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Padre separato disoccupato: diritti

1 Gennaio 2019 | Autore: Sabrina Antonella Caporale


Padre separato disoccupato: diritti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 Gennaio 2019



Padri separati non solo doveri: tutti i diritti dei padri separati e disoccupati.

Chi è il padre? E soprattutto chi è il padre rispetto alla famiglia e ai figli? Rispondere a questa domanda è essenziale per capire cosa ci si deve aspettare in caso di separazione. Si è soliti riconoscere alla madre il ruolo fondamentale di educatrice e guida della famiglia. E istintivamente e naturalmente è così. I padri solitamente più impegnati nel lavoro, lasciano alla propria moglie il compito di educare e prendersi cura dei figli, accudirli e seguirli nel loro percorso di crescita. La legge non fa distinzione tra l’uomo e la donna all’interno del rapporto coniugale; al contrario, affida ad entrambi uguali diritti e doveri nei confronti della famiglia e dei figli, tra i quali, il dovere di contribuire alle spese, di mantenere, istruire ed educare i figli. E allora perché in caso di separazione sono spesso i padri a pagarne le conseguenze? Tra le vere e proprie emergenze sociali oggigiorno vi è quella del forte disagio economico e affettivo vissuto dai padri dopo la rottura del matrimonio. Il ruolo di questa figura negli anni è molto cambiato. Allo stesso tempo, l’evoluzione della società ha fatto sì che anche la posizione della donna all’interno della famiglia, cambiasse. Sono sempre più numerose le madri che lavorano e gli uomini che occupano il loro ruolo, che accudiscono la casa e si prendono cura dei figli. Ma nell’immaginario collettivo permane l’idea che sia l’uomo a dover contribuire principalmente al sostentamento economico della famiglia, anche dopo la separazione.  Padre separato disoccupato: diritti quali sono? È quello che proveremo a spiegare in questo articolo.

Genitori separati: i padri

La rottura del matrimonio è un evento che sconvolge la vita della coppia e insieme ad essa, quella della famiglia e dei figli. E poi vi sono i padri che oltre a dover provvedere al mantenimento economico della propria famiglia, sono costretti a vivere in condizioni economicamente disagiate e soprattutto a dover “negoziare” il tempo da passare con i propri figli. In caso di separazione è solitamente la madre cui viene affidata la custodia dei figli e così è sempre stato in passato.

Si tratta di un fenomeno sempre più diffuso quello dei padri che vivono in condizioni precarie e lontani dai propri figli. Ad aggravare la situazione, vi sono alcune sentenze dei tribunali che ne alimentano la marginalizzazione e l’allontanamento e contribuiscono ad inasprire le relazioni familiari già compromesse.

Ma qual è la realtà? E cosa prevede la legge riguardo al mantenimento e ai figli?

L’assegno di mantenimento

L’assegno di mantenimento è un contributo economico che uno dei coniugi versa periodicamente all’altro, qualora questi non sia in grado di sostenersi autonomamente.

Perché è il padre a dover versare l’assegno di mantenimento?

In realtà, non esiste alcuna prescrizione normativa che stabilisca che sia il padre separato a dover versare l’assegno di mantenimento alla moglie e ai figli. Al contrario la legge prevede che siano entrambi i genitori a dover provvedere al mantenimento della famiglia, ciascuno secondo i propri redditi e le proprie disponibilità.

Che siano i padri a dover “mantenere” le mogli e i figli è una questione per lo più statistica. È solo più frequente in termini di percentuale, ma questo non vuol dire che la legge italiana non contempli l’ipotesi contraria, ossia che sia la donna a mantenere l’ex coniuge.

Come anticipato, la regola è che l’assegno sia versato dal coniuge economicamente più “forte” a quello col reddito più basso, indipendentemente dal sesso. Lo scopo è permettere a quest’ultimo di vivere mantenendo lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; certo nei limiti del possibile!

A determinare l’importo dell’assegno di mantenimento non è la legge, ma il giudice in sede di separazione o di divorzio che dovrà adeguare la propria valutazione al caso di specie, valutando i rispettivi redditi e le disponibilità patrimoniali di ciascuno.

Ci si deve allora chiedere: ma è sempre dovuto l’assegno di mantenimento da parte di un coniuge all’altro?

In effetti vi sono dei casi in cui il contributo è negato al coniuge richiedente. Si tratta delle ipotesi in cui a quest’ultimo gli sia addebitata la causa della separazione per aver contravvenuto ai doveri derivanti dal vincolo matrimoniale (es. abbandono del tetto coniugale, violenza o tradimento) o quando questi disponga già di redditi personali che gli consentono di essere economicamente autosufficiente.

In altri casi è invece, prevista la possibilità di chiederne la revoca o la diminuzione.

