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Revoca gratuito patrocinio

18 Novembre 2018


Revoca gratuito patrocinio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Novembre 2018



La parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato può essere revocata dal beneficio con effetto retroattivo se ha agito o resistito in causa con malafede o colpa grave. La valutazione della temerarietà della lite prescinde dal giudizio di appello.

Prima di iniziare la causa, il tuo avvocato ti ha fatto firmare una serie di fogli e di dichiarazioni: servono a farti accedere al beneficio del cosiddetto gratuito patrocinio. Poiché il tuo reddito è inferiore alla soglia della povertà fissata per legge (oggi 11.493,82 euro, circa mille euro al mese), la parcella del difensore che tu stesso hai scelto verrà pagata dallo Stato. Non dovrai quindi versare un euro, neanche a titolo di rimborso spese per i viaggi, per le notifiche, per i bolli o per qualsiasi altra evenienza. Insomma, tutto il processo è gratis. Fino alla sentenza. Dopodiché, se perdi, le cose cambiano. Difatti, l’eventuale “condanna alle spese processuali” (ossia l’ordine del giudice di rimborsare alla parte vincitrice i costi della causa) saranno a tuo carico e non potrai più invocare il gratuito patrocinio. Ciò dovrebbe consigliarti di non intraprendere giudizi temerari, ossia che già ritieni essere un azzardo. Nello stesso tempo, però, è anche possibile la revoca del gratuito patrocinio in corso di causa. Di tanto parleremo nel seguente articolo. Ti spiegheremo cioè quando il giudice può ritirare il decreto di ammissione al patrocinio a spese dello Stato. In una tale evenienza devi tenere il portafogli pronto perché l’onorario del legale sarà a carico tuo.

Peraltro, a occuparsi della revoca del gratuito patrocinio è una recente e interessante ordinanza della Cassazione [2] la quale si sofferma a spiegare cosa succede se la lite viene ritenuta “temeraria”, infondata. Ma procediamo con ordine.

Ammissione al gratuito patrocinio

Non possiamo spiegare come e quando avviene la revoca dal gratuito patrocinio se prima non parliamo di cosa fare per ottenere invece l’ammissione. 

Il gratuito patrocinio, anche detto “patrocinio a spese dello Stato”, si può ottenere per qualsiasi tipo di causa: civile, penale, amministrativa o tributaria. Non copre però le spese “stragiudiziali” ossia i pareri dell’avvocato, la redazione dei contratti, le transazioni, ecc. Anche se non è un vero e proprio giudizio contenzioso, si può avere il gratuito patrocinio anche per separazioni e divorzi consensuali fatti in tribunale.

Per essere ammesso al gratuito patrocinio, il richiedente deve essere titolare di un reddito imponibile ai fini Irpef, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a 11.493,82 euro. Tale soglia di reddito viene aggiornata ogni due anni con decreto del ministero della giustizia.

Nella soglia del reddito finiscono anche quelli del coniuge e dei familiari conviventi. Non conta lo stato di famiglia o l’essere a carico dei genitori. Per cui, se il richiedente va a vivere da solo e sposta la propria residenza, pur rimanendo a carico del padre, può ottenere il gratuito patrocinio. 

I redditi dei familiari conviventi non si calcolano più se la causa deve essere fatta proprio contro uno di questi: si pensi alla moglie che vuol separarsi dal marito. In tal caso si conta solo il reddito di quest’ultima.

L’ammissione al gratuito patrocinio si ottiene presentando una istanza al Consiglio dell’Ordine degli avvocati ove è iscritto il professionista prescelto dal richiedente. Nella pratica, però, è l’avvocato a occuparsi di tutta la trafila, preoccupandosi di far firmare al proprio cliente tutti i modelli per l’istanza. 

L’istanza deve contenere, a pena di inammissibilità:

  • la richiesta di ammissione al patrocinio e l’indicazione del processo cui si riferisce, se già pendente;
  • le generalità dell’interessato e dei componenti la famiglia anagrafica, con i rispettivi codici fiscali;
  • una dichiarazione sostitutiva di certificazione da parte dell’interessato, attestante la sussistenza delle condizioni di reddito previste per l’ammissione;
  • l’impegno a comunicare, fino a che il processo non sia definito, le variazioni rilevanti dei limiti di reddito, verificatesi nell’anno precedente, entro 30 giorni dalla scadenza del termine di un anno, dalla data di presentazione dell’istanza o della precedente comunicazione di variazione;
  • le enunciazioni in fatto e in diritto utili a valutare la non manifesta infondatezza della pretesa che si intende far valere, con la specifica indicazione delle prove di cui si intende chiedere l’ammissione;
  • la sottoscrizione della parte richiedente. Tale sottoscrizione deve essere autenticata dal difensore.

