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Pianto prolungato nel neonato: quali rischi?

25 Gennaio 2019


Pianto prolungato nel neonato: quali rischi?

> Donna e famiglia Pubblicato il 25 Gennaio 2019



Neonati che piangono per molte ore al giorno e genitori preoccupati. Molto spesso, è il segnale di un malessere psicofisico da non sottovalutare.

Tra le prime difficoltà che i neo genitori devono fronteggiare si annovera il pianto del neonato, uno strumento di comunicazione denso di significati e sentimenti diversi. Da alcuni studi effettuati sul feto, sembra che il bambino pianga già quando è nel grembo materno, poiché il piccolo sente e vive emozioni prima della nascita. Il neonato che piange molto spesso può diventare un incubo per mamma e papà, specialmente se il pianto si prolunga per molte ore tutti i giorni. Non sono capricci e ritenere che “qualche lacrimuccia non può far di certo male” è un pensiero comune, ma erroneo. Molti genitori, infatti, sono convinti che lasciar piangere il proprio piccolo significa educarlo ad auto-calmarsi e ad addormentarsi da solo. Le lacrime, per un piccolo di pochi mesi, invece, altro non sono che parole, manifestazioni di disagio, perché il pianto è l’unico linguaggio possibile per un neonato e ignorarlo può aumentare il suo livello di stress, con possibili conseguenze in età adulta. Di seguito, vi forniremo alcune informazioni sul pianto prolungato nel neonato: quali rischi?

Perché si piange?

Il pianto, sia negli adulti che nei bambini, rappresenta una reazione fisiologica che si origina da situazioni dolorose. Piangere aiuta a stare meglio, ad allontanare nervosismo e tristezza e funziona come un calmante naturale. Nei neonati, il pianto è un bisogno essenziale, spesso confuso con un capriccio, che deve essere soddisfatto perché attraverso le lacrime esprime esigenze e sentimenti. È il modo di comunicare di chi si affaccia alla vita, è il linguaggio dei più piccoli per chiedere coccole, cibo, protezione.

Ogni disagio e ogni necessità viene espressa, dunque, attraverso l’azione del pianto. Il neonato piange di solito quando ha fame, se ha il pannolino sporco, se avverte troppo caldo o troppo freddo, se si trova in un ambiente rumoroso o se prova dolore. A volte, è il nervosismo dei familiari a costituire la causa del pianto, poiché ansie e preoccupazioni sono facilmente trasmissibili.

È fondamentale per i genitori imparare a interpretare esattamente il pianto del proprio piccolo, a riconoscere il timbro e l’intensità e a calcolarne la durata, elementi, questi, in grado di fornire molte informazioni. Infatti, se inizialmente il pianto del bambino si manifesta con bassa intensità per poi diventare più forte e ritmico, si è di fronte al pianto da fame; se, invece, è di forte intensità e prolungato ed è caratterizzato da singhiozzi alternati a inspirazioni, allora si è in presenza del pianto da dolore; simile al pianto da fame, ma con tonalità minori è il pianto da collera.

Da alcuni studi è emerso che i neonati si sentono più sicuri e sviluppano una minore tendenza al pianto se nei primi sei mesi di vita hanno un maggiore contatto fisico con i genitori. Infatti, la cosiddetta fase “Purple crying”, cioè il pianto prolungato dei neonati tra la prima e la quinta settimana dalla nascita, altro non è che la manifestazione del desiderio di un contatto fisico, da instaurare già dai primi attimi di vita per evitare l’insorgenza di uno stato di stress neonatale ed effetti neurologici a medio e lungo termine.

Quando il pianto è dovuto alle coliche

Di frequente, il pianto del neonato è causato dalle coliche gassose e insorge dalla seconda/terza settimana dalla nascita. In questi casi, il piccolo inizia a piangere quasi sempre agli stessi orari e cioè nel pomeriggio e di sera. È facile riconoscere il pianto da coliche perché è incessante, il bambino non smette nemmeno se viene preso in braccio e coccolato ed è accompagnato da: agitazione delle braccia e delle gambe che il neonato distende in tutte le direzioni; inarcamento della schiena; rasserenamento improvviso quando riesce ad eliminare delle piccole quantità di aria.