Ad esempio:

  • quando l’altro coniuge beneficiario si sposi nuovamente, o instauri una convivenza stabile con un’altra persona che le consenta un miglioramento del proprio tenore di vita;
  • quando egli rifiuti senza giustificato motivo di svolgere un’attività lavorativa che potrebbe consentirgli l’indipendenza economica;
  • quando dopo la pronuncia giudiziale sulle condizioni della separazione peggiori la situazione economica dell’obbligato perché ad esempio diviene disoccupato o perché perde le rendite dalle quali traeva guadagno.

Lo stato di disoccupazione tuttavia, da solo non è sufficiente a esimere il coniuge dal pagamento dell’assegno di mantenimento, dal momento che tale condizione (presumibilmente temporanea) non coincide con l’incapacità economica dello stesso, potendo egli pur sempre trovare un altro lavoro. Per anni questo concetto è stato ripetutamente affermato dalle sentenze dei tribunali [1].

Ciò a voler dire che la legge italiana in materia di mantenimento della famiglia, non fa sconti e non tiene conto delle difficoltà e delle condizioni avverse del mercato del lavoro attuale, soprattutto se a doverne beneficiare è un minore.

Soltanto di recente, i giudici della Cassazione hanno smussato il loro orientamento affermando che qualora il coniuge obbligato versi in gravi difficoltà economiche o sia in stato di disoccupazione e questa sia assoluta, involontaria e incolpevole, egli può legittimamente considerarsi esonerato da tale obbligo.

Il versamento dell’assegno di mantenimento sarà in tal caso sospeso fino al miglioramento delle proprie condizioni economiche, senza il rischio di incorrere nel reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [2].

Come va chiesta la modifica delle condizioni della separazione?

Occorre innanzitutto precisare che tutto ciò che è contenuto nella sentenza di separazione o nel provvedimento di omologazione (in caso di separazione giudiziale) può essere modificato in qualsiasi momento, su richiesta di uno solo o di entrambi i coniugi.

Il coniuge dovrà, a tal proposito, rivolgersi al proprio avvocato perché presenti opportuno ricorso al tribunale competente (quello ove ha luogo la residenza del richiedente o del convenuto) affinché modifichi le condizioni della separazione.

Al ricorso dovrà essere allegato lo stato di famiglia e di residenza dei coniugi nonché copia autentica del verbale di separazione consensuale omologata o, in caso di separazione giudiziale, la copia autentica della sentenza di separazione o di divorzio passata in giudicato.

I coniugi possono anche decidere di procedere alla modifica delle condizioni della separazione tramite una procedura alternativa e facoltativa a quella giudiziale: la cosiddetta negoziazione assistita. Si tratta della possibilità di raggiungere un accordo per il tramite dei propri avvocati. La soluzione finale avrà la stessa validità della sentenza del giudice, senza ulteriore bisogno di un suo intervento.

Anche i figli hanno diritto all’assegno di mantenimento, in virtù del principio per cui la separazione non fa venir meno l’obbligo di entrambi i genitori di provvedere ai figli, salvo diverso accordo tra loro.

L’assegno di mantenimento va corrisposto anche al figlio maggiorenne, nel caso in cui egli non abbia ancora raggiunto l’indipendenza economica; e tale circostanza non sia dovuta ad una scelta personale o a colpa di quest’ultimo. La mancanza di autosufficienza economica deve infatti essere il risultato di una condizione oggettiva di impossibilità, in caso contrario il padre avrà diritto di revocare il versamento di tale contributo.

Figli di genitori separati: l’affidamento

Il tema dei figli è alquanto delicato. Vi è tuttavia, una regola generale, quella per cui essi devono mantenere, anche in caso di separazione dei genitori, un rapporto sereno, sano e continuativo con entrambi. La separazione non va venir meno, infatti, il diritto-dovere di questi ultimi di continuare ad educare e crescere i propri figli.

Questo principio è contenuto nella nostra Carta costituzionale, tra i diritti e i doveri dei cittadini [3], nonché nella l. legge n. 176/1991 di ratifica della Convenzione di New York sui diritti dei fanciulli, ove si vieta espressamente che il minore sia separato dai propri genitori contro la propria volontà, a meno che tale decisione non sia indispensabile per la tutela dei suoi interessi.

Inoltre, nel 2006 [4] è stata introdotta in Italia la legge sull’affidamento condiviso. Con esso si prevede che la responsabilità genitoriale sia ripartita equamente tra gli ex coniugi.

Tutte le decisioni, comprese quelle meno rilevanti dovranno essere prese di comune accordo; cosi ad esempio, l’istruzione, l’educazione, la cura della salute, nonché la scelta della residenza abituale del minore e così via.