All’esito della presentazione dell’istanza, il Consiglio dell’Ordine decide se ammettere l’interessato o respingere la richiesta di gratuito patrocinio. 

Cosa comporta l’ammissione al gratuito patrocinio?

L’ammissione al patrocinio a spese dello Stato comporta l’esenzione dal pagamento di tutte le spese del giudizio (comprese le tasse che vengono anticipate dallo Stato). Anche il compenso dell’avvocato e degli eventuali consulenti nominati dal giudice (cosiddetti Ctu) non sono a carico della parte ma vengono remunerati dal ministero della giustizia.

Il gratuito patrocinio non copre però la condanna alle spese processuali. Significa che se perdi la causa e il giudice decide di addossare su di te il costo dell’avvocato e del giudizio sostenuto dalla controparte, dovrai farlo di tasca tua. L’unica speranza per te sarà quella che il giudice, ritenendo comunque vagamente fondate le tue ragioni (e impietosito dalle tue condizioni economiche), nonostante la tua sconfitta “compensi le spese” (ossia ti eviti di rimborsarle all’avversario).

Revoca del decreto di ammissione al gratuito patrocinio

Una volta ottenuto, il gratuito patrocinio non è così scontato. Il giudice potrebbe anche emettere un decreto di revoca dell’ammissione fatta dal consiglio dell’ordine. Di solito succede di rado, ma è ben possibile che si possano verificare le condizioni. Vediamo dunque quando avviene la revoca del gratuito patrocinio.

Il primo caso di revoca è quando, nel corso della causa, la parte ammessa supera i limiti di reddito. Si pensi a un disoccupato che, dopo due anni di giudizio, viene assunto. In tal caso, la modifica reddituale implicherà che, per la parte residua del processo, dovrà essere il cliente a pagare il proprio avvocato, non più lo Stato.

Il secondo caso in cui si può essere revocati dal gratuito patrocinio è quando il giudice rileva che i presupposti per l’ammissione non sussistevano perché il reddito era, sin dall’inizio, oltre i limiti segnati dalla legge. In tal caso, a differenza del precedente, la revoca ha efficacia «retroattiva» e la parte dovrà pagare tutte le spese processuali, compreso l’avvocato, sin dall’inizio del procedimento.

Un ulteriore caso di revoca del gratuito patrocinio è quando il giudice ritiene che l’interessato ha agito o resistito in causa con malafede o colpa grave: significa che ha intrapreso il processo pur sapendo, o dovendo sapere, che avrebbe perso. È quando comunemente si dice che una causa è “persa in partenza”. Anche in questa ipotesi la revoca è retroattiva.

Secondo la Cassazione [1], la revoca del gratuito patrocinio a spese dello Stato per temerarietà della lite può essere disposta a prescindere dal passaggio in giudicato della sentenza di primo grado che abbia accertato la condotta abusiva della parte. In pratica, anche se la parte che ha perso il giudizio fa appello, la revoca dal gratuito patrocinio ha immediato effetto. 

Si può impugnare la revoca al gratuito patrocinio?

Chi ha subito la revoca del gratuito patrocinio può contestare la decisione del giudice. L’esclusivo mezzo di impugnazione del provvedimento di revoca, anche quando esso è eventualmente pronunciato nel contesto della sentenza che definisce il giudizio di merito, è l’opposizione che va proposta al capo dell’ufficio giudiziario del magistrato che l’ha disposto [3].

 

note

[1] Cass. ord. n. 29462/2018 del 15.11.2018.

[2] Cass. ord. n. 29462/2018.

[3] Cass. 8 marzo 2018 n. 5535, Cass. 8 febbraio 2018 n. 3028, Cass. 6 dicembre 2017 n. 29228.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 4 luglio – 15 novembre 2018, n. 29462

Presidente A. Genovese– Relatore Caiazzo

Rilevato che:

Con citazione notificata il 12.1.07 la ALER intimò lo sfratto per morosità nei confronti di F.F.B. per il rilascio di un immobile sito in (…); l’intimato s’oppose eccependo l’insussistenza della morosità e la falsità ideologica o materiale della situazione contabile dell’ente intimante al 30.6.07 e di una dichiarazione dell’ufficiale rogante circa la morosità del conduttore, proponendo altresì domanda riconvenzionale avente ad oggetto l’accertamento del canone e delle spese e la condanna della controparte al risarcimento dei danni.

