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Assegno mantenimento moglie lavoratrice

21 Novembre 2018


Assegno mantenimento moglie lavoratrice

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Novembre 2018



Assegno divorzile e di mantenimento: se la moglie ha un posto e un proprio stipendio che importo può chiedere per gli alimenti all’ex marito?

Tu e tua moglie vi state per separare. Lei vuole che tu la mantenga e ti ha chiesto 300 euro al mese. Tu invece non vuoi darle nulla: ha già un lavoro e il suo stipendio, per quanto inferiore al tuo, le consente di vivere dignitosamente. L’avvocato ti ha detto che ora le regole sul mantenimento all’ex moglie sono cambiate: la Cassazione ha emesso due sentenze che hanno rivoluzionato la materia, privilegiando le casalinghe e le donne con più di cinquant’anni che non sono più in grado di lavorare. Invece quelle giovani o con un’occupazione devono mantenersi da sole. Tua moglie invece insiste: il suo difensore invece le ha detto che le spettano gli alimenti. Chi tra voi due ha ragione? Com’è regolato dalla legge l’assegno di mantenimento alla moglie lavoratrice? A spiegarlo è ancora una volta la giurisprudenza che, preso atto del mutato orientamento in tema di divorzio, ha stilato un vero e proprio vademecum a cui le coppie dovranno, d’ora innanzi, adeguarsi.

Di tanto parleremo qui di seguito. Spiegheremo cioè in quali casi va versato l’assegno di mantenimento e quando invece l’ex coniuge scampa all’obbligo. Se invece ti stai chiedendo a quanto ammonta l’assegno di mantenimento all’ex moglie ti consiglio di leggere le numerose guide che abbiamo già pubblicato sull’argomento tra cui, ad esempio, Mantenimento: come si calcola.

Quanti tipi di mantenimento esistono?

Ciò che comunemente viene chiamato «mantenimento» o, in modo ancora più inappropriato, «alimenti» deve essere distinto in due diversi concetti. Da un lato abbiamo infatti l’assegno di mantenimento che è l’importo mensile che il coniuge più benestante deve versare all’ex subito dopo la separazione. Dall’altro lato abbiamo l’assegno divorzile che, invece, è l’importo che un coniuge deve versare all’altro, se questo non è in grado di mantenersi, a partire dal quando viene pronunciato il divorzio.

Apparentemente i due “assegni” sembrano la stessa cosa. In realtà c’è una profonda differenza. E questa differenza è stata marcata da una sentenza della Cassazione del 10 maggio 2017 [1]. Cercheremo di spiegarlo qui di seguito in modo molto semplice:

  • l’assegno di mantenimento deve tendere a garantire al coniuge più “povero” lo «stesso tenore di vita» che aveva quando ancora la coppia era sposata. Il che significa che l’importo sarà tanto più elevato quanto più benestante è il coniuge che lo deve versare. Lo scopo del mantenimento è quindi creare un cuscinetto, ripristinando lo stesso tenore di vita della famiglia, subito dopo il distacco della coppia. In una situazione, ad esempio, in cui il marito guadagna 4mila euro al mese e la moglie solo 300, il mantenimento non potrà essere inferiore a 1.000 euro, cui si aggiungerà anche quello dovuto ai figli (se presenti). Insomma, scopo dell’assegno di mantenimento è andare a parificare la condizione economica dei due ex coniugi, coprendo gli eventuali divari di reddito che vi sono (tenendo comunque conto delle maggiori spese che dovrà sostenere colui che viene obbligato a pagare l’assegno);
  • l’assegno divorzile (o assegno di divorzio) sostituisce l’assegno di mantenimento nel momento in cui la coppia divorzia. Il suo scopo non è più rivolto a garantire lo stesso tenore di vita che il coniuge più debole economicamente aveva durante il matrimonio, ma solo la sua autosufficienza [1]. Il che significa che se il coniuge ha già un reddito proprio o uno stipendio che gli consente di vivere e di mantenersi, non ha diritto al tale importo mensile. Attenzione però: per evitare sperequazioni, le Sezioni Unite della Cassazione [2] hanno anche detto che bisogna tener conto dell’eventuale apporto che il coniuge più “povero” ha dato, durante il matrimonio, al patrimonio familiare e dell’ex, ricompensandolo attraverso l’assegno divorzile. In parole povere: la moglie che, per anni, si è occupata della famiglia e dei figli, rinunciando alla carriera e consentendo così al marito di concentrarsi sul lavoro (divenendo anche più ricco), ha ugualmente diritto ad essere mantenuta.

Mantenimento: chi lo deve versare?

Anche se, comunemente, si ritiene che il mantenimento sia sempre addossato a carico dell’uomo, la legge non dice questo. Difatti a dover versare l’assegno di mantenimento o quello divorzile è semplicemente il coniuge con il reddito più elevato dell’altro che ben potrebbe essere la donna in una famiglia in cui il marito è stato da poco licenziato, è disoccupato o in cassa integrazione.