La legge privilegia in questo modo il libero accordo tra le parti. L’intervento di un organo super partes, qual è il giudice, è previsto soltanto nel caso in cui questo accordo non sia possibile. A tal fine, l’organo giudiziario dovrà valutare preventivamente la possibilità che i figli siano affidati ad entrambi i genitori; in caso contrario, egli stesso dovrà stabilire a quale dei due coniugi affidarlo, avendo cura dell’interesse superiore del minore e determinandone le condizioni, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e le relative modalità [5].

Per tale operazione potrà affidarsi a criteri generali e astratti quali ad esempio:

  • le attuali esigenze del figlio, il tenore di vita goduto dal figlio quando i due genitori vivevano insieme, le proprie risorse economiche;
  • il modo in cui il padre e la madre hanno in precedenza svolto i propri compiti, le rispettive capacità di instaurare e mantenere una relazione affettiva;
  • la capacità di attenzione, comprensione, educazione e la disponibilità ad un rapporto costante ed equilibrato con il minore;
  • la personalità di ciascun genitore, le proprie abitudini, lo stile di vita e l’ambiente sociale e familiare in cui il minore si troverebbe a vivere [6].

E se il padre è disoccupato? Perde il diritto all’affidamento del figlio?

In una recente sentenza [7], la Cassazione ha confermato l’affidamento condiviso di un minore ad entrambi i genitori, nonostante il padre fosse all’epoca inadempiente nel versamento degli obblighi di mantenimento in favore dello stesso figlio, poiché disoccupato. In questo caso, i giudici hanno ritenuto che il forte legame affettivo che legava padre e figlio non poteva soccombere rispetto al suo inadempimento. A determinare le decisioni in materia di affidamento dei figli deve, infatti, essere sempre la tutela dei loro interessi.

Ebbene, nel caso di specie, era stata rilevata una serena e costruttiva frequentazione padre-figlio, idonea a creare un clima di serenità per il minore, che certo non poteva essere sacrificata di fronte alla sua insolvenza economica.

Come anticipato, la regola generale prevista dal nostro ordinamento è che, in caso di separazione, l’affidamento dei figli minori debba essere condiviso, salvo che da esso non ne derivi un grave pregiudizio per gli stessi. La legge, tuttavia, non offre una definizione di tale concetto, perciò per anni si è ritenuto che l’inadempimento di un padre agli obblighi alimentari nei confronti dei propri figli, fosse elemento sufficientemente idoneo ad integrarlo.

Senonché, nel corso degli anni, l’orientamento della giurisprudenza è cambiato e, infatti, oggi si afferma che l’unica ragione per cui un genitore può essere privato del diritto all’ affidamento (condiviso) del proprio figlio, è la propria “inidoneità educativa”, cosa ben diversa dall’essere disoccupato ma ugualmente idoneo a garantire una crescita sana ed equilibrata del minore.

Peraltro, non va dimenticato che molti Comuni italiani mettono a disposizione dei propri cittadini, dei fondi di sostegno al reddito per chiunque si trovi in stato di grave difficoltà economica. E’ bene perciò, in tali casi, rivolgersi al proprio comune di residenza per verificarne l’esistenza e, in caso affermativo, le condizioni per poterne beneficiare.


Di Sabrina Antonella Caporale

note

[1] Trib. Lanciano sent. del 24.11.2011″In tema di separazione dei coniugi, con riguardo ai provvedimenti aventi ad oggetto i figli, l’art. 148 c.c. dispone che i genitori devono contribuire al mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo le loro capacità di lavoro professionale o casalingo cosicché sulla base della disposizione de qua, il genitore (nel caso di specie il padre), anche se disoccupato, ma dotato di capacità lavorativa e di potenzialità reddituale deve contribuire al mantenimento del figlio minore, seppure in misura minima, non essendo rilevante il solo fatto del suo attuale stato di disoccupazione”; Cass. sent. n. 24424 del 29.10.2013.

[2] Art. 570 cod. pen.

[3] Art. 30 Cost.

[4] Legge 8 febbraio 2006, n. 54.

[5] Cass. sent. n. 12954 del 24.05.2018 “In caso di conflitto fra i genitori, il criterio fondamentale cui il giudice deve attenersi nella determinazione delle modalità di affidamento dei figli minori è rappresentato dal superiore interesse di questi ultimi ad una crescita sana ed equilibrata, il cui perseguimento può comportare anche l’adozione di provvedimenti contenitivi o restrittivi di diritti di libertà individuali dei genitori, qualora la loro esteriorizzazione sia in grado di determinare conseguenze pregiudizievoli per il minore, compromettendone la salute psico-fisica e lo sviluppo”.

[6] Cass. sent. n. 3913 del 16.02.2018

[7] Cass. sent. n. 9538 del 12.06.12


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