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Pagamento dello stipendio: entro quando?

31 Dicembre 2018 | Autore:
Pagamento dello stipendio: entro quando?

Esiste una norma che stabilisce entro quando viene pagato lo stipendio? Cosa posso fare se il mio datore di lavo mi paga sempre in ritardo?

Ogni mese la solita storia. Il tuo datore di lavoro è sempre in ritardo con il pagamento del tuo stipendio. E a volte accumuli addirittura 1 o 2 mesi di stipendio. La scusa è sempre la stessa: attualmente non abbiamo contanti in banca, ma tranquillo che a giorni riceverai il bonifico. La situazione inizia a stancarti, anche perché ricevere in ritardo l’accredito sul tuo conto corrente bancario anche solo per un paio di giorni ti causa innumerevoli difficoltà economiche. Riesci ad arrivare a stento a fine mese, figurati se poi ricevi anche lo stipendio in ritardo. Inizi a chiederti se la legge in tali casi ti viene in aiuto, ossia se prevede un termine entro il quale far valere il tuo diritto di ricevere il pagamento.

Pagamento dello stipendio: entro quando? È questa la domanda ricorrente che ti gira per la testa per ovviare tale problema. Ebbene, iniziamo col dire che non esiste una norma specifica che stabilisce una scadenza univoca entro la quale il datore di lavoro è tenuto ad adempiere al suo dovere. In tali casi, infatti, bisogna fare riferimento ai Ccnl (Contratti collettivi nazionali del lavoro). Sono i contratti collettivi dunque a stabilire entro quando il lavoratore deve ricevere lo stipendio. Ma cosa fare se il tuo datore di lavoro ti paga sempre in ritardo? È possibile fare immediatamente causa? Ecco quello che devi sapere sulle tempistiche e modalità di accredito del tuo stipendio.

Quali sono i termini per ricevere lo stipendio?

Come detto poc’anzi, per capire quali sono i termini per ricevere lo stipendio sul proprio conto corrente bancario, bisogna partire dal contratto collettivo applicato dal datore di lavoro. Qui è possibile comprendere il limite massimo entro cui è lecito perdonare il ritardo dello stipendio. In via generale, la maggior parte dei contratti collettivi prevede che lo stipendio debba essere corrisposto dal datore di lavoro entro il giorno 10 del mese successivo.

Quindi, ad esempio, per il mese di settembre lo stipendio dovrà risultare accreditato entro il giorno 10 del mese di ottobre. Si evidenzia che il predetto termine non deve essere inteso come scadenza entro la quale il datore di lavoro effettua il bonifico bancario, bensì come termine entro il quale il lavoratore deve ricevere l’accredito sul suo conto. Dunque, i soldi devono essere già materialmente disponibili e utilizzabili dal lavoratore.

Da notare che altri contratti collettivi prevedono anche termini diversi. Come ad esempio il giorno 27 del mese stesso. In tal caso, ad esempio, lo stipendio del mese di settembre deve essere accredito entro il 27 del mese stesso.

Esiste, tuttavia, un regola che deroga al predetto principio esclusivamente per il mese di dicembre e per la tredicesima. In tali casi, il pagamento della busta paga deve avvenire entro il 12 gennaio dell’anno successivo.

E se il tuo Ccnl nulla prevede in merito al termine di pagamento dello stipendio? Come bisogna regolarsi? In quest’ultimo caso, lo stipendio deve essere accreditato alla fine di ogni mese, ossia il 30 o il 31.

È bene comunque tenere presente che le parti, ossia il datore di lavoro e il lavoratore, possono concordarsi su un termine diverso rispetto al quanto contenuto nel Ccnl.

Cosa possono fare se lo stipendio viene pagato in ritardo?

