Diritto e Fisco | Articoli

Il dipendente che litiga può essere trasferito?

14 novembre 2018


Il dipendente che litiga può essere trasferito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 novembre 2018



Incompatibilità ambientale: in caso di clima teso e ostile in ufficio il datore di lavoro può trasferire il dipendente in un’altra sede anche se non ha alcuna colpa per i litigi.

Un tuo collega ti ha provocato, ti ha umiliato e, davanti a tutti, ti ha deriso. Inevitabile la tua reazione: lo hai offeso pubblicamente usando anche parole molto forti, consapevole di essere dalla parte della ragione e, quindi, di poterti permettere una reazione violenta. Seppur non vi sono stati ulteriori episodi critici, da quel giorno non siete più riusciti a ricucire lo strappo: tra di voi è una silenziosa (ma evidente) guerra. Non vi parlate, cercate di non avere alcun contatto; quando c’è da lavorare sulla stessa pratica vi affidate all’interposizione di altre persone che fungono da tramite. Insomma, sembrerebbe più una questione di principio ove nessuno dei due riesce a fare la prima mossa per un armistizio. La storia è giunta ai vertici della società e ora hai saputo che vogliono prendere provvedimenti. A detta del tuo datore di lavoro questa situazione paralizza ogni attività, rallentando di fatto la produzione. Insomma, il danno lo state facendo all’azienda prima ancora che a voi stessi; il che giustificherebbe l’allontanamento di uno dei due dall’ufficio verso un’altra sede. A sorpresa, però, vieni a sapere che ad essere trasferito sarai tu e non lui a cui invece attribuisci tutta la colpa di tale situazione. Ti chiedi se sia legittimo un provvedimento disciplinare nei tuoi riguardi o se, al contrario, lo puoi contestare in tribunale. Su quali basi si poggia la sanzione se non è dimostrato quale lavoratore è responsabile del clima teso in ufficio? Una spiegazione a questo legittimo quesito è stata fornita, a più riprese, dalla giurisprudenza. Con una recentissima sentenza [1], la Cassazione ha chiarito se il dipendente che litiga può essere trasferito e quali possono essere le sue armi di difesa.

Se dunque è questo il tuo problema, puoi stare ben certo che alla fine della lettura del seguente articolo ne saprai di più: comprenderai cioè fino a dove si spingono i poteri del datore di lavoro in caso di litigio tra colleghi di lavoro e se può assumere dei provvedimenti disciplinari – ed a carico di chi – quando ricorre la cosiddetta “incompatibilità ambientale”.

In verità, se hai già letto il nostro articolo dal titolo Lettera di richiamo per lite tra colleghi e la guida sulla lite tra colleghi dovresti già essere ben informato e sapere se si può trasferire un dipendente che litiga. Ma, visto che la giurisprudenza si esprime periodicamente su temi così delicati, è bene ritornare sull’argomento, verificando cosa, in quest’ultima occasione, è uscita dalle stanze della Suprema Corte. Procediamo dunque con ordine e scopriamo quali sono le conseguenze dell’incompatibilità ambientale.

Trasferimento per incompatibilità ambientale: è una sanzione disciplinare?

Sicuramente litigare con i colleghi, aggredirli, offenderli e maltrattarli è un comportamento vietato dalla legge e dai contratti di lavoro. Tale atteggiamento mina alla stessa credibilità dell’azienda e, quindi, andando a ledere il rapporto di fiducia che lega il dipendente al datore di lavoro, può essere causa di gravi sanzioni disciplinari, finanche di licenziamento.

Non sono stati pochi i provvedimenti espulsivi di chi, ad esempio, ha usato le mani nei confronti dei compagni di ufficio. Ed anche le risse vengono punite altrettanto gravemente, benché non sia spesso facile risalire al primo provocatore.

Insomma, che si tratti di violenza fisica o psicologica, quando è rivolta ai superiori o ai colleghi o agli stessi clienti l’ostilità è causa di un procedimento disciplinare. Su questo non ci piove.

A volte però stabilire le colpe non è facile. Si possono peraltro creare situazioni di attrito dove non c’è alcun comportamento illegittimo ma solo una difficoltà di comunicazione tra due o più dipendenti addetti allo stesso settore. Magari uno la pensa in un modo e un altro in un modo diverso.

