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Cos’è la concorrenza sleale?

25 Dicembre 2018 | Autore: Valentina Calasso


Cos’è la concorrenza sleale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 Dicembre 2018



L’imprenditore, nell’esercizio della sua attività, deve trarre profitto in maniera leale e corretta. Per farlo, però, non deve trasgredire i limiti della concorrenza sleale.

Immagina il mercato come una grande piazza in cui vari mercanti vendono beni e servizi ai consumatori finali. Immagina che vendano gli stessi beni o servizi e che si muovano, quindi, nello stesso segmento di mercato, così come viene definito dagli economisti. In tale situazione questi venditori sono in concorrenza tra loro, cioè competono al fine di imporsi nel mercato riuscendo a generare il maggior profitto vendendo i propri beni e servizi agli acquirenti. La condotta che si assume nel fare concorrenza fa la differenza fra un imprenditore onesto e uno sleale. Cos’è la concorrenza sleale? E’ la circostanza in cui un venditore mette in atto una serie di comportamenti scorretti, denigratori, menzogneri ed inopportuni nei confronti non solo degli altri venditori ma anche nei confronti dei consumatori. Per un imprenditore è importante conoscere il confine entro il quale potersi spingere per pianificare la propria linea di marketing e per ritagliarsi una fetta di mercato acquisendo clienti. Un imprenditore si domanda: come convinco i clienti ad acquistare i miei beni o servizi anziché comprarli da altri? Semplice, lo si fa attraverso strategie di vendita che escludono la slealtà al fine di garantire la trasparenza del mercato per tutelare tutti gli operatori economici: venditori e compratori.

Le limitazioni alla concorrenza

Il mercato tende costantemente a costituire forme di oligopolio in cui il controllo dell’offerta dei beni o dei servizi è gestito da poche grandi imprese. Per questo accade spesso che gli imprenditori salvaguardino i propri interessi stipulando degli accordi per limitare la concorrenza reciproca e, di fatto, controllando l’offerta di un determinato prodotto. Questa condizione determina quello che in economia viene chiamato monopolio di fatto.

Dunque è necessario tutelare gli interessi patrimoniali dei privati e preservare il regime di concorrenza al fine di evitare che questo prenda le sembianze del monopolio che limita il mercato generando degli aspetti negativi sull’economia.

La concorrenza può essere limitata nei seguenti modi:

  • legalmente o pubblicisticamente. In tal caso, in virtù della salvaguardia dell’interesse generale e dell’utilità sociale, lo Stato può sopprimere la libertà di concorrenza per creare dei monopoli pubblici grazie ai quali tutelare i consumatori da comportamenti arbitrari di imprenditori monopolisti. In tale situazione, però, lo Stato dovrà elargire le prestazioni a chiunque ne faccia richiesta rispettando il diritto di parità dei richiedenti (es. monopolio statale sui tabacchi o sui giochi);
  • convenzionalmente. In questa ipotesi il diritto di poter fare concorrenza può essere oggetto di parziali modifiche. In altre parole la libertà concorrenziale e di iniziativa economica è disponibile, ma solo in parte, attraverso dei patti. Ad esempio degli imprenditori possono impegnarsi a non farsi concorrenza tra di loro per un periodo limitato di 5 anni, per una determinata attività e in un determinato territorio;
  • un ulteriore limite alla concorrenza è il divieto di competere slealmente vietando e punendo la concorrenza sleale. Vediamo quest’ultimo punto nel dettaglio cosa significa.

Che cos’è la concorrenza sleale

Nell’ambito dell’esercizio della propria attività un imprenditore pone in essere delle strategie di intervento per vendere il proprio prodotto ed in un regime concorrenziale sarà inevitabile che nell’accaparrarsi il maggior profitto sottrarrà clientela ad un altro imprenditore che commercializza lo stesso bene o servizio e nello stesso territorio.

Il danno che subisce l’imprenditore nel vedersi sottratta la propria fetta di clientela, e di conseguenza i suoi guadagni, non è risarcibile perché non è configurabile come danno ingiusto [1], ma segue semplicemente le regole di mercato.

Tuttavia il nostro legislatore ha in considerazione due cose:

  • che non venga danneggiata un’azienda attraverso dei comportamenti scorretti;
  • che non venga falsata l’informazione che arriva al consumatore finale e quindi la sua valutazione ed il suo giudizio nell’acquisto di un bene o un servizio.

