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Controlli guardia di finanza per separazione e divorzi

19 novembre 2018


Controlli guardia di finanza per separazione e divorzi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 novembre 2018



Assegno di mantenimento: come ottenere di più tramite le indagini patrimoniali e l’accertamento fiscale sul reddito del coniuge più ricco.

Tuo marito, con il quale ti stai per separare, non vuole versarti gli alimenti. Ha detto che si farà licenziare pur di non darti un euro. Il suo CU (la certificazione unica) rivela un reddito bassissimo, ma tu sai bene che, in nero, guadagna molto di più. Prova ne è il fatto che, sino ad oggi, avete avuto un tenore di vita molto più alto rispetto a quello dichiarato al fisco. Ti chiedi però se, in una eventuale causa di separazione o divorzio, lui potrebbe avere la meglio. Le carte gli danno ragione, è vero, ma se l’Agenzia delle Entrate dovesse avviare delle indagini potrebbe accertare tutte le menzogne contenute nella dichiarazione dei redditi. Ti chiedi, tuttavia, se sono possibili, ed eventualmente come si attivano, i controlli della guardia di finanza per separazione e divorzi e cosa si rischia effettivamente.

Il tema è delicato. Come ben potrai comprendere, non sei la sola a cui l’ex marito tenta di nascondere la propria ricchezza. A fronte di situazioni “capovolte”, dove invece sono le donne a pretendere di più di quanto l’uomo materialmente possa permettersi, c’è anche chi invece risulta ufficialmente disoccupato o nullatenente pur avendo un bel po’ di soldi nel cassetto. Insomma, quando ci si separa o si divorzia, si entra in un perverso meccanismo di reciproche pretese e contestazioni dove tracciare la linea di confine tra “buoni” e “cattivi” è davvero difficile. Ma non è questo il compito della legge. Una volta stabilito che l’assegno di mantenimento va versato e che questo deve tendere a garantire ai figli lo stesso tenore di vita che avevano quando i genitori erano uniti, e all’ex coniuge il necessario per l’autosufficienza economica (premiando comunque il contributo fornito alla famiglia da chi, per dedicarsi a casa e figli, ha rinunciato alla carriera), tutto il resto è un calcolo che spetta al giudice. Il giudice dovrà quantificare l’importo mensile da versare all’ex tenendo conto di una serie di elementi tra cui il principale sono le condizioni economiche degli ex coniugi. Nella guida dal titolo Calcolo dell’assegno di mantenimento troverai spiegato come, materialmente, il tribunale determina tale importo e a quanto può ammontare. Qui tuttavia, come anticipato, ci occuperemo di un’altra questione, quella cioè della falsa attestazione dei redditi da parte del marito o della moglie e della conseguente richiesta dei controlli della guardia di finanza per separazioni e divorzi. Ma procediamo con ordine.

Come avere le dichiarazioni dei redditi del marito o della moglie

Quando marito e moglie si dicono addio ma non trovano un accordo per arrivare a una separazione consensuale, rimettono al giudice la decisione sulle condizioni del distacco. All’inizio della causa gli ex coniugi depositano le rispettive dichiarazioni dei redditi degli ultimi due o tre anni per dimostrare le proprie condizioni economiche. È il tribunale stesso a imporre la presentazione di tale documentazione a cui pertanto le parti non si possono sottrarre.

La sentenza che decide sull’assegno di mantenimento (per le coppie separate) o sull’assegno divorzile (per le coppie divorziate) può essere oggetto di successive modifiche se le condizioni economiche o personali di uno dei due coniugi cambiano. Si pensi al caso di una moglie che perde il proprio posto part-time o del marito che ottiene una promozione o, al contrario, che sia costretto a ridurre il lavoro per una sopraggiunta invalidità. In tali ipotesi, il soggetto interessato alla revisione dell’assegno presenta un nuovo ricorso in tribunale. Può farlo in qualsiasi momento. Gli effetti della nuova decisione del magistrato retroagiranno alla data in cui si è verificata la modifica delle condizioni reddituali. In questa fase, potrebbe essere determinante procurarsi prima una copia della dichiarazione dei redditi dell’ex, al fine di dimostrare ciò che si andrà ad affermare nel proprio ricorso. 

Un esempio servirà a comprendere meglio la questione. Immaginiamo che, in sede di divorzio, il giudice imponga al marito di versare un assegno di 400 euro al mese. Dopo un paio di anni quest’ultimo riceve una promozione e il suo stipendio aumenta di un terzo. Lo viene a sapere la moglie che presenta così un ricorso in tribunale per ottenere qualcosa in più. Prima di tale momento, però, per avere certezza di ciò che andrà a sostenere davanti al giudice, presenta all’Agenzia delle Entrate un’istanza in cui chiede copia della dichiarazione dei redditi dell’uomo. Ne ha diritto?

Su questo aspetto si discute da anni. Il diritto all’accesso ai dati reddituali e patrimoniali da parte di un coniuge nei confronti dell’altro nel corso del processo di separazione e di divorzio sta diventando un tema di confronto giurisprudenziale tra chi sostiene la supremazia della privacy e chi, invece, ritiene prevalente il diritto allo svelamento, al fine di garantire una effettiva tutela della parte più debole del rapporto matrimoniale. Secondo, ad esempio, il Tar Campania, il Tar Puglia e il Tar Lazio [1], va garantito il diritto di accesso al 730 o a qualsiasi altra documentazione fiscale dell’ex se ciò serve per tutelare un proprio diritto o quello dei figli al mantenimento. Di opposto avviso il Tar Lombardia [2].

Nel maggio 2014, il Consiglio di Stato stabilì infatti (nell’accogliere una richiesta di accesso che invece era stata negata dal Tar Lazio) che doveva essere «sempre garantito» l’accesso ai documenti amministrativi e la conoscenza dei dati necessari per difendere i propri interessi giuridici [3]. La legge [4], infatti, stabilisce il principio di prevalenza del diritto di accesso agli atti amministrativi rispetto all’interesse alla privacy dei terzi quando l’accesso sia esercitato per difendere un interesse giuridicamente rilevante, come viene inteso quello del coniuge nelle cause di separazione o di divorzio. Sempre secondo il Consiglio di Stato, quando si discute di cura degli interessi economici e serenità dell’assetto familiare soprattutto nei riguardi dei figli minori, il diritto all’accesso “prevale” sulla privacy e sul diritto alla riservatezza.

Le ricerche nell’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle Entrate

Prima ancora di richiedere i controlli della Guardia di Finanza per separazioni e divorzi, il coniuge può anche domandare di accedere al “cassetto” fiscale dell’ex ossia a tutti i dati contenuti nell’Anagrafe tributaria. Si tratta di un database dove sono custodite le informazioni fiscalmente rilevanti di ogni contribuente. Vi è anche l’indicazione di eventuali pensioni, redditi di lavoro dipendente o autonomo, proventi derivanti da azioni o quote in società, eventuali conti correnti e deposito titoli, ecc. Insomma, qualsiasi reddito “ufficiale” è schedato all’interno dell’Anagrafe tributaria. 

La giurisprudenza accorda a ogni persona il diritto di “estrarre copia” degli atti contenuti nell’anagrafe se c’è un interesse meritevole di tutela. Tale ad esempio è quello del creditore che intende fare il pignoramento dei beni del debitore (potrebbe anche essere l’ex moglie che agisce contro il marito che non le paga gli alimenti), dopo aver ottenuto un decreto ingiuntivo o una sentenza dal tribunale. Sempre secondo i giudici si può accedere all’Anagrafe prima di una causa di separazione o di divorzio [5].

