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Una persona può avere due Partite Iva?

19 Novembre 2018


Una persona può avere due Partite Iva?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Novembre 2018



Quante partite Iva può avere la stessa persona che esercita differenti attività? È possibile presentare due dichiarazioni di inizio attività?

C’è sempre molta confusione quando si parla di Partita Iva. Una delle domande più di frequente poste ai consulenti commerciali e fiscali è se una persona può avere due Partite Iva. La comodità è quella di gestire separatamente lavori tra loro distinti sia per quanto riguarda il tipo di attività che i committenti. Magari c’è chi spera che, così facendo, si possano isolare i debiti dai crediti, le attività proficue da quelle in perdita. Ma quante partite Iva può avere la stessa persona? Cercheremo di spiegarlo in queste righe.

Immaginiamo che un contribuente voglia aprire una seconda attività, differente e del tutto scollegata alla prima per la quale ha già una propria Partita Iva come ditta individuale o come società di persone. Può farlo? Dobbiamo prima fare una premessa di carattere generale.

Le false partite Iva

Di solito, nei momenti di forte crisi occupazionale si assiste all’aumento delle partite Iva: le professioni, i lavori autonomi e quelli imprenditoriali (gestiti in forma individuale o societaria) diventano un fuga per chi non trova un posto. Mettersi in proprio è una necessità se non si viene assunti da un’azienda.

Nel nostro Paese, il rapporto tra posti di lavoro e Partite Iva ha sempre avuto un andamento inversamente proporzionale: diminuiscono i posti, aumentano le Partite Iva. Il che è anche un indice dello stato di salute dell’economia nazionale. A tutto ciò si aggiunge che proprio dietro alcune collaborazioni esterne, gestite tramite partita Iva,  si nasconde il tentativo di alcune società di eludere la normativa sul lavoro dipendente. È il fenomeno delle cosiddette “false Partite Iva” di cui, purtroppo, il nostro Paese è pieno. In un’ipotesi di questo tipo, in cui l’azienda costringe il proprio collaboratore ad emettere fattura pur facendogli svolgere un’attività del tutto assimilabile a quella del collega con regolare contratto di lavoro dipendente, è consentito ricorrere in tribunale. Il giudice accerterà l’esistenza di un rapporto subordinato, al di là di ciò che le parti hanno concordato nel contratto, e ordinerà al datore di lavoro l’assunzione; con conseguente pagamento delle differenze retributive arretrate. Sicuramente un dipendente con Partiva Iva non è ammissibile per la nostra legge. Sicché la giurisprudenza è andata a identificare quali sono gli indizi per identificare una falsa partita Iva ossia quando un rapporto autonomo viene impiegato per coprire ciò che, in realtà, è un rapporto di lavoro dipendente.

Tra questi indizi il primo e più importante è l’esistenza di un vincolo di subordinazione. Il rapporto di lavoro dipendente è tale se il lavoratore non ha alcun margine di autonomia ed è tenuto a rispettare le direttive del datore: non ordini generici volti a coordinare l’attività aziendale, ma direttive ben precise dalle quali è vietato discostarsi. La “subordinazione” che fa scattare l’inquadramento come dipendente è la completa disponibilità nei confronti del datore: quando, cioè, il lavoratore è soggetto agli ordini del capo, il quale gli indica (o meglio gli impone) come e con quali modalità deve essere eseguita l’attività lavorativa. La subordinazione altro non è che l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e gerarchico del datore di lavoro, potere che deve manifestarsi nell’emanazione di ordini specifici e sufficientemente dettagliati tanto da non dare margini di manovra e autonomia decisionale al dipendente.

Accanto alla subordinazione, ci sono altri indici che possono far presumere l’esistenza di una falsa partita Iva come ad esempio:

  • il luogo di esecuzione della prestazione lavorativa: se l’attività deve essere svolta sempre presso la sede dell’azienda si può presumere che si sia in presenza di un lavoro subordinato;
  • il pagamento dello stipendio a fine mese, sempre per lo stesso ammontare;
  • il potere disciplinare esercitato dal datore di lavoro volto a sanzionare alcune condotte del lavoratore che violano le direttive; le sanzioni possono essere irrogate solo sui dipendenti tradizionali e non sui collaboratori esterni per i quali l’eventuale violazione del contratto costituisce causa di risoluzione e/o recesso dall’accordo;
  • l’imposizione di un orario di lavoro di entrata ed uscita;
  • l’imposizione di fornire giustificazioni per le assenze;
  • l’obbligo di concordare le ferie.

L’apertura della Partita Iva

Per capire se una persona può avere due Partite Iva scopriamo innanzitutto come si apre una partita Iva. Bisogna presentare la domanda all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate nella cui circoscrizione il contribuente ha il proprio domicilio fiscale al momento in cui si presenta la dichiarazione d’inizio attività (adempimento quest’ultimo necessario e che va effettuato entro 30 giorni dall’inizio effettivo dell’attività). Il numero di Partita Iva, composto da 11 cifre (nei rapporti con l’estero deve essere preceduto dalle lettere maiuscole IT) resta invariato fino alla cessazione della attività.

