tre major: Universal, Sony e Warner. E la cosa peggiore è che la crisi non sembra finire.

di MARIA VALENTINA MITTIGA




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