Per queste ragioni è stata introdotta la disciplina della concorrenza sleale. Dunque la risposta alla domanda “cos’è la concorrenza sleale” è la seguente: è il compimento di una serie di atti vietati dal nostro legislatore che provocano un danno ingiusto ad un’azienda oppure un errore di giudizio del consumatore.

Vediamo quali sono gli atti scorretti e vietati che danno adito alla concorrenza sleale [2].

Atti di confusione

Sono quegli atti che ingenerano disguidi negli operatori economici. Tali atti sono i seguenti:

  • usare nomi o segni distintivi (insegne o loghi) che sono legittimamente usati da altri, perché legalmente registrati;
  • imitare pedissequamente i prodotti di un concorrente;
  • compiere atti, in qualsiasi modo essi compiuti, che generano confusione sia sui prodotti che sull’attività di un concorrente.

È il caso, ad esempio, di una società che utilizza il marchio di un’altra azienda concorrente o finanche che faccia contraffazione dei beni di un’altra impresa.

Atti di denigrazione e di vanteria

Gli atti denigratori sono volti a screditare e calunniare un’azienda concorrente. Sono i seguenti:

  • gettare discredito su un’impresa concorrente attraverso la diffusione di notizie tendenziose;
  • apprezzamenti diffamanti sui prodotti o sull’attività stessa.

E’ atto di vanteria: l’appropriazione dei pregi e della qualità dei prodotti o dell’impresa di un concorrente.

Si pensi alla pubblicità iperbolica nel caso in cui un’impresa professi delle qualità del proprio prodotto uniche e non incontrovertibili che implicitamente vengono negate ai concorrenti (ad esempio “il thè X è il solo che fa dimagrire davvero).

Atti contrari alla correttezza professionale

Il codice civile, genericamente, configura come atto di concorrenza sleale qualsiasi altro atto, implicito o esplicito, non conforme ai principi di correttezza professionale con cui si rechi danno ad un’impresa concorrente.

Tali pratiche possono ravvisarsi nel:

  • dumping. È una pratica molto comune mediante la quale vi è la vendita dei propri prodotti a basso costo per eliminare i concorrenti. Tipico esempio è la vendita dei propri prodotti al mercato estero a prezzi più bassi rispetto a quelli praticati su quello nazionale;
  • storno di dipendenti. Spesso collegato allo sviamento della clientela, è l’atto mediante il quale un’azienda istiga i dipendenti di un’altra azienda a dimettersi per poi assumerli, al solo fine di nuocere alla concorrente. Ne è esempio il caso di una Compagnia di assicurazione che assume l’ex amministratore delegato di un’impresa assicurativa concorrente al fine di avvalersi di notizie riservate da questi conosciute (portafoglio clienti, veicoli assicurati, condizioni contrattuali ecc.), con l’intenzione di sviare la clientela offrendo condizioni più vantaggiose [3];
  • violazione del patto di non concorrenza. È il patto con il quale l’ex dipendente di un’azienda, cessato il contratto, si impegna a non svolgere attività concorrenziale nei riguardi dell’ex datore di lavoro, dietro ristoro da parte di quest’ultimo all’ex dipendente, per un tempo determinato e che sia circoscritto in un determinato luogo [4];
  • tacere un conflitto di interessi da parte di un socio che fa parte contemporaneamente di un’altra società concorrente;
  • spionaggio industriale. È l’arrecare danno d’immagine ad un’azienda, sottraendone la clientela, facendo trapelare segreti industriali la cui diffusione non è autorizzata.

Sono lecite, invece, forme di pubblicità comparativa quando si basano su fatti oggettivi e facilmente verificabili. Tale pratica non genera confusione nel consumatore o nel mercato ed inoltre non getta discredito alle altre realtà concorrenziali.

Sanzioni

Una volta accertata la commissione di atti illeciti di concorrenza sleale, con la sentenza se ne inibisce la continuazione e vengono emanati dei provvedimenti idonei a eliminarne gli effetti [5].