L’agenzia delle Entrate ha invece un approccio più prudente. Secondo ad esempio la Direzione regionale Lazio, il diritto di accesso all’archivio dell’Anagrafe tributaria e a quella dei conti correnti richiede una previa autorizzazione del giudice presso cui pende la separazione o il divorzio che deve ponderare gli interessi in gioco. I risultati emersi dall’indagine su dati reddituali, atti del registro e anagrafe dei rapporti finanziari così come l’elenco degli istituti di credito con i quali il debitore intrattiene rapporti vengono inviati al richiedente a mezzo Pec.

In pratica, prima si fa la causa e poi il tribunale autorizza l’accesso a tali dati “segreti”.

Le indagini del giudice

Nessun limite ha il giudice nel potere di indagine sui redditi dei coniugi. Esiste una legge del 2014 [6] che dà al giudice il potere di predisporre ricerche telematiche finalizzate alle indagini patrimoniali, attivando l’anagrafe tributaria [7]. 

Ma il magistrato potrebbe non fidarsi della dichiarazione dei redditi presentata da uno dei due in presenza di una contestazione da parte dell’altro. Anche qui c’è bisogno di un esempio. Immaginiamo il marito che presenti un C.U. con un reddito annuo di 3.000 euro. La moglie, che sa quanto l’uomo spendeva per la famiglia, contesta tale documento, sostenendo che, a suo avviso, il guadagno è di almeno 10 volte tanto. Non le basta però affermarlo: deve anche fornire degli indizi dai quali il giudice partirà per avviare le ulteriori indagini fiscali. Ad esempio, dovrà produrre copia delle bollette delle utenze, le ricevute delle spese periodiche, per gli abiti dei figli, le prove dei budget impiegati per le vacanze fuori città o per i viaggi, le quietanze dell’affitto o del mutuo bancario. Alcuni giudici hanno dato credito anche alle fotografie pubblicate su Facebook della presenza della coppia in mete tropicali o all’estero. Anche le prove testimoniali di cene e uscite “costose” possono essere un indice per stabilire il tenore di vita della famiglia.

È opportuno che i coniugi ricostruiscano schematicamente, anche solo mediante una elencazione, l’entità delle spese correnti annuali per la gestione del nucleo familiare che ricomprenda tutto quanto contribuisce a costituire il “tenore” di vita della famiglia in costanza di matrimonio.

Ad esempio vanno ricomprese le seguenti spese:

  • spese condominiali o canoni di locazione;
  • spese di manutenzione della casa familiare e di altri immobili nella disponibilità della famiglia;
  • spese per personale domestico: colf, babysitter, badante;
  • bollette per le utenze;
  • tassa rifiuti;
  • IMU;
  • spese scolastiche e per la frequenza a scuole private;
  • spese mediche;
  • spese per le vacanze estive e durante altri periodi dell’anno;
  • bolli e assicurazione di vetture e motocicli;
  • ricariche telefoniche;
  • mance ai figli;
  • spese per trasporti pubblici.

In assenza di tali indicazioni il giudice non è tenuto ad autorizzare le indagini patrimoniali sul reddito dell’altro coniuge. Dall’altro lato però potrebbe anche ricostruire la situazione patrimoniale familiare già solo con la documentazione raccolta nel corso della causa, basandosi quindi su quanto è risultato nel giudizio e senza avviare ulteriori indagini. Insomma, le spese fatte possono essere una prova anche del reddito, a prescindere dalla dichiarazione presentata all’Agenzia delle Entrate.

Controlli privati sui redditi dell’ex

Infine c’è anche la possibilità di avviare dei veri e propri controlli fiscali sull’ex coniuge. Immaginiamo un uomo che lavori in un bar come dipendente, di cui però di fatto è socio occulto. Il datore di lavoro, che sa della separazione in corso, d’accordo con il proprio partner, lo licenzia o gli riduce lo stipendio a mezza giornata. L’altro coniuge può denunciare l’evasione fiscale e contributiva all’Agenzia delle Entrate e all’Ispettorato del Lavoro che avvierà le opportune indagini. Ma non solo. Potrebbe anche assoldare un investigatore privato che si rechi, ad esempio, all’interno del locale per accertare la presenza del marito durante tutto il corso della giornata e quindi ricostruire il suo effettivo reddito. Le indagini del detective verranno relazionate in un report che, pur non avendo valore di prova in una causa, può essere comunque utilizzato come base per una dichiarazione testimoniale da parte dello 007, il quale riferisca ciò che ha visto. Anche le sue foto, se non contestate, possono essere un valido appiglio per il giudice per scoprire le falsità dal coniuge lavoratore. 

