Diritto e Fisco | Editoriale

La crisi economica si combatte con pochi ma efficaci rimedi

21 Novembre 2011 | Autore:
La crisi economica si combatte con pochi ma efficaci rimedi

Per combattere la crisi economica sono necessari tempi brevi dei processi ed esecuzioni forzate sicure con registro dei cattivi pagatori.

Tempi lunghi dei processi e scarsa tutela dei crediti: queste le principali cause della crisi economica.

Uno Stato si regge su due colonne: l’istruzione e la giustizia.

Quella dell’istruzione, da noi, è crollata già diverse riforme fà.

Quella della giustizia pure.

In Italia, un processo civile dura in media 960 giorni per il primo grado e 1509 per l’appello. Nel penale, invece, la media è di 426 giorni per il primo grado e 730 per il secondo. Ciò significa che, per recuperare un credito occorrono circa 1210 giorni, contro i 331 in Francia, 350 in Inghilterra, 394 in Germania e 515 in Spagna. Per incassare assegni a vuoto, nel nostro Paese sono necessari 645 giorni, mentre in Olanda solo 39.

Il primo effetto di questa lentezza giudiziaria è la scarsa forza dissuasiva che, la minaccia di un’azione giudiziaria, genera sul debitore. Una cosa è il non pagare i propri crediti, sapendo che la sentenza di condanna arriverà con la generazione successiva; un’altra è non pagare sapendo che, entro la fine dell’anno, ci si vedrà piombare una istanza di fallimento.

Il secondo effetto è che, rendendo aleatori i pagamenti, la crisi di liquidità di un’azienda si spalma sulle altre. Se una società non riesce a riscuotere i crediti, entra in stato di insolvenza che non le consente, a sua volta, di pagare i fornitori. Anche questi ultimi, di conseguenza, subiranno difficoltà economiche: e così via, in un continuum senza fine. L’insolvenza è come un virus: se non viene bloccata alla prima infezione, si diffonde incontrollabilmente.

A questo si aggiunga un’altra considerazione. In Italia, chi non ha risorse economiche per pagare i creditori non sconta alcuna sanzione. I latini dicevano “nemo ad impossibilia tenetur”: nessuno può essere costretto a fare qualcosa che per lui è impossibile. Per cui, se l’imprenditore non ha beni intestati né conti correnti, qualsiasi esecuzione forzata è inutile e, senza portare a risultati, si risolve solo in un aggravio di spese per il creditore.

Ben sappiamo, però, che quanto appare sulla carta spesso non coincide con la realtà. Ecco che, alla guida di auto di lusso, si trovano non poche volte imprenditori nullatenenti.

Dall’altro lato, chi non paga una banca viene però iscritto in una centrale rischi, con conseguenze tutt’altro che lievi. Questo si risolve in una discriminazione tra due soggetti (la banca e il fornitore) che, alla fine dei conti, sono entrambi privati e per i quali opera la stessa disciplina civilistica. La Crif non è altro che un esercizio di autotutela concesso agli Istituti di Credito, ma mai esteso agli altri settori economici.

Una delle possibili carte che le nostre riforme possono ancora giocarsi è appunto questa: prevedere un Registro dei non-pagatori nei confronti di quanti, anche a seguito di un’esecuzione forzata, non hanno onorato i propri impegni economici. Se un malato è infetto, viene posto in quarantena per il bene della collettività. Non possiamo ammettere che un soggetto, che pretende di operare sul mercato, pur essendo dichiarato insolvente dall’ufficiale giudiziario, possa continuare a stipulare contratti, senza che la controparte ne sia messa al corrente. Per rendere nota a tutti l’affidabilità di un imprenditore è necessario che la sua vita venga “schedata”.

La cosa non deve fare ribrezzo perché questo sistema già esiste, ma è a favore soltanto di una lobby, quella delle banche: che, peraltro, godono di sistemi di stabilità tali per cui, l’insolvenza di un cliente non genera gravi conseguenze. Non è così invece, come abbiamo detto, per i privati, dove la crisi di un’azienda si trasforma irrimediabilmente nella crisi delle altre ad essa collegate.

A chi crede che c’è sempre l’arma del fallimento, devo dare una delusione. La legge fallimentare è stata, recentemente, riformata. Solo chi ha debiti superiori a 30 mila euro può fallire. In tutti gli altri casi, i creditori devono rinunciare ai loro diritti.

L’ultimo e conseguente effetto di questo sistema è che i capitali stranieri non vengono investiti in Italia. Quale azienda estera vorrà fissare una filiale in un Paese dove è impossibile tutelare i propri diritti?

Mi viene in mente un altro controsenso della nostra legge. Quando un imprenditore non paga i dipendenti e a questi ultimi viene fatto credere che l’azienda prima o poi onorerà gli impegni, essi, pur continuando a prestare i loro servigi “gratuitamente”, sono tenuti all’obbligo di non concorrenza con l’imprenditore. Mi spiego meglio.

L’art. 2105 del codice civile vieta al lavoratore subordinato di svolgere altre attività per conto di terzi che possano essere in concorrenza con il datore di lavoro. E quest’obbligo permane anche durante l’insolvenza dell’imprenditore.

Ci sono casi in cui, per un anno intero, i salari non vengono erogati e i dipendenti si trovano “congelati”, non potendo né lavorare per altre aziende, né mantenere le proprie famiglie (quel che si dice “cornuti e mazziati“).

Sarebbe opportuno prevedere, allora, una deroga all’art. 2105 tutte le volte in cui la “corrispettività” del rapporto di lavoro subisce “lesioni” di tale tipo. In altre parole, bisognerebbe escludere il divieto per il lavoratore di attività concorrenti ogni qual volta non riceve il puntuale salario.

Come è possibile vedere, le riforme sono tutt’altro che miopi, bensì presbiti: non vedono che le soluzioni migliori sono proprio là, davanti agli occhi.



1 Commento

  1. Proprio oggi, Vietti, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura ha dichiarato le seguenti parole.l “Tre gradi di giudizio indipendentemente dalla natura e dal valore della controversia, sono un lusso che non ci possiamo più permettere”.
    Per ridurre i tempi della Giustizia, sostiene Vietti, ci sono due alternative: modificare i criteri oggi vigenti per il ricorso in Cassazione, oppure introdurre un filtro di ammissibilita’ per gli appelli.
    “O, addirittura – aggiunge Vietti – c’e’ un’ipotesi ancora piu’ delicata, che e’ quella di eliminare direttamente l’appello”.
    “Il sistema americano – conclude Vietti – non ha l’appello o comunque ce l’ha assolutamente discrezionale. Noi, invece, anche per una contravvenzione stradale facciamo tre gradi di giudizio.”

    Siamo alle solite: lo Stato fallisce e poi fa ricadere le conseguenze delle proprie incapacità sui diritti del cittadino.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube