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Telefonata oscena o volgare: è reato?

20 Nov 2018


Telefonata oscena o volgare: è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 Nov 2018



Molestie telefoniche: cosa dice il codice penale? Basta una sola telefonata per il reato: non rileva l’aver sbagliato numero.  

Chi non ha mai fatto uno scherzo telefonico! In gran parte dei casi si tratta di bravate goliardiche, senza ulteriori intenti se non quello di far ridere. Se poi la vittima non sa stare al gioco, difficilmente potrebbe sporgere denuncia contro chi simula una chiamata ai vigili del fuoco, alla pizzeria sotto casa o al call center di una televendita. Ma quando c’è dolo e malafede, ossia una precisa volontà di danneggiare, procurare allarme e tensione, offendere e oltraggiare, allora il rischio di subire un procedimento penale è tutt’altro che remoto. E la conferma viene da una recente sentenza della Cassazione [1]. Secondo la Corte, infatti, la telefonata oscena o volgare è reato. 

Ad essere punibili penalmente non sono tanto le parolacce in sé, né le offese (visto che l’ingiuria è ormai stata depenalizzata e, tutt’al più, consente l’avvio di un processo civile di risarcimento), ma le frasi che provocano tensione o qualsiasi altra forma di molestia nel soggetto passivo. 

Va da sé che, in tali ipotesi, anche quando la chiamata parte da un numero anonimo e si riduce a un solo episodio, una eventuale querela sporta dall’intestatario dell’utenza o da chi, comunque, ha risposto allo squillo può far scattare un processo per l’accertamento del reato di molestie telefoniche.

In questo modo la Suprema Corte ha inflitto una ammenda di 300 euro a un uomo che aveva fatto una chiamata oscena a una ragazza. Inutili per lui tutte le giustificazioni sollevate nel corso del procedimento, ivi compreso il fatto di aver digitato un numero diverso da quello a cui aveva intenzione di chiamare.

Il processo è un valido esempio per fare il punto della situazione e capire se e quando la telefonata oscena o volgare è reato. Procediamo dunque con ordine e vediamo quando si rischia per gli scherzi telefonici.

Il reato di molestie telefoniche

Il codice penale prevede il reato di molestie o disturbo alle persone [2]. Si tratta di un illecito che può essere compiuto in due forme diverse:

  • o in un luogo pubblico (una strada) o aperto al pubblico (un cinema, un ipermercato, ecc.);
  • oppure con il telefono.

Affinché la condotta sia punibile è necessario che sia animata da petulanza o da altro motivo futile. Non commette molestia, ad esempio, il creditore che di tanto in tanto telefona al debitore per chiedere il pagamento dei propri soldi [3], così come non la commette il padre che vuol sapere dall’ex moglie come stanno i figli e ne sollecita le visite.

La sanzione è l’arresto da 6 mesi o l’ammenda fino a 516 euro.

Il reato di molestie telefoniche quindi non è che uno dei due modi per attuare tale illecito previsto dal codice. Il classico comportamento del molestatore è quello di fare ripetuti squilli, spesso seguiti da versi e mugugni oppure dall’interruzione repentina della telefonata. Ma non c’è bisogno di un numero elevato di telefonate per poter essere puniti. Bastano anche pochi squilli: l’importante è l’effetto finale, ossia la molestia valutata su una persona “media”. Dice la giurisprudenza [4]: il reato di molestie è integrato da qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone, interferendo nell’altrui vita privata e di relazione (nel caso di specie, si trattava di ripetute telefonate non volute e non gradite dal destinatario). Pertanto, sottolinea la Cassazione [5], il comportamento può essere episodico e realizzato anche con una sola azione (fattispecie relativa a tre telefonate moleste) purché sia particolarmente idoneo ad offendere la percezione di un individuo in relazione al sentire comune e riconosciuto, tal che la persona offesa certamente ne subisca la sgradevolezza.

Il secondo aspetto di cui tenere conto è che il reato di molestie è “procedibile d’ufficio”, il che significa che se anche la vittima ritira la querela (magari perché pentito o perché risarcito economicamente), la Procura è tenuta ad andare avanti nel procedimento, fino a quando il giudice non deciderà. Il che è come dire che non c’è  possibilità di “chiedere scusa”, posto il principio dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale da parte dello Stato. Dunque, il processo penale non subisce arresto neanche se la parte lesa si dice pentita della querela.

Telefonata oscena o volgare: quante volte per il reato?