Disposto il rilascio dell’immobile locato con ordinanza, con riserva delle eccezioni del convenuto, con sentenza del 21.5.09 il Tribunale dichiarò risolto il contratto di locazione ad uso abitativo per inadempimento della parte intimata, rigettando le domande riconvenzionali proposte dal F. e dalla parte interventrice Onlus “Movimento per la Giustizia Robin Hood”.

L’intimato e il terzo interventore proposero appello che la Corte d’appello di Milano ha rigettato argomentando che: la querela di falso proposta in via incidentale, riguardante la situazione contabile della parte locatrice, era stata dichiarata correttamente inammissibile perché non rilevante, essendo incontestata la morosità, peraltro emergente da plurimi elementi di prova; era applicabile la normativa sopravvenuta in ordine alla determinazione del canone di locazione ex legge regionale n. 91 del 1983 (art. 28) di cui l’intimato non aveva dimostrato l’errata applicazione; il F. non aveva diritto al riscatto dell’immobile locato, come dimostravano i documenti prodotti; l’appello incidentale era infondato non essendo stato provato il danno da responsabilità aggravata dell’appellante; era da revocare, ex art. 136 d.P.R. n.115/02, l’ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato a favore del F. per aver quest’ultimo proposto l’impugnazione con colpa grave, non avendo ponderato con una maggiore consapevolezza l’infondatezza delle sue argomentazioni, alla luce delle ragioni poste a sostegno della sentenza di primo grado.

Il “Movimento per la Giustizia Robin Hood” e F.F.B. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a – due motivi. Si è costituita l’Alert con controricorso. Il Pubblico Ministero ha depositato conclusioni scritte chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile.

Considerato che:

Con il primo motivo è stata denunziata violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 136 del d.P.R. n.115/02, art. 11 disp. prel. c.c., artt. 948, 1337, 2043, 2697, 2932, c.c., 112, 15, 132, 184, 221, c.p.c., nonché delle leggi nn. 60/63 e 457/78, e dell’art. 28 l.r. n.91/83. Al riguardo, i ricorrenti hanno lamentato la revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio, contestando la motivazione della sentenza impugnata in ordine all’erronea negata ammissione dei mezzi istruttori e della querela di falso.

Con il secondo motivo è stata dedotta la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 50bis e quater, 70, 158, 161, 210, 213, 221 ss., 355, 658 e 666, c.p.c., nonché degli artt. 5, 55 e 79 della legge n. 392/78, avendo la Corte d’appello esaminato documenti prodotti dalla controparte e disconosciuti, violando le norme sull’intervento del Pubblico Ministero cui non era stato comunicato l’avviso della pendenza della querela di falso (che avrebbe imposto anche la riunione del giudizio in questione con quello incidentale introdotto dalla stessa querela e la devoluzione della competenza al collegio).

Inoltre, è stata dedotta l’omessa motivazione in ordine alla domanda nuova dell’intimante volta a richiedere lo sfratto per morosità anche in ordine alle spese e agli oneri accessori.

Il primo motivo è inammissibile. Occorre premettete che la revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio è stata disposta da una sentenza non passata in giudicato.

Ora, al riguardo, va rilevato che in tema di gratuito patrocinio a spese dello Stato, la revoca dell’ammissione al beneficio per la temerarietà della lite può essere disposta indipendentemente dal passaggio in giudicato della decisione di merito che abbia accertato la condotta processuale abusiva, atteso che l’autorità della sentenza di primo grado, qual è desumibile dall’art. 337 c.p.c., giustifica;:adozione di un provvedimento che si fondi sull’accertamento dei fatti come operato nella stessa, e considerato che, ove si negasse la possibilità di adottare immediatamente un provvedimento di revoca a fronte di domande avanzate con mala fede o colpa grave conclamate, sarebbe consentito alla parte di reiterare la condotta abusiva in sede di impugnazione, continuando a beneficiare del patrocinio a spese dello Stato, con possibilità pressoché nulle di recupero delle spese anticipate a tale titolo (Cass., ord. n. 29144/17).

Premesso ciò, come rilevato dal Pubblico Ministero, l’impugnazione della pronuncia sulla revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio va proposta in conformità dell’art. 170 del d.P.R. n.115/02, in conformità dell’orientamento di questa Corte a tenore del quale la revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato adottata con la sentenza che definisce il giudizio di appello, anziché con separato decreto, come previsto dall’art. 136 del d.P.R. n. 115 del 2002, non comporta mutamenti nel regime impugnatorio che resta quello, ordinario e generale, dell’opposizione ex art. 170 della stesso d.P.R., dovendosi escludere che la pronuncia sulla revoca, in quanto adottata con sentenza, sia per ciò solo impugnabile immediatamente con il ricorso per cassazione, rimedio previsto solo per l’ipotesi contemplata dall’art. 113 del d.P.R. (Cass., n. 29228/17; n. 3028/18).