Una volta che hai compreso il termine entro il quale dovresti ricevere il pagamento, ed effettivamente risulta in ritardo, occorre sapere le azioni che potresti intraprendere per far valere il tuo diritto. Sul punto, c’è da dire che naturalmente se lo stipendio ti viene pagato in ritardo per pochi giorni o per un sola mensilità, non è di per sé motivo valido per agire contro il datore di lavoro o per dimettersi per giusta causa. È possibile invece intraprendere azioni legali quando il pagamento ritardato diventa una situazione che si ripete in maniera sistematica nel tempo.

Al fine di vedere riconosciuto il tuo diritto di ricevere lo stipendio entro i termini prestabiliti è possibile seguire i seguenti passi, che prevedono delle azioni graduali in base alle azioni del datore di lavoro. Innanzitutto è possibile:

  1. sollecitare il tuo datore di lavoro al pagamento dello stipendio mediante raccomandata A.R. o Pec (posta elettronica certificata). Cosa deve contenere la lettera? Tutti gli elementi riguardanti il mancato pagamento, ossia la mensilità o le mensilità non pagate, l’avviso che non è stato ricevuto lo stipendio e i dati bancari per l’accredito;
  2. se l’esito non ha avuto gli effetti sperati, si può procedere con la lettera di diffida a firma dell’avvocato con preavviso di azioni legali, inviata con Pec o con raccomandata A.R.;
  3. come terzo step è possibile passare alla conciliazione presso l’Itl (Ispettorato nazionale del lavoro). Si tratta del cosiddetto tentativo di conciliazione monocratico che è rivolto a sollecitare un’ispezione all’azienda. Cosa deve fare il lavoratore in questi casi? Ebbene, basta recarsi all’Itl territorialmente competente e presentare l’esposto all’ispettore il quale convocherà l’azienda e tenterà di definire la morosità con un incontro tra le parti;
  4. infine, è possibile passare alla richiesta di decreto ingiuntivo in tribunale. In sostanza, il giudice emette l’ingiunzione solo sulla base della prova scritta del credito, senza convocare la controparte. Nei 60 giorni successivi, il decreto va notificato all’azienda la quale, entro 40 giorni, può fare opposizione oppure pagare. Se né paga, né si oppone si procede al pignoramento.

Questi sono, in breve, le azioni che è possibile seguire in caso di sistematico ritardo del tuo stipendio, o se addirittura non ti vengono versate diverse mensilità arretrate. Si ricorda che nel quarto caso, ossia in caso di azione giudiziaria, il giudice nel condannare il datore di lavoro determina anche gli interessi legali da applicare alla somma non corrisposta e l’entità della rivalutazione monetaria.

Come retribuire il lavoratore?

In merito all’accredito dello stipendio, si ricorda che dal 1° luglio 2018 sono entrare in vigore delle nuove regole [1]. Da tale data, infatti, i datori di lavoro o committenti non possono più retribuire per mezzo di denaro contante direttamente il lavoratore, qualunque sia la tipologia del rapporto di lavoro instaurato. A tal fine, infatti, i datori di lavoro potranno servirsi esclusivamente di mezzi tracciati, in quanto la transazione dovrà essere registrati obbligatoriamente da una banca o un ufficio postale.

Il divieto di retribuire in contanti il lavoratore/collaboratore riguarda tutti quei rapporti svolti in qualsiasi forma e indipendentemente dalla durata del rapporto stesso.

Rimangono, invece, esclusi dall’obbligo di retribuire il lavoratore con i mezzi telematici:

  • i rapporti di lavoro instaurati con le pubbliche amministrazioni [2];
  • i rapporti di lavoro nell’ambito di applicazione dei contratti collettivi nazionali per gli addetti a servizi familiari e domestici (comunemente chiamati “colf e badanti”), stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale.

Come versare lo stipendio?