Ora, se la diversità di pensiero rientra nella normale dialettica di qualsiasi ambiente – e anzi può essere considerata motivo di crescita – quando diventa costante può invece costituire un rallentamento dei vari meccanismi produttivi. Sicché il datore di lavoro – il cui ultimo obiettivo deve essere sempre quello di tutelare la propria realtà economica – può prendere provvedimenti nonostante non vi sia stato un comportamento colpevole all’origine della crisi. Ecco perché si parla, in questi casi, di “incompatibilità ambientale”.

C’è tuttavia un luogo comune e una falsa credenza che va subito demolita. A torto si crede che il trasferimento per incompatibilità ambientale sia una misura disciplinare, ossia una sanzione, a danno del dipendente colpevole del “carateraccio”. Ma non è così. Ed è proprio su questo aspetto che si sofferma la Cassazione.

Il trasferimento del dipendente dovuto a incompatibilità ambientale non ha natura disciplinare, ma è connesso alle esigenze tecniche, organizzative e produttive del datore di lavoro e, in particolare, alla necessità di avere un’unità produttiva organizzata e funzionale. Pertanto, il provvedimento può essere adottato anche senza un previo accertamento della responsabilità dei lavoratori trasferiti. In buona sostanza, si può trasferire anche chi non ha alcuna colpa per gli attriti.

Trasferimento per incompatibilità ambientale: come avviene?

Il fatto che il trasferimento per incompatibilità ambientale non ha natura disciplinare, esclude che per lo stesso si debba applicare la procedura prevista dallo statuto dei lavoratori. In altri termini, se per un provvedimento come il licenziamento, la sospensione dal servizio o lo stesso trasferimento determinato da una colpa del dipendente è necessario prima inviare una lettera all’interessato, con cui gli si contesta il comportamento colpevole e gli si dà cinque giorni di tempo per presentare difese, questo iter non si applica invece al trasferimento per incompatibilità ambientale.

Proprio questi sono stati i punti sottolineati dalla Cassazione che, così facendo, ha deciso sul ricorso di un lavoratore che, trasferito a seguito di un diverbio avuto con una propria collega, aveva contestato la natura disciplinare del provvedimento, comprovata a suo dire dalla mancata dimostrazione, da parte della società, dell’esigenza di maggiore personale nella nuova sede. La Corte però ha dato ragione al datore.

Non importa che il trasferimento del lavoratore tragga origine da un accesso diverbio avvenuto tra quest’ultimo e un collega, a seguito del quale quest’ultimo abbia richiesto alla società di essere messo in condizione di non dovere più incontrare il dipendente.

Se, tenuto conto delle piccole dimensioni dell’ufficio non è  possibile evitare che i due dipendenti si incontrino, il trasferimento disposto dal datore di lavoro si considera determinato non da un intento sanzionatorio, ma dall’esigenza di risolvere una situazione di conflittualità il cui permanere può compromettere il funzionamento dell’unità produttiva. In ipotesi del genere è legittimo il trasferimento connesso a esigenze tecnico produttive del datore di lavoro.

Incompatibilità ambientale: quando il trasferimento è legittimo

Alla luce di ciò, la Cassazione ha così concluso: è legittimo il trasferimento del lavoratore disposto per incompatibilità aziendale, qualora tale incompatibilità determini disorganizzazione e disfunzione nell’unità produttiva, integranti un’obiettiva esigenza datoriale di modifica del luogo di lavoro.

Nel decidere sulla legittimità di un trasferimento per litigi tra colleghi il giudice non deve verificare di chi sia la colpa del clima teso e ostile in ufficio, ma deve limitarsi a una valutazione sulla condizione oggettiva in cui versa l’unità produttiva. A questo proposito bisogna accertare se «il provvedimento del trasferimento possa o meno essere annoverato tra gli strumenti che razionalmente il datore di lavoro può impiegare per rimuovere la situazione suscettibile di pregiudicare l’ordinato svolgimento dell’attività».

Compiuta questa verifica, ribadisce la Cassazione, rimane insindacabile la scelta imprenditoriale di ricorrere al trasferimento piuttosto che a provvedimenti alternativi: affinché la società disponga legittimamente il mutamento di sede del dipendente, dunque, non è necessario che ciò sia inevitabile, essendo invece sufficiente che il trasferimento rappresenti una delle opzioni ragionevolmente possibili per rispondere a oggettive esigenze di natura produttiva organizzativa, incluse quelle connesse al mantenimento di un ambiente lavoro sereno.

note

[1] Cass. ord. n. 27226/2018.

Autore immagine: 123rf com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

1 Commento

  1. Ma se fosse la responsabile la causa di tanti litigi sul lavoro,come ci si dovrebbe comportarsi?

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI