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Pensione d’invalidità civile e pensione d’inabilità: cumulo

15 novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 novembre 2018



Per l’invalido è possibile sommare la pensione per inabilità a qualsiasi attività lavorativa con la pensione per invalidi civili totali?

Percepisci la pensione d’inabilità al lavoro, ma l’importo del trattamento è basso? Non si tratta di un caso così raro: anche se la pensione per assoluta e permanente inabilità lavorativa, difatti, è calcolata in modo vantaggioso, la presenza di una retribuzione pensionabile bassa può comunque determinare una prestazione poco elevata, nonostante le maggiorazioni.

Che cosa fare, allora? Si può lavorare per integrare quanto dovuto? Purtroppo no: la pensione per assoluta e permanente inabilità al lavoro è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa, compresa l’iscrizione ad albi ed elenchi. Che fare allora? Si è condannati a percepire un trattamento bassissimo per tutta la vita?

Fortunatamente, no: la pensione d’inabilità, difatti, può essere integrata dalla pensione d’inabilità civile, o meglio dalla pensione per invalidi civili totali, una prestazione di assistenza erogata dall’Inps, a prescindere dal possesso di contributi, a differenza della pensione per inabilità lavorativa. Chi è invalido al 100%, difatti, oppure cieco civile o sordo civile, può cumulare i due trattamenti. Bisogna però rispettare il limite di reddito previsto per il riconoscimento della pensione per invalidi civili totali: questa soglia di reddito varia ogni anno, e se la si supera non si ha diritto alla prestazione di assistenza da parte dell’Inps.

Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto su pensione d’invalidità civile e pensione d’inabilità: cumulo, come funzionano i due trattamenti, chi ne ha diritto, a quanto ammontano.

Quando spetta la pensione d’inabilità?

Ha diritto alla pensione di inabilità il lavoratore, o il titolare di un assegno di invalidità, che si trova, a causa della sua infermità, nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

Non basta, dunque, l’invalidità del 100%, né l’inabilità assoluta a una o più mansioni o al proficuo lavoro, ma ci si deve trovare nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi tipo di attività lavorativa.

Bisogna inoltre possedere almeno 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio: in caso di passaggio dall’assegno di invalidità alla pensione di inabilità il requisito contributivo nel quinquennio è automaticamente perfezionato.

Chi ha diritto alla pensione d’inabilità può lavorare?

La pensione di inabilità viene riconosciuta solo in seguito alla cessazione di ogni attività lavorativa ed alla cancellazione da elenchi o albi.

In particolare, i lavoratori dipendenti, oltre ad interrompere qualsiasi attività lavorativa, devono rinunciare all’indennità di disoccupazione (Naspi) e ad ogni altro trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione (ad esempio, i lavoratori agricoli devono essere cancellati dagli appositi elenchi anagrafici).

I lavoratori autonomi, cioè artigiani, commercianti e agricoltori, devono provvedere alla cancellazione dagli elenchi, e i professionisti si devono cancellare dagli albi.

Nel caso in cui la rinuncia o la cancellazione intervengano nel corso del provvedimento amministrativo per la concessione della pensione d’inabilità, il diritto alla pensione viene riconosciuto dal primo giorno del mese successivo a quello in cui la cancellazione o la rinuncia hanno effetto. Il differimento si può evitare, comunque, dichiarando all’Inps la rinuncia alla retribuzione o alla prestazione.

Che cosa succede se si riprende a lavorare con la pensione d’inabilità?

Se chi percepisce la pensione d’inabilità riprende a lavorare, oppure si iscrive a un albo o a un elenco, questi deve informare immediatamente l’Inps. L’esistenza di una causa d’incompatibilità, comunicata dal pensionato o accertata d’ufficio dall’Inps, comporta la revoca della pensione di inabilità, con effetto dal primo giorno del mese successivo a quello in cui si è verificata l’incompatibilità.

Chi riprende a lavorare può comunque percepire l’assegno d’invalidità.

Come si calcola la pensione di inabilità?

Sino al 31 dicembre 2011, il lavoratore inabile otteneva la pensione sulla base di un’anzianità contributiva, reale o fittizia, massima di 40 anni, qualunque fosse l’età raggiunta alla data della decorrenza della pensione.

Ad oggi, la maggiorazione si calcola tenendo come riferimento il limite di 60 anni di età: ma vediamo più nel dettaglio il calcolo della pensione d’inabilità, ed in particolare delle maggiorazioni.

Innanzitutto, va ricordato che la pensione d’inabilità, così come gli altri trattamenti di pensione, è calcolata col sistema:

  • retributivo (basato, cioè, sulle ultime retribuzioni e sull’anzianità assicurativa sino al 31 dicembre 1992, per la quota A, e sino al 31 dicembre 2011, per la quota B), per chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995; dal 2012, la pensione è calcolata col sistema contributivo (basato sui contributi versati);
  • misto, ossia retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • integralmente contributivo per chi non possiede contributi antecedenti al 1996.

Se il pensionato inabile ha meno di 60 anni di età, ha diritto a una maggiorazione contributiva sulla pensione, che ne aumenti la misura.

Nel dettaglio, l’anzianità contributiva maturata viene incrementata virtualmente (nel limite massimo di 2080 contributi settimanali, pari a 40 anni) dal numero di settimane che intercorrono tra la decorrenza della pensione di inabilità e il compimento dei 60 anni di età.

I contributi sono calcolati prendendo a base le medie contributive pensionabili possedute negli ultimi 5 anni e rivalutate ai sensi della Legge Amato. In pratica, si devono:

  • rivalutare le ultime 260 settimane di retribuzione (reddito o stipendio) prima del pensionamento, o il minor numero esistente, per i coefficienti di rivalutazione della Quota B della pensione;
  • sommare queste ultime 260 settimane di retribuzione rivalutate;
  • moltiplicare il risultato per l’aliquota di computo della gestione (pari al 33% del reddito prodotto per i lavoratori dipendenti);
  • dividere questo risultato per 260 settimane;
  • si ottiene così la media contributiva settimanale rivalutata dell’ultimo quinquennio lavorato;
  • la media contributiva settimanale rivalutata deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane intercorrenti tra la data di decorrenza della pensione di inabilità e il raggiungimento dei 60 anni di età;
  • si determina così la quota di maggiorazione riferita al periodo mancante al raggiungimento del sessantesimo anno di età, da aggiungere al montante individuale, cioè alla somma dei contributi dell’interessato;
  • in ogni caso non può essere calcolata un’anzianità contributiva complessiva superiore a 2080 settimane (40 anni).

Il coefficiente di trasformazione, cioè la cifra, espressa in percentuale, che trasforma la somma dei contributi (montante contributivo) in pensione, come per gli assegni di invalidità, deve essere quello relativo a 57 anni di età per chi si pensiona con un’età inferiore

Per la quantificazione della maggiorazione (non oltre i 40 anni) occorre tener conto di tutta la contribuzione disponibile nelle diverse gestioni assicurative: la pensione d’inabilità può essere conseguita anche in regime di cumulo o di totalizzazione.

Che cos’è la pensione per invalidi civili totali?

La pensione per invalidi civili totali è una prestazione erogata dall’Inps che non deve essere confusa con la pensione d’inabilità al lavoro: mentre quest’ultima prestazione, difatti, è riconosciuta solo se si è impossibilitati allo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, per la pensione per invalidi civili totali basta il riconoscimento dell’invalidità in misura pari al 100%. La pensione per invalidi civili totali non è dunque incompatibile con l’attività lavorativa.

Inoltre, la pensione per invalidi civili totali è una prestazione di assistenza, che spetta a prescindere dai contributi versati all’Inps. Sono previsti però, a differenza della pensione d’inabilità al lavoro, dei limiti di reddito oltre i quali il trattamento non spetta.

L’importo della pensione per invalidi civili totali, non essendo calcolato sulla base dei contributi versati, ha un ammontare fisso, pari a 282,55 euro al mese per il 2018.

A chi spetta la pensione per invalidi civili totali?

Per ottenere la pensione d’inabilità civile per invalidi civili totali bisogna possedere i seguenti requisiti:

  • essere invalidi di età compresa tra i 18 e i 66 anni e 7 mesi, con una riduzione della capacità lavorativa pari al 100%;
  • essere cittadini italiani, europei o extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo;
  • avere un reddito annuo non superiore a 16.664,36 euro annui (valore 2018).
  • non è richiesto lo stato di disoccupazione.

Cumulo pensione invalidità civile e pensione d’inabilità al lavoro

Come abbiamo osservato, la pensione per invalidi civili totali è cumulabile con la pensione d’inabilità al lavoro: ciò significa che non sono incompatibili, ma i due trattamenti possono essere sommati.

Nel dettaglio:

  • la pensione d’inabilità al lavoro può essere cumulata solo con le prestazioni per inavlidi civili al 100%, ciechi civili e sordi civili;
  • la pensione per invalidi civili totali è cumulabile con la pensione d’inabilità al lavoro, ma sino al limite di reddito annuo non superiore a 16.664,36 euro annui (valore 2018).


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