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Cancro alla prostata: la chirurgia robotica

31 Dicembre 2018 | Autore:


> Salute e benessere Pubblicato il 31 Dicembre 2018



La chirurgia robotica presenta un’applicazione elettiva nel cancro alla prostata e affianca le tecniche classiche di intervento chirurgico per questa patologia.

Il tumore alla prostata è la neoplasia più frequente nel sesso maschile a partire dai cinquant’anni di età, la sopravvivenza è del 91% a cinque anni dalla diagnosi e si osserva una costante crescita a seguito degli esami di screening e della diagnosi precoce. La percentuale di mortalità risulta difficile da valutare tenendo presente che i decessi possono essere conseguenza del tumore oppure verificarsi per altri motivi in pazienti che avevano come comorbilità un tumore alla prostata. Il paziente a cui viene diagnosticato un cancro alla prostata è candidato all’intervento chirurgico che può essere eseguito con la chirurgia robotica. Cancro alla prostata: la chirurgia robotica in cosa consiste? Continua a leggere questo articolo per avere maggiori informazioni.

Il tumore alla prostata

La prostata è una ghiandola che appartiene all’apparato genitale maschile. Ha la forma di una castagna, si trova sotto la vescica e davanti al retto, circonda il primo tratto dell’uretra che costituisce il condotto che convoglia l’urina dalla vescica all’esterno. L’attività della prostata, regolata dal testosterone, è quella di produrre una parte del liquido seminale.

Il tumore alla prostata presenza un’eziologia multifattoriale in cui intervengono fattori ambientali e fattori genetici, si individuano quali fattori di rischio:

  • età: la frequenza del tumore aumenta con l’età;
  • etnia: è maggiormente a rischio la popolazione afroamericana a causa degli elevati livelli di androgeni circolanti;
  • fattori ormonali: l’insorgenza del tumore risulta più frequente in individui con elevati livelli di testosterone ematico;
  • familiarità: nel 25% dei casi il tumore si manifesta in pazienti che avevano un familiare con tumore alla prostata; nel 9% si hanno forme ereditarie;
  • mutazioni genetiche: BRCA1 e BRCA2;
  • stile di vita: sedentarietà, dieta con un eccessivo apporto calorico e ricca di grassi;
  • altri fattori: comportamento sessuale, infiammazione cronica, esposizione professionale;
  • ridotta esposizione a fattori protettivi quali vitamina A e D, oligoelementi, antiossidanti.

La causa del tumore alla prostata è sconosciuta pertanto non è possibile effettuare una prevenzione primaria, tuttavia una diagnosi precoce può influenzare l’evoluzione naturale della malattia e ridurne la mortalità.

Il dosaggio del PSA ematico rappresenta un buon indicatore, ma i pareri circa l’utilizzo di tale esame come screening sono contrastanti e a tal riguardo si consiglia:

  • non eseguire il test in assenza di sintomi o fattori di rischio;
  • in uomini di età compresa tra 40 e 50 anni, in presenza di fattori di rischio, valutare caso per caso;
  • in individui di età superiore ai cinquantacinque anni, la decisione di sottoporsi al test è una scelta individuale concordata col medico di fiducia che espone i rischi e i benefici dell’esame;
  • non si dovrebbe eseguire il test dopo i settant’anni in quanto i rischi di falsi positivi e i danni possibili dovuti alla biopsia superano i benefici.

I valori di PSA che rappresentano un fattore di rischio e necessitano di monitoraggio sono:

  • >1ng/ml tra 40 e 50 anni;
  • >2 ng/ml a 60 anni;
  • >3 ng/ml tra 50 e 70 anni.

Il tumore alla prostata: sintomi e diagnosi

I sintomi del tumore alla prostata possono essere assenti oppure possono presentarsi con un quadro clinico non specifico della patologia ma riferibile anche a un’ipertrofia prostatica benigna o a una prostatite (infiammazione della prostata):

  • aumento della frequenza delle minzioni sia diurne che notturne;
  • difficoltà a iniziare a urinare;
  • debolezza del getto;
  • sensazione di mancato svuotamento;
  • saltuaria difficoltà all’erezione e presenza di sangue nello sperma.

La diagnosi di cancro alla prostata richiede:

  • esplorazione rettale: si effettua in presenza di sintomi che facciano sospettare una patologia prostatica. Il tumore prostatico insorge nella parte periferica della ghiandola per cui è possibile evidenziare il nodulo neoplastico con la semplice palpazione;
  • dosaggio ematico di biomarcatori: PSA (antigene prostatico specifico) totale e libero, PCA3 (prostate cancer gene 3);
  • ecografia transrettale: esame importante per la biopsia prostatica;
  • agobiopsia prostatica: costituisce l’esame in grado di dare la certezza diagnostica.

In presenza di diagnosi di cancro alla prostata, è necessario procedere alla stadiazione della neoplasia che consiste nel valutare l’estensione della neoplasia, la diffusione ai tessuti circostanti e l’eventuale presenza di metastasi a distanza. In base alla stadiazione del tumore è possibile stabilire un protocollo terapeutico e una prognosi.

Il tumore alla prostata: trattamento

Il tipo di trattamento del cancro alla prostata viene deciso non solo in base al tipo di tumore (estensione e aggressività della neoplasia) ma anche ai fattori individuali del paziente quali aspettativa di vita e patologie coesistenti, infatti il decesso di molti uomini con un cancro alla prostata è conseguenza di altre malattie.