Tutto ciò che si può fare in questi casi è massaggiare il ventre delicatamente, appoggiando il piccolo in posizione prona sull’avambraccio e iniziare dei movimenti ripetitivi. Se è allattato al seno, si dovrebbe cambiare la posizione assunta durante la poppata per evitare che venga ingerita una eccessiva quantità di aria ed escludere, inoltre, alcuni cibi dall’alimentazione della madre. Nulla di preoccupante, gli episodi descritti, definiti come “le coliche dei tre mesi” scompaiono naturalmente dopo il primo trimestre di vita.

Come comportarsi dinanzi al pianto prolungato del neonato

Il neo genitore, dinanzi a un qualsiasi tipo di pianto, accorre subito per cercare di calmare il piccolo. È difficile, infatti, per entrambi i genitori, non adoperarsi quando il proprio bambino inizia a piangere.

Secondo i pediatri, sarebbe consigliabile attendere qualche istante prima di intervenire, al fine di poter comprendere i motivi del pianto, che, nella maggior parte dei casi, si interrompe quando ci si precipita a prendere in braccio il neonato o a offrirgli il ciuccio. In questo modo, diventa quasi impossibile capire le motivazioni del pianto e quindi le esigenze del bambino, che ha la necessità di sviluppare la sua voce, di esprimersi e comunicare fin dai primi giorni di vita.

Quando preoccuparsi

Il pianto in sé non è, come abbiamo finora scritto, un fenomeno di cui normalmente preoccuparsi, visto che è un modo di comunicare del neonato. Bisogna, tuttavia, essere vigili e non sottovalutare i casi in cui i bambini cominciano a piangere forte all’improvviso e il pianto si protrae senza un evidente motivo.

Se, inoltre, non si smette di piangere nemmeno mettendo in atto delle semplici pratiche, come il massaggio o le coccole, allora è consigliabile consultare il proprio pediatra per riconoscere le possibili cause del pianto.

Quali rischi corre il neonato che piange a lungo?

Il pianto prolungato può avere risvolti psicologici a breve e a lungo termine, sviluppa particolari effetti endocrini, poiché si instaura un forte stato di stress che innalza i livelli di cortisolo, in grado di influire sui sistemi dei neurotrasmettitori. Una tale condizione di stress, specialmente nel primo anno di vita, può generare ansie e paure nel piccolo, nel lungo termine, invece, può causare iperattività e deficit cognitivi.

Un ulteriore problema che si origina dal pianto prolungato è l’abbassamento delle difese immunitarie. Nel neonato, esse sono ancora in formazione, ecco perché si può sviluppare una maggiore suscettibilità alle infezioni già dal primo anno di vita.

Il protrarsi del pianto per molto tempo può spingere un genitore, spesso stanco o stressato, a farlo smettere in maniera inappropriata, scuotendolo inconsapevolmente e provocando danni al bambino. È il caso della “sindrome del bambino scosso”, che produce conseguenze negative sul neonato, come danni al collo e ai vasi sanguigni con possibili emorragie. Si tratta di situazioni causate involontariamente, ma che possono creare problemi anche permanenti.

È bene ricordare, infine, che se il neonato si addormenta sfinito dal pianto, si rassegna all’abbandono, ma non si calma. Sottovalutare il pianto significa, dunque, non ascoltare una chiara richiesta di attenzione o di aiuto, che origina la convinzione di essere solo. Continuando a piangere, il piccolo si sentirà impotente e a risentirne potrebbe essere il futuro rapporto con i suoi genitori. Inoltre, il corpo viene inondato da ormoni dello stress che, con il tempo, possono danneggiare il sistema nervoso centrale. Potrebbero risentirne anche la crescita e la capacità di apprendimento.

Le conseguenze psicologiche che possono manifestarsi in età adulta

I bambini lasciati piangere a lungo possono riportare dei traumi, infatti, il mancato intervento della mamma e del papà viene interpretato come l’assenza della figura genitoriale nel momento del bisogno. Ciò arreca talvolta problemi affettivi, insonnia, ansia e depressione.

Come tranquillizzarlo?

Occorre comprendere, innanzitutto, cosa il piccolo vuole comunicare. Se il pianto non scaturisce da dolore, altri fastidi, fame o sete, è probabile che avverta la necessità del contatto con i genitori. Già dalla nascita, il contatto fisico accresce le percezioni sensoriali, poiché gli odori, le sensazioni tattili e i suoni rilassano e rassicurano il bambino.