Il mantenimento va versato a prescindere da eventuali colpe nella separazione. Ciò vuol dire che se marito e moglie si separano senza che nessuno dei due sia responsabile per il venir meno dell’unione, il mantenimento scatta ugualmente in quanto misura assistenziale.

Quando il mantenimento non deve essere versato

Il mantenimento non va mai versato se il coniuge più “povero” è responsabile per la cessazione dell’unione familiare. Egli deve cioè aver subito quello che tecnicamente si chiama addebito. In pratica, il giudice deve aver accertato una sua violazione degli obblighi connessi al matrimonio: fedeltà, convivenza, assistenza morale e materiale. Così, la donna disoccupata che ha tradito il marito o che è scappata di casa o che, nonostante l’uomo fosse malato, non lo ha mai accudito non potrà chiedere il mantenimento.

Il mantenimento non va versato neanche nel caso in cui i due coniugi hanno un reddito uguale o molto simile. Si pensi ad esempio a una famiglia in cui sia il marito che la moglie sono insegnanti o dipendenti con lo stesso inquadramento contrattuale. Non sussistendo disparità di reddito, non ci sarà obbligo di mantenimento.

Dal lato opposto c’è anche la condizione di due coniugi completamente nullatenenti e privi di lavoro: se marito e moglie sono disoccupati e indigenti, nessuno dei due dovrà versare il mantenimento all’ex.

C’è poi l’ipotesi del coniuge più povero o disoccupato, ma ancora giovane, con una formazione scolastica e/o lavorativa, pertanto capace di trovare un’occupazione. In questo caso, secondo la Cassazione, non spetta l’assegno divorzile quando la moglie (o il marito) non ha dimostrato di aver cercato un lavoro e di non averlo trovato. Insomma, secondo l’attuale giurisprudenza non basta dire soltanto di avere un reddito più basso o inesistente ma bisogna anche fornire la la prova di essersi dati animo di cercare un’occupazione. Questo per non favorire situazioni assistenziali, dove un coniuge, ottenuto il mantenimento, rimane in panciolle.

Quando il mantenimento deve essere versato

Sul versante opposto, le situazioni in cui il mantenimento deve essere versato sono quelle in cui uno dei due coniugi è inabile al lavoro e non più in grado di mantenersi per motivi di salute; o quando ha superato i 45/50 anni di età e, dopo aver badato per molti anni alla casa, non ha più contatti con il mondo del lavoro o, comunque, ha superato l’età per sperare in una assunzione. Allo stesso modo va mantenuto l’ex coniuge che, disoccupato, ha dimostrato di aver fatto di tutto per trovare un posto.

Assegno di mantenimento alla moglie che lavora

Alla luce di quanto detto possiamo tracciare le conclusioni e stabilire se è dovuto l’assegno di mantenimento alla moglie lavoratrice.

Sicuramente l’assegno di mantenimento (quello cioè dovuto dopo la separazione) deve essere versato se il marito guadagna molto di più della donna. E ciò perché, come abbiamo detto, lo scopo di tale sostegno è di eliminare eventuali divari economici tra i due.

Diverso è il discorso per quando riguarda l’assegno divorzile. Qui, come si è detto, lo scopo è quello di garantire l’autosufficienza dell’ex. Per cui:

  • se la moglie ha un lavoro full time, non avrà alcun diritto al mantenimento essendo questo già sufficiente per una indipendenza economica;
  • se la moglie ha un lavoro part time, il cui stipendio è minimo (ad esempio 400-500 euro al mese), l’assegno di mantenimento verrà riconosciuto ma in misura inferiore rispetto a quando sarebbe riconosciuto a una donna disoccupata.

Sulla questione dell’assegno di mantenimento all’ex moglie col part time c’è una interessante sentenza del Tribunale di Roma [3] secondo cui all’ex coniuge che ha già un part-time non spetta il mantenimento nella misura in cui lo stipendio che già possiede gli consente di tirare avanti. Anche il tribunale di Trieste [4] ha escluso il diritto all’assegno divorzile per la moglie con un part-time se questa non chiede prima al proprio datore di lavoro un estensione delle ore (da part-time a full-time) e l’azienda gliele nega. Leggi No aumento del mantenimento alla moglie col part-time.

Casa alla moglie che lavora

Il fatto che l’ex moglie abbia un proprio reddito e non possa chiedere il mantenimento non esclude però che le possa essere riconosciuta la casa familiare, ma solo a condizione che:

  • la coppia abbia avuto figli e questi non siano ancora autonomi o andati a vivere da soli;
  • i figli siano stati collocati presso la madre con cui dormiranno per gran parte della settimana.

Difatti l’assegnazione della casa non è una misura di sostegno del reddito per il coniuge più povero ma solo un mezzo per tutelare i figli a vivere in modo meno accentuato il disagio della separazione e crescere nello stesso habitat domestico.


note

[1] Cass. sent. n. 11504/2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[3] Trib. Roma, sent. n. 11504/2017.

[4] Trib. Trieste, sent. n. 509/18.

Autore immagine: 123rf com


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