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Come fare causa al datore di lavoro

21 novembre 2018 | Autore:


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Motivi e modi per portare l’azienda in tribunale: dal licenziamento illegittimo al mancato stipendio, dal mobbing all’infortunio e alle molestie: come agire?

Dare la massima disponibilità e cercare di evitare discussioni e polemiche al lavoro sono sempre delle buone regole da seguire. Ma quando è troppo è troppo. Essere costretti a «stare in campana», cioè a rispondere alle richieste del datore 24 ore su 24 e 7 giorni alla settimana senza poter fare dei programmi perché potrebbe arrivare la sua chiamata, subire delle umiliazioni o dei richiami senza motivo (magari davanti ai colleghi), essere eternamente sottopagati o dover attendere lo stipendio per chissà quanto tempo (mentre la banca non aspetta e scala dal tuo conto la rata del mutuo o dell’auto) non solo logora a lungo andare ma fa scattare la voglia di giustizia. Il problema è come fare causa al datore di lavoro.

Puoi pensare: «Chissà quanto mi costa, tanto la vincerà lui». Non è sempre così. Intanto, se puoi provare le angherie subite e lo sfruttamento di cui sei vittima, hai buone probabilità di vincere davanti al giudice del lavoro. E, inoltre – e questa è un’ottima notizia per il dipendente –, se il motivo della causa al datore di lavoro è un licenziamento illegittimo, la Corte Costituzionale ha stabilito che non è legittimo far pagare al lavoratore le spese legali anche se dovesse perdere in tribunale. Cosa che, invece, deve fare l’azienda.

Ci sono diversi motivi per fare causa al datore di lavoro. Senza arrivare al licenziamento illegittimo, che forse è una delle ragioni più diffuse per cui si arriva davanti al giudice, pensa, ad esempio, a chi mese dopo mese attende che gli venga pagato lo stipendio e, quando prova a chiedere spiegazioni, si sente dire che l’azienda è in difficoltà e che bisogna avere un po’ di pazienza. La pazienza, però, ha un limite e non è una virtù conosciuta dalle banche, da altri creditori o dallo stomaco dei figli, che vorrebbe essere riempito almeno una volta ogni tanto. E poi ci sono i comportamenti illegittimi del giorno dopo giorno, come possono essere il mobbing, il mancato versamento dei contributi, le richieste eccessive di disponibilità a fare degli straordinari o a lavorare nei giorni in cui dovresti essere a riposo con la tua famiglia.

Vediamo, allora, come fare causa al datore di lavoro, cioè quali sono i passaggi previsti dalla legge e quali sono i motivi per cui puoi fargli pagare un torto o un’inadempienza.

Causa al datore di lavoro per mancato stipendio

Il tentativo di conciliazione

Se decidi di fare causa al datore di lavoro perché questi non ti ha versato uno o più stipendi, raramente finirai subito in tribunale. La normativa prevede un primo passaggio davanti alla Direzione territoriale del lavoro (la Dtl) dove ci sarà un tentativo di conciliazione. Un passaggio, tuttavia, facoltativo, che non costa nulla se non l’onorario di un eventuale avvocato. Anche se ci si può presentare accompagnati da un rappresentante sindacale senza bisogno di un legale. Al tavolo ci sarà anche una rappresentazione dell’azienda e un presidente che promuoverà un accordo.

Se l’intesa viene raggiunta, ha lo stesso valore legale di una sentenza, quindi il verbale diventa esecutivo e le parti sono tenute a rispettare i termini dell’accordo. Significa che se il datore di lavoro non tiene fede a questo impegno può essere sottoposto a pignoramento, nel caso in cui l’intesa preveda un risarcimento oppure il pagamento di arretrati.

La conciliazione monocratica

Sempre presso la Direzione territoriale del lavoro è possibile fare un tentativo di conciliazione monocratica. Qual è la differenza rispetto a quella di cui abbiamo appena parlato? La differenza è che in questo caso si muovono gli ispettori del lavoro per fare delle verifiche, il che, nel caso di irregolarità commesse dall’azienda, comporta la possibilità di sanzioni.

L’ispettore convoca le parti e promuove un accordo che, come nel caso precedente, è vincolante.

Anche la conciliazione monocratica è gratuita e non richiede obbligatoriamente la presenza di un avvocato.

La diffida

Se il motivo della causa al datore di lavoro è il mancato pagamento di stipendi o di arretrati, puoi rivolgerti ad un avvocato affinché faccia una formale diffida di pagamento. In sostanza, chiede all’azienda di versarti quanto dovuto entro un certo termine, trascorso il quale agirai in tribunale.