Come abbiamo già precisato, per la Cassazione il reato di molestie telefoniche può scattare anche a seguito di una sola telefonata se questa è risultata particolarmente molesta nei toni e nel contenuto. Ed è proprio su un caso simile che ha deciso la Cassazione con la sentenza in commento. La vittima aveva riferito di «avere ricevuto sul proprio cellulare una chiamata proveniente da un numero non identificato»; «l’interlocutore, di sesso maschile, aveva pronunciato espressioni a contenuto osceno e volgare», tanto da costringerla a «interrompere immediatamente la chiamata».

Il numero anonimo non è servito al colpevole per nascondersi. Le indagini condotte dalla polizia hanno consentito di risalire all’identità del responsabile della telefonata indecente.  

A fronte di questo quadro, e alla luce del «carattere molesto delle espressioni rivolte alla donna», i giudici hanno condannato l’uomo per il reato di «molestie». Determinante il fatto di aver pronunciato «frasi dal contenuto osceno e volgare, gravemente fastidiose e offensive per la sensibilità di una donna».

Molestie telefoniche: plausibile la scusa di aver sbagliato numero?

E se l’imputato dovesse sostenere di aver fatto per errore un numero diverso? Immaginiamo che, per salvarsi dall’incriminazione, il colpevole dica che la chiamata è partita per errore a una utenza differente da quella a cui aveva intenzione di chiamare. L’ipotesi dello sbaglio nella digitazione può essere plausibile per ottenere l’assoluzione? I giudici non credono nei buoni propositi e valutano, a tal fine, il quadro probatorio risultato nel corso del processo: come dire, è il responsabile a dover dare validi indizi di non aver avuto alcuna intenzione di telefonare alla vittima. Cosa tutt’altro che facile in questi casi (ma non impossibile). 

 

note

[1] Cass. sent. n. 52099/18 del 19.11.2018.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] La mera richiesta di pagamento di un credito, non accompagnata da assillanti telefonate o minacce non integra il reato di molestia. Tribunale La Spezia  05 febbraio 2015 n. 132  

[4] Trib. Chieti, sent. n. 324/2018.

[5] Cass. sent. n. 6064/2017.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 17 ottobre – 19 novembre 2018, n. 52099

Presidente Di Tomassi – Relatore Bianchi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza pronunciata in data 14.7.2017 il Tribunale di Busto Arsizio ha dichiarato Ca. Gi. responsabile del reato di cui all’art. 660 cod. pen. in danno di Ca. Ma. An. e lo ha condannato alla pena di Euro 300 di ammenda, con la sospensione condizionale della pena.

1.1. La sentenza di primo grado ha fondato la ricostruzione del fatto sulla testimonianza di Ca. Ma. An., la quale aveva riferito di aver ricevuto, sulla propria utenza cellulare, una chiamata proveniente da utenza non identificata; nel corso di tale conversazione, che la donna aveva ritenuto di aver con un suo conoscente, l’interlocutore, di sesso maschile, aveva profferito espressioni a contenuto osceno e volgare, tanto che la donna aveva immediatamente interrotto la chiamata.

Le indagini avevano consentito di accertare che l’utenza chiamante era intestata all’imputato, persona che la persona offesa aveva precisato di conoscere, seppur superficialmente.

Il primo giudice ha quindi ritenuto fosse provata l’identificazione dell’imputato come il soggetto chiamante, e il carattere molesto delle espressioni rivolte dall’uomo alla donna.

La pena è stata commisurata in Euro 300 di ammenda, con il beneficio della sospensione condizionale della pena.

2. Il difensore dell’imputato ha proposto atto di appello, trasmesso a questa Corte ai sensi dell’art. 568, comma 5, cod. proc. pen.; all’atto di impugnazione è stato allegata dichiarazione scritta proveniente dall’imputato medesimo .

Il secondo motivo concerne l’assenza di prova in ordina alla attribuzione all’imputato della telefonata ritenuta molesta.

Il terzo motivo riguarda l’assenza di dolo, essendo possibile che solo per errore l’imputato avesse chiamato la signora Ca., credendo di parlare, invece, con una cd. escort.

Il primo motivo riguarda la violazione dell’art. 660 cod. pen. per essere stata ritenuta la sussistenza della fattispecie pur in presenza di unica telefonata di brevissima durata.

Il quarto motivo concerne il mancato riconoscimento della esimente della speciale tenuità del fatto.

Il quinto motivo attiene al diniego delle attenuanti generiche.

Considerato in diritto

Il ricorso, articolato genericamente, con motivi di merito e manifestamente infondati, va dichiarato inammissibile.

Si deve, innanzitutto, rilevare che la parte ha proposto atto di appello, qualificato, ai sensi dell’art. 568, comma 5, cod. proc. pen. come ricorso per cassazione e quindi trasmesso a questa Corte per il giudizio.