Risarcimento del danno

Il risarcimento del danno è dovuto da parte dell’autore degli atti di concorrenza sleale se questi sono commessi con dolo o colpa. La colpa si presume una volta accertati gli atti illeciti. La prova del dolo (sostanzialmente la volontarietà del mettere in pratica comportamenti giuridicamente scorretti) spetterà a chi intende ricevere il risarcimento.

In caso di richiesta di ristoro dei danni subiti viene pubblicata la sentenza [6].

Associazioni professionali

Se gli atti di concorrenza sleale sono riferiti ad un’intera categoria professionale, l’associazione professionale o gli enti che la rappresentano, hanno diritto di muovere un’azione per reprimere tali atti.

Un esempio è la questione sollevata da parte dell’AssoCounseling nel 2010 nei confronti dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte chiedendo all’Antitrust se ci fossero gli estremi per sanzionare atti di concorrenza sleale, abuso di posizione dominante e pubblicità ingannevole.

La questione si riferiva alla vicenda che vedeva coinvolto l’Ordine degli Psicologi in qualità di inviante una lettera ad alcuni enti piemontesi. Con tale scritto si raccomandava di non affidare incarichi a counselor poiché, secondo l’Ordine in questione, essi sarebbero da configurarsi come consulenti di psicologia [7].

Come difendersi in modo extragiudiziale

In caso di concorrenza sleale, oltre alla consueta strada giudiziale, può essere percorsa la via extragiudiziale. Le imprese, le società o i liberi professionisti possono presentare una denuncia all’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato che, dopo un’indagine, accerta l’esistenza delle infrazioni. Appurato l’illecito si provvede a convocare le parti che hanno modo, in questa fase istruttoria, di visionare atti, documenti e memorie. In tale modo si cerca di conciliare le parti addivenendo ad una soluzione arbitrale senza che si arrivi in giudizio, senza costi ed anche senza l’assistenza degli avvocati.

Sul link dell’Autorità garante vengono indicate le modalità di segnalazione corredate da moduli utili per i consumatori, società, professionisti e imprenditori.

Puntare sulla qualità e non sulla slealtà

Spesso, quando si parla di concorrenza sleale, la mente corre a casi di grandi colossi mondiali dell’economia che ci tengono a difendere la propria identità ed il proprio brand sul mercato: si pensi al caso Coca-cola e Pepsi oppure al caso Apple e Samsung.

In realtà, la questione è molto più comune di quanto non si pensi perché in Italia due imprese su tre sono esposte a concorrenza sleale. I settori maggiormente a rischio sono: costruzioni, servizi alla persona, trasporti, magazzinaggio, servizi di alloggio e di ristorazione.

Le aziende che agiscono nella penombra dell’irregolarità puntano a mantenere prezzi più bassi rispetto alle imprese corrette che assumono regolarmente, che pagano puntualmente le tasse e che investono sulla sicurezza. Questa pratica però, a lungo andare, taglia fuori dal mercato proprio quest’ultime aziende.

La pressione fiscale, l’abusivismo e l’illegalità pressano fortemente le imprese regolari che si vedono costrette a chiudere. Che fare? Ecco che il tema della concorrenza sleale si cala nella realtà in un’ottica estremamente pratica. Spesso non si ha il tempo e la convenienza economica di imbastire una causa. Quindi ciò che può fare un’impresa sana è puntare sulla qualità e sulla certificazione della propria attività e fare in modo che questo messaggio arrivi chiaro ai consumatori finali che decideranno di investire i propri soldi in imprese che rompano il circolo vizioso del sommerso.

Ognuno di noi in qualità di compratore, può decidere di acquistare in modo etico. L’acquisto etico si basa sulla ricerca della qualità professionale e sulla sicurezza dei prodotti e dei servizi.

D’altro canto ciascun imprenditore che contribuisce, in maniera sana e corretta, a rinsaldare le sorti economiche del PIL italiano, deve puntare su quest’economia etica per differenziarsi da chi semina solo modelli economici sleali.


Di Valentina Calasso

note

[1] Art. 2043 cod. civ.

[2] Art. 2598 cod. civ.

[3] Art. 2596 cod. civ.

[4] Art. 2125 cod. civ.

[5] Art. 2599 cod. civ.

[6] Art. 2600 cod. civ.

[7] https://www.assocounseling.it/approfondimenti/articolo.asp?cod=408&cat=NEWS&titlenav=News


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