Pertanto, nel caso concreto, l’impugnazione proposta dal ricorrente, senza l’osservanza del citato art. 170, è inammissibile.

Il secondo motivo è parimenti inammissibile in quanto formulato attraverso una serie di censure, processuali e sostanziali, esposte confusamente e in maniera tale da non cogliere la ratio decidendi. Al riguardo, secondo l’orientamento consolidato di questa Corte, “il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo di ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 cod. proc. civ., sicché è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleata dal codice di rito” (Cass., n. 19959/14; ord. n. 11603/18).

Nella fattispecie, come detto, parte ricorrente ha invocato una serie di violazioni di norme, sostanziali e processuali, esprimendo in maniera non chiara varie doglianze inestricabilmente tra loro connesse; peraltro, il riferimento alla novità della domanda dell’intimante afferente alla morosità per spese, e non solo per canoni, come si sarebbe desunto dall’atto introduttivo del giudizio, è del tutto irrilevante atteso che la Corte territoriale ha comunque scrutinato la morosità del conduttore per mancato pagamento dei canoni.

Infine, il collegio ritiene che sussistano i presupposti della responsabilità aggravata in capo ai ricorrenti, a norma dell’art. 96, 3 comma, c.p.c., per aver agito con colpa grave, proponendo un ricorso fondato su argomentazioni palesemente inammissibili, avendo già la Corte d’appello evidenziato che l’appello era stato proposto con colpa grave per non aver gli appellanti ponderato, con maggiore consapevolezza, l’infondatezza delle argomentazioni dedotte a sostegno delle proprie ragioni, come affermata in primo grado.

Invero, il ricorso è stato fondato su due motivi ritenuti inammissibili, relativi a censure in parte già formulate nell’atto d’appello, che il giudice di secondo grado aveva considerato frutto di una certa superficialità. In proposito, secondo un orientamento di questa Corte, la condanna al pagamento della somma equitativamente determinata, ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c., presuppone l’accertamento della mala fede o colpa grave e può essere pronunciata d’ufficio (Cass., n. 19285/16; ord. n. 21570/12; n. 4925/13).

In base ad altro orientamento, invece, la condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c., applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96, commi 1 e 2, c.p.c. e con queste cumulabile, volta – con finalità deflattive del contenzioso – alla repressione dell’abuso dello strumento processuale; la sua applicazione, pertanto, non richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di “abuso del processo”, quale l’aver agito o resistito pretestuosamente (Cass., n. 27623/17).

Nel caso concreto, emerge con chiarezza una condotta di abuso del diritto d’impugnazione, caratterizzata da colpa grave dei ricorrenti, consistita nel mancato impiego della doverosa diligenza e accuratezza nel reiterare il gravame, pur in ordine a ragioni già formulate nell’atto d’appello, peraltro espressa attraverso motivi inammissibili.

Invero, ai fini della condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c., è stato affermato che costituisce abuso del diritto all’impugnazione, integrante colpa grave, la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente infondati, giacché ripetitivi di quanto già confutato dal giudice d’appello, ovvero perché assolutamente irrilevanti o generici, o, comunque, non rapportati all’effettivo contenuto della sentenza impugnata (Cass., n. 19286/16).

È evidente, dunque, che pur tenendo conto dell’orientamento più estensivo, che non ritiene la colpa grave elemento costitutivo della responsabilità aggravata in questione, sarebbe comunque da applicare la sanzione pecuniaria contemplata dall’art. 96, 3 comma, c.p.c., sussistendo una palese pretestuosità dell’impugnazione.

Per quanto esposto, i ricorrenti vanno condannati al pagamento della somma di Euro 2000,00 determinata equitativamente come per legge, a favore della controparte.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento, in favore della parte controcorrente, delle spese del giudizio che liquida nella somma di Euro 4200,00 oltre Euro 200,00 per esborsi, la maggiorazione del 15% per rimborso forfettario delle spese generali e accessori di legge.

Condanna altresì i ricorrenti, in solido, al pagamento della somma di Euro 2000,00 a favore della parte controricorrente, a norma dell’art. 96, comma 3, c.p.c..

 


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