Il ricorso in tribunale

E qui si arriva al punto estremo della causa al datore di lavoro per il mancato stipendio: il ricorso in tribunale presentato dal tuo avvocato. Una causa a cui si arriva quando il tentativo di conciliazione è fallito, quando l’azienda non ha risposto alla diffida inviata dal tuo legale e quando ha pure disatteso un eventuale decreto ingiuntivo, cioè la richiesta – con prova scritta dell’inadempienza del datore – di pagamento degli stipendi non versati in toto o in parte. L’azienda ha 40 giorni di tempo per presentare opposizione al decreto ingiuntivo. Se lo fa, parte la causa. Se, invece, accoglie la richiesta del tuo avvocato, tutto finisce prima di arrivare davanti al giudice.

Come detto, per il decreto ingiuntivo è necessaria una prova scritta. In caso contrario, cioè se, ad esempio, il motivo della causa sono degli straordinari richiesti e non pagati, si dovrà fare la causa ordinaria.

Causa al datore di lavoro per mobbing

Altro motivo per cui si può fare causa al datore di lavoro è il mobbing, cioè i comportamenti ostili reiterati e prolungati da parte del titolare, dei superiori o dei colleghi ai danni del lavoratore. Atteggiamenti che nuocciono sia la carriera sia la salute del dipendente.

Come fare causa al datore di lavoro in questo caso? Non è facile dimostrare di essere una vittima di mobbing. A meno che tu non abbia delle prove scritte (per esempio delle e-mail o dei biglietti lasciati sulla tua scrivania che dimostrano le molestie subite) o qualche collega pronto a testimoniare.

Per fare causa per mobbing al datore di lavoro, si devono dare queste circostanze individuate dalla Cassazione [1]:

  • che i comportamenti molesti siano molteplici;
  • che gli atteggiamenti ostili siano prolungati nel tempo, almeno per sei mesi;
  • che ne consegua una lesione della salute e della dignità del lavoratore;
  • che ci sia un rapporto causa-effetto tra il comportamento del datore e il danno subìto dal lavoratore;
  • che ci sia un intento persecutorio verso il dipendente.

Se ti trovassi in queste situazioni, devi fare una diffida per iscritto tramite raccomandata a/r denunciando il mobbing e avvertendo il datore che puoi provare il comportamento illegittimo davanti all’autorità giudiziaria e che sei disposto a chiedere un risarcimento.

Puoi anche rivolgerti ad uno degli sportelli anti-mobbing attivati dal Comune o dai sindacati. Normalmente, l’assistenza è gratuita ed anonima, in modo che tu non debba né spendere dei soldi né rischiare alcunché mostrando la faccia.

Infine, hai la possibilità di avviare una vera e propria causa al datore di lavoro per mobbing allo scopo di ottenere un risarcimento.

Causa al datore di lavoro per licenziamento illegittimo

Se sei rimasto vittima di un licenziamento illegittimo e vuoi fare causa al datore di lavoro, i passi sono molto simili a quelli che abbiamo visto sulla causa per mancato pagamento dello stipendio.

Dovrai, innanzitutto, passare dalla Direzione territoriale del lavoro per un tentativo di conciliazione. Ti siederai insieme al tuo rappresentante sindacale o al tuo avvocato (o a entrambi) ad un tavolo al quale parteciperanno anche i rappresentanti dell’azienda e quelli della Dtl. Se il tentativo di accordo fallirà, non resterà che rivolgersi al giudice del lavoro.

Per dirla in estrema sintesi: in tribunale, il magistrato di primo grado si pronuncerà una prima volta con un’ordinanza dando ragione ad una delle parti. Chi perde, può fare opposizione. Si ritornerà davanti allo stesso giudice, il quale confermerà o rivedrà la sua decisione con una sentenza. Ci sarà, poi, spazio per l’appello e per la Cassazione. Sarà la Suprema Corte a dire l’ultima parola.

Puoi approfondire i diritti del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo in questo articolo.

Causa al datore di lavoro per licenziamento: quando mi costa?

Tra i crucci del dipendente che viene licenziato ingiustamente e vuole fare causa al datore di lavoro c’è quello del costo del procedimento. L’avvocato ci vuole e, certo, non lavora gratis, ci mancherebbe altro. Poi ci sono i contributi unici (qualche centinaio di euro) e, non ultimo, il rischio di perdere la causa e di dover pagare anche le spese della controparte. Tra l’altro, dopo l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con l’entrata in vigore del Jobs Act, ricorrere alla procedura di licenziamento è diventato più semplice.