I datori di lavoro o i committenti dovranno corrispondere ai lavoratori la retribuzione esclusivamente attraverso una banca o un ufficio postale, ossia mediante:

  • bonifico sul conto identificato dal codice IBAN indicato dal lavoratore;
  • strumenti di pagamento elettronico;
  • pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
  • emissione di un assegno consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato. L’impedimento s’intende comprovato quando il delegato a ricevere il pagamento è il coniuge, il convivente o un familiare, in linea retta o collaterale, del lavoratore, purché di età non inferiore a sedici anni”.

L’obbligatorietà del pagamento telematico non riguarda solo ed esclusivamente la retribuzione mensile percepita dal lavoratore, ma anche ogni anticipo di essa. Ergo, un dipendente che per esempio dal 1° luglio 2018 chiedesse al proprio datore di lavoro un anticipo del proprio trattamento di fine rapporto, fermo restando l’esistenza dei requisiti previsti dalla vigente normativa, dovrà ricevere l’intero importo sul mezzo di pagamento telematico concordato.

Sul punto, dell’Ispettorato nazione del lavoro [3] ha inteso far rientrare nell’ambito degli strumenti di pagamento elettronico anche le carte di credito prepagate intestate al lavoratore, anche laddove le stesse non siano legate ad alcuni codice IBAN. In tal caso, il datore di lavoro avrà l’obbligo di conservare le ricevute, affinché possano essere esibite in occasione di eventuali accessi ispettivi.

Quali sanzioni in caso di pagamenti dello stipendio in contanti?

Ma cosa succede se il datore di lavoro paga lo stipendio in contanti, in contrasto con le vigenti norme? Ebbene, in tali casi si applica una sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma da 1.000 euro a 5.000 euro.

A tal proposito, in caso di contestazione dell’illecito al trasgressore, non è possibile ricorrere all’istituto della diffida [4]. Ciò in considerazione del fatto che l’illecito non è materialmente sanabile. Ragione per cui la sanzione sarà determinata nella misura ridotta [5] di un terzo, pari a 1.667 euro e, in caso di mancato versamento, sul codice tributo “741T”, l’autorità competente a ricevere il rapporto, è l’Ispettorato territoriale del lavoro.

È bene ricordare, inoltre, che avverso il verbale di contestazione e notificazione adottato dagli organi di vigilanza è possibile presentare ricorso amministrativo al Direttore della sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro entro 30 giorni dalla sua notifica. Entro il medesimo termine è altresì possibile presentare scritti difensivi all’Autorità che riceve il rapporto.

Sul punto, l’Inl ha chiarito che la sanzione non si applica in relazione al numero dei lavoratori interessati dalla violazione, bensì ai mesi violati. Per esempio, se un datore di lavoro viole le norme per 2 mesi, in relazione a 3, lavoratori, dovrà scontare una sanzione pari 3.333,32 euro (1.666,66 * 2). Lo stesso importo sarebbe stato pagato anche per un numero maggiore o minore di lavoratori oggetto di violazione.

note

[1] Art. 1, co. da 910 a 914 della L. 27 dicembre 2017, n. 205.

[2] Art. 1, co. 2, del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165.

[3] Inl, Nota n. 5828 del 4 luglio 2018.

[4] Art. 13, co. 2 del D.Lgs. n. 124/2004

[5] Art. 16 L. n. 689/1981.


1 Commento

  1. Buongiorno. Vorrei esporvi la mia attuale situazione. Ero socia di una ditta, poi il responsabile ha contratto alcuni debiti e ci ha messo nei casini. Inoltre, non mi ha pagato per tantissimi mesi. Ho rimandato il matrimonio per questo motivo. Ora, ho agito per vie legali ed ho diritto al pagamento degli arretrati ecc. Grazie ad un bravo avvocato sono riuscita a recuperare il mio stipendio. Cioè da socia non percepivo guadagni, vi rendete conto? Vai a fidarti di chi ostenta capacità imprenditoriali e manageriali…Alla fine, io ed i miei colleghi lo abbiamo sollecitato a lasciare il posto. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene.

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