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Testamento: impugnazione per incapacità d’intendere e volere

22 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 Dicembre 2018



Ho impugnato il testamento con un avvocato a patrocinio gratuito. Ho perso la causa senza che io abbia potuto udire o rispondere al giudice. L’avvocato ha proposto la causa (incapace di intendere e di volere) contrario al mio volere (manipolazione mentale). La situazione è molto ambigua. L’avvocato non ha fatto nè sequestro conservativo nè visure patrimoniali nè testimonianze oculari. Come posso rivalermi?

Tra incapacità di intendere e volere e dolo del beneficiario nei confronti del de cuius, quali motivi di impugnazione del testamento, esiste una differenza sostanziale: l’incapacità di intendere e di volere è fondata sulla impossibilità – anche solo transitoria – per il testatore di rendersi conto del contenuto e degli effetti dell’atto giuridico che egli compie, ossia del testamento; diversamente, il dolo (che, nell’ambito

testamentario, prende il nome di “captazione”), presuppone la capacità di intendere e volere da parte del de cuius, il quale, però, è stato indotto, proprio dall’attività captatoria del beneficiario, a disporre in modo diverso da quella che altrimenti sarebbe stata la sua volontà.

Dunque, in mancanza di certificazione sanitaria che attesti l’incapacità psichica da cui era affetto il testatore (anche soltanto nel momento della redazione della scheda testamentaria), la domanda di nullità del testamento è destinata al rigetto.

L’onere probatorio si atteggia in modo diverso nel caso di impugnativa del testamento per dolo. In questa ipotesi, infatti, si dovrà dimostrare 1) l’attività captatoria messa in atto dal beneficiario della disposizione testamentaria nei confronti del de cuius e 2) l’influenza determinante di questo condizionamento sul processo formativo della volontà del testatore.

In particolare, le suddette prove non possono dirsi raggiunte in virtù della mera convivenza del beneficiario con il testatore (Cassazione n. 824/2014), quando tale circostanza non sia accompagnata dal sostanziale solamento del de cuius, soprattutto rispetto ai propri familiari. In proposito, pare accertato che la defunta avesse mantenuto rapporti costanti con il lettore, anche in ragione della contiguità delle rispettive abitazioni.

D’altronde <<In tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma effetto di dolo, per potere configurarne la sussistenza non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti, i quali avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire la attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore>> (Cassazione n. 14011/2008).

Pertanto, può parlarsi di dolo soltanto quando il beneficiario della disposizione testamentaria non si sia limitato a un mero tentativo di influenzare il testatore, bensì abbia messo in atto veri e propri inganni (come, per esempio, la menzogna su circostanze decisive ai fini della formazione della volontà testamentaria) a danno di quest’ultimo, al fine di indurlo a disporre in proprio favore.

In verità, tale prova può anche non avere natura diretta, bensì consistere in mere presunzioni, ossia nelle <<conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignoto>> (art. 2727 cod. civ.), ma deve pur sempre trattarsi di indizi riconducibili a <<fatti certi, che consentano di identificare e ricostruire la attività captatoria e la influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore che altrimenti si sarebbe indirizzata in modo diverso>> (Cassazione n. 6396/2003).

Ne discende che, nel caso oggetto del quesito, la responsabilità dell’avvocato si configurerebbe solo laddove esistessero elementi – portati a conoscenza del difensore ma non prodotti in giudizio – tali da consentire, per lo meno, di presumere che il testatore sia stato vittima di uno o più atti fraudolenti che ne abbiano alterato il processo formativo della volontà in occasione della redazione del testamento e dunque da poter ipotizzare, con ragionevole certezza, l’esito positivo dell’azione di impugnativa dell’atto di ultima volontà in questione.

Ciò soprattutto in considerazione del consolidato  orientamento giurisprudenziale in forza del quale la responsabilità del prestatore d’opera intellettuale – e, in particolare, dell’avvocato – nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell’attività professionale presuppone la prova del danno nonché del nesso causale tra la condotta del professionista e il pregiudizio sofferto dal cliente. In particolare, si richiede la prova del probabile esito favorevole dell’azione giudiziale che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata (Cassazione n. 3355/2014).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Massimo Coppin


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