1. In ordine alla identificazione dell’imputato come autore della telefonata di cui all’imputazione, il secondo motivo di impugnazione ha contenuto esclusivamente di merito, senza alcuna critica alla motivazione della sentenza impugnata nell’ambito, limitato ad un controllo di logicità, consentito nel giudizio di legittimità.

Il motivo, a fronte dell’utilizzo da parte del primo giudice della massima di esperienza secondo la quale il telefono cellulare è a uso strettamente personale, non propone alcuna critica specifica, ma vi contrappone diversi dati fattuali – ” l’imputato era solito prestare il telefono cellulare ad amici e parenti”, ” … addirittura la stessa Telecom ha attivato migliaia di sim card a persone ignare …” – di cui non indica la fonte probatoria, nella prospettiva di un nuovo giudizio di merito, al di fuori dei limiti del giudizio di cassazione.

2. Anche il terzo motivo, concernente l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, prescinde da un confronto critico con la motivazione della sentenza impugnata, ma propone una diversa lettura del compendio probatorio, valorizzando il dato costituito dall’accertamento che l’imputato, con la medesima utenza telefonica, aveva fatto numerose chiamate a utenze chiaramente funzionali a comunicazioni a contenuto osceno.

Ancora, a fronte dell’argomentazione che valorizza la volontarietà dell’atto di chiamare una certa utenza telefonica e l’iniziale contenuto della telefonata, l’impugnazione ha contrapposto un altro dato fattuale, ritenuto significativo di un errore dell’imputato nella chiamata: si tratta di un argomento di merito che presuppone una ri-lettura del compendio probatorio, attività preclusa al giudice di legittimità.

3. Con il primo motivo viene denunciato il difetto di motivazione in ordine all’accertamento del carattere molesto dell’unica telefonata effettuata.

In particolare, il motivo sostiene che la valutazione del carattere molesto della telefonata non era stata fondata su alcun elemento di prova, ma solo, apoditticamente, affermata.

Il motivo è articolato genericamente perché non si confronta con il dato, valorizzato dal primo giudice e fondato sul contenuto della testimonianza della persona offesa, costituito dal tenore delle espressioni rivolte dall’imputato alla donna.

Si tratta di frasi a contenuto osceno e volgare, che il primo giudice ha ritenuto, secondo il comune sentire, gravemente fastidiose e offensive per la sensibilità dell’interlocutrice.

Il motivo, che ha valorizzato solo che si sia trattato di un’unica telefonata, non ha proposto alcuna critica in ordine al principale argomento, fondato su un preciso dato fattuale, esposto dalla sentenza per ritenere molesta la telefonata.

Si tratta quindi di motivo articolato solo genericamente.

4. Con i motivi quarto e quinto si denuncia la mancanza di motivazione in ordine alla esclusione della esimente di cui all’art. 131 bis cod. pen. e al diniego delle attenuanti generiche.

I motivi sono manifestamente infondati, in quanto in capo al primo giudice non è sorto un obbligo di motivazione in ordine ai due punti oggetto dei motivi.

Dall’esame delle conclusioni delle parti all’udienza dibattimentale emerge che non è stata formulata una specifica richiesta di applicazione dell’esimente né di riconoscimento delle attenuanti generiche.

Ne consegue che il primo giudice non era tenuto a motivare sul punto, e quindi manifestamente infondata è la censura proposta con i motivi di ricorso menzionati.

5. Alla inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti a escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost., sentenza n. 186 del 2000), anche la condanna al versamento di una somma a favore della Cassa delle Ammende, che, tenuto anche conto della originaria qualificazione della impugnazione come atto di appello, si reputa equo determinare in Euro 4.000, 00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro quattromila in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso il 17.10.2018.

 


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1 Commento

  1. E cosa succede quando a proferire oscenità / volgarità non è il soggetto che effettua la chiamata telefonica bensì quello che la riceve (es.: addetto al call-centre di una società di utility ricontatta ex cliente, il quale ha cambiato gestore causa le inefficienze amministrativo-burocratiche e le angherie che è stato costretto a subire da parte dell’ex gestore; durante la telefonata l’ex cliente spiega all’addetto di non aver mai visto una società così di m…. e che secondo lui gli impiegati dell’ex gestore sono tutti un manico di imbecilli, ecc. ecc.[ma molto peggio] ) ?.
    NB: l’ex cliente è in grado di dimostrare documentalmente tutto il tempo che ha – inutilmente – perso, i fax inviati, le istanze, ecc.ecc.

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