La Corte Costituzionale, però, ha tentato di allargare i diritti dei lavoratori con una sentenza che ha, in pratica, dichiarato illegittimo in questa circostanza l’articolo 92 del Codice di procedura civile.

Che cosa recitava questo articolo? Diceva che il giudice, al momento di pronunciare la condanna, può escludere chi vince la causa dalla ripetizione delle spese sostenute nel caso le ritenesse eccessive o superflue e condannare una parte al rimborso delle spese, anche non ripetibili, che ha causato all’altra parte. Insomma, e per farla breve, chi perde paga le spese dell’altro.

La Consulta ha ritenuto che questo principio non sia opportuno nel caso del lavoratore licenziato. E così ha deciso che se il dipendente si rivolge al giudice per contestare la fine del rapporto di lavoro intimata dall’azienda in modo alquanto dubbio, il lavoratore non è più tenuto a pagare le spese processuali anche se la sentenza dovesse dargli torto.

In questo modo, il dipendente non è più scoraggiato a fare causa al datore di lavoro quando ritiene di essere stato allontanato in modo ingiusto dal suo posto.

Causa al datore di lavoro per infortunio

Purtroppo, gli infortuni sul lavoro sono sempre all’ordine del giorno. E non manca chi si chiede come fare causa al datore di lavoro quando succedono questi episodi spiacevoli.

C’è da tenere presente che il titolare dell’azienda è il responsabile della sicurezza ed è tenuto a garantire gli standard di legge a dipendenti e collaboratori. Pertanto, quando accade un infortunio il datore di lavoro ha la responsabilità civile, amministrativa e, se il caso, anche penale.

Come fare causa al datore di lavoro per un infortunio? Non è complicato. Il primo passo consiste nell’informare lui o il responsabile della sicurezza di quanto accaduto. Dopodiché occorre rivolgersi al medico aziendale oppure a quello del pronto soccorso o al medico curante affinché venga stabilita una diagnosi e redatto un certificato in duplice copia. Una sarà da consegnare al datore di lavoro e l’altra da tenere.

Chi ha subìto un infortunio sul lavoro ed ha riportato un danno, così come i familiari del lavoratore che ha perso la vita nell’infortunio, hanno la possibilità di costituirsi parte civile in un procedimento penale contro il datore di lavoro, il quale può essere accusato di lesioni gravi o gravissime, se non addirittura di omicidio colposo nel caso in cui il dipendente ci abbia lasciato la vita. Il tutto, ovviamente, nel caso in cui ci siano le condizioni per stabilire che il datore di lavoro è responsabile di omissione di misure di sicurezza sul lavoro.

Ricordiamo, a questo proposito, che spetta al datore di lavoro l’onere di provare l’adozione delle misure di sicurezza nell’esercizio dell’attività di impresa per la tutela dell’integrità psico-fisica dei dipendenti e collaboratori, come stabilito dalla Cassazione [2].

Causa al datore di lavoro per molestie sessuali

È uno dei procedimenti più antipatici da avviare, questo è poco ma sicuro, ma non per questo bisogna tacere quando si è vittima di molestie sessuali da parte del titolare dell’azienda in cui si lavora. Come denunciare il datore di lavoro in questo caso?

Bisogna rivolgersi al tribunale nella consapevolezza che la legge [3] tutela in modo particolare il lavoratore che denuncia episodi di molestie sessuali. L dipendente che si agisce davanti ad un giudice per questo motivo non può essere licenziato o trasferito a meno che non l’abbia fatto in malafede, cioè che abbia volutamente dichiarato il falso per fare un torto al datore di lavoro.

La legge, inoltre, ricorda due aspetti decisivi a proposito delle responsabilità del datore di lavoro. Il primo, il fatto che il titolare dell’azienda è tenuto a garantire l’integrità fisica e morale e la dignità dei lavoratori. Il secondo, che il dipendente che decide di fare causa al datore di lavoro per molestie sessuali non può essere:

  • licenziato;
  • demansionato;
  • sanzionato;
  • trasferito;
  • penalizzato in qualsiasi modo.

Uno qualsiasi di questi provvedimenti, quando sono frutto di ritorsione per la denuncia fatta al datore di lavoro, è da ritenersi nullo: il lavoratore avrà diritto ad essere reinserito al suo posto. Sempre che, appunto, non abbia agito in malafede o raccontando il falso: in questo caso, una denuncia per calunnia o per diffamazione non gliela toglie nessuno.

note

[1] Cass. sent. n. 2142/2017 del 27.01.2017.

[2] Cass. sent. n. 10145/2017 del 21.04.2017.

[3] Legge n. 205/2017 del 27.12.2017.


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