Nel definire le possibili opzioni terapeutiche, si valutano le diverse possibilità:

  • nella neoplasia confinata alla prostata il trattamento ha l’obiettivo di eradicare il tumore, le diverse scelte terapeutiche devono attenersi alle preferenze del paziente: sorveglianza attiva, prostatectomia radicale, radioterapia, brachiterapia;
  • nei casi di neoplasia prostatica ed extraprostatica le terapie hanno lo scopo di tenere sotto controllo la malattia con una combinazione di diversi approcci: radioterapia associata ad ormonoterapia, in casi selezionati chirurgia associata o meno a radioterapia e/o ormonoterapia;
  • in pazienti con malattia metastatica la terapia è palliativa e sintomatica.

L’intervento chirurgico per il cancro alla prostata è la prostatectomia totale (asportazione della prostata, delle vescicole seminali e del tessuto circostante) con conservazione, se possibile, della continenza urinaria e della capacità erettile.

Le tecniche utilizzate sono:

  • prostatectomia con la tecnica classica a cielo aperto;
  • prostatectomia per via laparoscopica;
  • prostatectomia per via laparoscopica robot-assistita.

La chirurgia robotica

L’impiego dei robot nella chirurgia inizia a partire dagli anni ottanta. Attualmente i sistemi maggiormente utilizzati sono il da Vinci e l’ALF-X (utilizzato soprattutto in campo ginecologico), permettono la chirurgia videoassistita quindi l’operatore, seduto alla consolle, può svolgere l’attività con ampi gradi di libertà (rotazione del polso di ampiezza superiore rispetto al chirurgo), maggiormente complesse e di grande precisione (esecuzione di anastomosi).

L’ultima versione del da Vinci presenta quattro braccia interscambiabili, un sistema di puntamento laser, sistema elettrochirurgico integrato, feedback visivi per la visualizzazione degli strumenti. L’utilizzo della piattaforma è possibile dopo un programma di formazione specifica.

Il sistema da Vinci è composto da:

  • consolle chirurgica: rappresenta il centro di controllo. Il chirurgo osserva il campo operatorio attraverso un visore, tramite due manipolatori e una pedaliera controlla il sistema operatorio e gli strumenti che consentono movimenti con un ampio grado di libertà;
  • carrello paziente: dotato di quattro braccia che comandano l’endoscopio e gli strumenti chirurgici;
  • carrello visione: sistema di elaborazione delle immagini.

L’ultima versione del da Vinci consente di eseguire la procedura chirurgica con un unico punto di accesso rendendo l’intervento chirurgico ancora meno invasivo.

Il da Vinci non è un robot nell’accezione che si dà a questo termine, cioè non è in grado, una volta programmato, di eseguire in autonomia una determinata procedura, infatti viene guidato, manovrato e azionato dal chirurgo. Le procedure robotiche hanno avuto negli ultimi anni una notevole diffusione e la prostatectomia radicale rappresenta, tra gli interventi chirurgici, quello più frequentemente eseguito.

La chirurgia robotica presenta notevoli differenze rispetto alla chirurgia tradizionale:

  • viene eseguito in laparoscopia, cioè vengono eseguite piccole incisioni cutanee attraverso le quali si introducono gli strumenti;
  • si ha una visione tridimensionale che permette di agire con grande precisione soprattutto quando si deve prestare particolare attenzione a rispettare strutture anatomiche importanti o eseguire dissezioni molto sottili.

Il tumore alla prostata: la prostatectomia

La prostatectomia radicale rappresenta il trattamento chirurgico del cancro alla prostata, consiste nell’asportazione della prostata, delle vescichette seminali e dei linfonodi regionali. Nel corso dell’intervento, dopo l’asportazione della prostata, si provvede ad anastomizzare la vescica con l’uretra. A seguito dell’intervento il paziente sarà sterile e avrà un orgasmo senza eiaculazione.

L’intervento chirurgico può essere eseguito:

  • tecnica classica a cielo aperto: si esegue un’incisione sovrapubica tra ombelico e pube. Con la tecnica nerve-sparing vengono risparmiati i tessuti deputati all’erezione;
  • tecnica laparoscopica: si incide l’addome, per circa un centimetro, in diversi punti e si inseriscono gli strumenti. Consente una rapida ripresa del paziente;
  • tecnica laparoscopica robot assistita: si utilizza il robot da Vinci che permette di operare con un ingrandimento di circa venti volte e consente una visione in 3 dimensioni. Permette una riduzione delle perdite ematiche, del dolore, è minore il rischio di infezione della ferita chirurgica, si ha una riduzione dei giorni di degenza.

Gli effetti collaterali della prostatectomia radicale sono rappresentati dall’incontinenza urinaria e dalla difficoltà o impossibilità all’erezione.

La prostatectomia robot assistita è una metodica che sta progressivamente diventando sempre più frequente per la minore invasività dell’intervento, per la maggiore facilità di esecuzione e per le capacità di articolazione dei bracci robotici e degli strumenti laparoscopici.

L’esito dell’intervento, sia funzionale che oncologico, dipende fondamentalmente dall’esperienza del chirurgo piuttosto che dalla tecnica impiegata (a cielo aperto, laparoscopica, robotica).


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