Il numero della Partita Iva identifica il contribuente nell’ambito della propria attività, con riferimento sia alle operazioni svolte in Italia, sia all’estero (nei Paesi comunitari ed extra-comunitari). Deve essere indicato nelle fatture emesse, nelle dichiarazioni presentate, nei modelli di pagamento e in ogni altro documento rilevante destinato all’esterno (in caso, anche nella home page dell’eventuale sito web, pur se utilizzato solamente per scopi pubblicitari).

Partita Iva e codice fiscale sono la stessa cosa?

Il contribuente persona fisica titolare di una Partita Iva riceve, dall’Agenzia delle Entrate, l’attribuzione di un numero diverso dal codice fiscale (che invece è un codice alfanumerico ossia composto sia da numeri che da lettere). Invece per i soggetti diversi (ad esempio società di capitali o di persone) molto spesso, soprattutto in sede di costituzione e contemporaneo inizio attività, il numero di partita Iva coincide con il codice fiscale (entrambi codici solo numerici).

Contenuto della dichiarazione di inizio attività

La dichiarazione di inizio attività deve contenere:

  • dati anagrafici del soggetto, tipo e oggetto dell’attività (identificata dallo specifico codice ATECO 2007);
  • luoghi in cui viene esercitata l’attività e luogo in cui sono tenuti e conservati i libri, i registri e le scritture contabili obbligatorie ai sensi della normativa IVA;
  • codice fiscale del contribuente persona fisica e, per i soggetti diversi, di almeno una persona che ne ha la rappresentanza;
  • numero di telefono, numero di fax, indirizzo di posta elettronica, indirizzo del sito WEB, nonché dati identificativi dell’ISP (Internet Service Provider), per i soggetti che esercitano il commercio elettronico;
  • estremi catastali degli immobili destinati all’esercizio dell’attività, indicando per gli stessi se detenuti in locazione o in comodato e in tal caso gli estremi di registrazione del relativo contratto;
  • eventuale volontà di effettuare operazioni intracomunitarie;
  • ammontare annuo degli acquisti e delle cessioni che si prevede di effettuare nei confronti degli operatori dell’UE (in caso di acquisti intracomunitari di alcuni specifici beni va rilasciata idonea garanzia bancaria o fideiussoria);
  • altri dati generici (tipo allegati, firma, delega, impegno alla presentazione telematica).

Tutte le successive variazioni di uno o più elementi, fra quelli indicati nella dichiarazione iniziale, comportano la presentazione di una nuova dichiarazione.

Una persona può avere due Partite Iva?

Veniamo ora al problema da cui siamo partiti: quante partite Iva può avere la stessa persona? Proprio per il carattere strettamente identificativo del soggetto e non dell’attività che ha tale codice numerico, ogni contribuente può avere una sola Partita Iva così come ha un solo codice fiscale.

Bisogna comunque tener conto della distinzione che c’è tra persone fisiche e giuridiche: difatti se la stessa persona esercita una professione o una ditta individuale e, nello stesso tempo, ha una quota di una società di capitali – che, come noto, è un autonomo soggetto giuridico – avrà due partite Iva: una per sé e una per la società. Chiaramente le fatture emesse dovranno essere distinte a seconda del tipo di soggetto che ha prestato l’attività e che ha ricevuto il pagamento, non potendo il contribuente decidere autonomamente con quale partita Iva fatturare.

Se anche un contribuente non può avere più di una Partita Iva, la legge non gli vieta di estendere l’oggetto della propria attività, andando così a fatturare anche per prestazioni differenti rispetto al codice di attività inizialmente fornito all’apertura della Partita Iva. Il divieto infatti di avere due Partite Iva non implica l’impossibilità di estendere il proprio campo di competenza a nuovi settori (con apertura di un nuovo codice attività da comunicare all’Ufficio Iva), fatturando comunque sempre con la stessa Partita Iva. Insomma, eventuali attività tra loro differenti, gestite dal medesimo contribuente, si “mischiano”: la fattura viene emessa sempre dallo stesso soggetto, che dovrà al contempo rispettare anche la numerazione.

Del resto, chi pensa che avere due Partite Iva possa essere un espediente per separare i debiti di un’attività dai crediti delle altre si sbaglia di grosso: non è infatti la Partita Iva a determinare una barriera per i creditori, ma la diversità del soggetto giuridico. Facciamo un esempio. Immaginiamo un contribuente che, nello stesso tempo, abbia una ditta individuale e sia anche socio di una Snc. Questi sarà titolare di due Partite Iva (uno per la ditta individuale, uno per la società); i creditori dell’azienda tuttavia potranno ugualmente pignorargli i beni personali visto che la società di persone non è un soggetto dotato di autonomia patrimoniale. Diversa e opposta è la soluzione se, invece di una Snc, il contribuente fosse socio di una Srl: in tal caso la società ha autonomia patrimoniale perfetta, per cui i debiti di questa non si ripercuotono sul patrimonio individuale e viceversa.


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