Controlli della guardia di finanza sui redditi dell’ex coniuge

Ti chiederai, in ultimo, se il giudice può autorizzare dei controlli della Guardia di Finanza per accertare il reddito. Come si è detto, il tribunale verifica innanzitutto se può accertare il tenore di vita effettivo sulla base dei riscontri probatori della causa (ossia le prove fornite dal coniuge circa i redditi dell’ex) e solo in ultima istanza può disporre le cosiddette indagini della polizia tributaria sul patrimonio dell’ex coniuge. Vengono acquisite anche le informazioni circa la titolarità di immobili; la partecipazione ad imprese o a società commerciali, il fatturato di queste imprese o società ed, in particolare, l’esistenza di eventuali cointestazioni solo formali; l’acquisizione di informazioni specifiche in merito alla consistenza dei depositi bancari nei tre anni precedenti il processo in corso; la verifica dell’eventuale titolarità o la disponibilità di carte di pagamento (bancomat), di carte di credito o di carte di debito eventualmente collegate con conti correnti bancari intestati a soggetti terzi o ad imprese e società alle quali in qualche modo uno o entrambi i coniugi partecipino.

Esaminati i documenti ed effettuate le eventuali indagini tributarie, il giudice determina l’assegno senza riferimento a criteri matematici, ma operando in percentuale sul reddito medio mensile dell’altro coniuge, avuto riguardo al caso concreto e, quindi, all’incidenza sul reddito medio di ogni fattore economicamente rilevante.

Di regola, il giudice dispone le indagini non a seguito di una blanda contestazione, ma solo quando viene prospettata e documentata in giudizio una situazione del tutto diversa da quella che appare in base alle risultanze già acquisite, così da convincere il giudice della necessità di svolgere accertamenti più approfonditi.

Le contestazioni devono, perciò, essere basate su fatti specifici e circostanziati, che il coniuge richiedente è tenuto a dimostrare [8]. Il giudice può rigettare una richiesta relativa al riconoscimento e alla determinazione dell’assegno se il coniuge richiedente non è in grado di fornire adeguate prove. Per altra parte della giurisprudenza il rigetto per carenza di prova sarebbe invece illegittimo: in questo caso egli avrebbe l’obbligo di disporre l’accertamento d’ufficio avvalendosi anche della polizia tributaria [9].  

Il tribunale può disporre indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita dei coniugi/genitori, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria. anche nell’interesse dei figli.

note

[1] Tar Campania, sent. n. 5763/18, Tar Puglia sent. n. 94/2017, Tar Lazio, sent. n. 2161/2017.

[2] Tar Lombardia, sent. n. 2024/18.

[3] Consiglio di Stato, sent. n. 2472/2014.

[4] Legge n. 15/2005.

[5] Tar Sicilia, sent. n. 26/2016, Tar Campania, sent. n. 5763/2018.

[6] Dl 132/2014

[7] È una facoltà aggiuntiva che «costituisce un semplice ampliamento dei poteri istruttori del giudice» ma non limita il diritto all’accesso ai documenti dell’archivio dei rapporti finanziari tra i coniugi (Tar Campania, sentenza 5763/2018; Tar Emilia Romagna, sentenza 753/2016; Tar Lazio, sentenza 2161/2017).

[8] Cass. 28 gennaio 2011 n. 2098.

[9] Cass. 7 marzo 2011 n. 5377, Cass. 17 maggio 2005 n. 10344.


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