Quando, invece, il pianto è frequente, difficile da interpretare e il pediatra esclude una causa patologica, è consigliabile incoraggiare il bambino gradualmente a calmarsi. Un ottimo rimedio al pianto prolungato è portare il neonato nel marsupio, a contatto con il petto del genitore, o intraprendere dei corsi di “acquamotricità neonatale”, in cui il contatto tra i due aumenta grazie all’elemento acqua.

Buoni effetti si producono se si canta dolcemente e se si legge ad alta voce. Esistono, poi, altre soluzioni da mettere in pratica per calmare il pianto di un neonato: cullarlo dolcemente nella carrozzina, portarlo a fare un giro in auto o in un parco dove i rumori sono pochissimi, fargli un bagnetto rilassante e se il pianto non si arresta e diventa davvero esasperante, è opportuno chiedere aiuto agli altri membri della famiglia o al pediatra.

Quando il pianto del neonato disturba i vicini di casa

Un pianto prolungato che si ripete tutti i giorni e tutte le notti infastidisce i vicini, che possono, in casi estremi, chiedere ai genitori di insonorizzare le pareti divisorie tra le proprietà. Si deve, tuttavia, esaminare attentamente ogni caso, talvolta anche tramite un consulente tecnico nominato dal giudice, che valuterà l’incidenza del rumore causato dal pianto sugli appartamenti vicini.

Il Codice Civile [1] tutela i soggetti che subiscono immissioni di fumi, vibrazioni e rumori che provengono dal vicinato. Non si possono, tuttavia, impedire i rumori se non viene superata la normale tollerabilità. In ogni caso, i vicini dovranno tener presente la situazione particolare dei piccoli, non responsabili del rumore che producono e ricordare che i bisogni e i diritti dei minori sono prioritari rispetto agli altri.

note

[1] Art. 844 cod. civ.


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4 Commenti

  1. Se il mio bambino ha le coliche cosa posso fare? Suggerimenti? esistono soluzioni casalinghe?grazie

    1. Ciao Marisa! Quando si sospetta che il bambino ha questo disturbo bisogna anzitutto rivolgersi al proprio pediatra di fiducia. Grazie ad una visita accurata, infatti, un pediatra può escludere qualsiasi tipo di complicazione, ma è sopratutto in grado di fornire forti rassicurazioni ai genitori, dall’altro dell’autorevolezza della propria professione.Alcuni medici, scherzosamente ma non troppo, dicono che quando un bambino ha le coliche bisogna curare la mamma. Questa battuta nasce dal fatto che la madre, essendo biologicamente la persona più a contatto con il bambino, è quella che soffre maggiormente quando il figlio piange e si dispera. Di conseguenza la mamma viene assalita da un senso di frustrazione che spesso sfocia nella disperazione e nel rimettere in discussione la propria autostima come genitore. Il neonato riesce a captare la tensione che arriva dal genitore e le sua grida di pianto si fanno ancor più disperate. Puoi creare un ambiente confortevole (abbracciare il bambino è un modo per fargli sentire il contatto fisico e ricreare l’ambiente sereno dell’utero), fare piccoli massaggi alla pancia, un giro in auto (le passeggiate in auto sembrano avere degli effetti miracolosi sui bambini), ridurre gli stimoli audiovisivi (se i bambini si trovano in ambienti troppo illuminati o rumorosi tendono a innervosirsi).

  2. Salve mia figlia ha 5 anni. è tranquillissima e piange solo per qualche capriccio. ultimamente sono molto impegnata a lavoro, ma cerco di essere più presente possibile e non farle mancare mai le mie attenzioni. La notte la faccio addormentare accarezzandole i capelli, ma capita spesso che nel cuore della notte si sveglia e mi chiede acqua. io mi chiedo come mai tutta questa sete. alla fine non uso molto sale, sono molto attenta all’alimentazione…Chissà. ho voluto condividere con voi questa vicenda, magari qualcuno leggerà il mio commento e potrà o saprà rispondermi. buona giornata

    1. Daria dietro questa richiesta materiale può celarsi una necessità di rassicurazione. La tua bambina vuole essere sicura di trovare qualcuno di affettivamente importante per lei nel caso in cui ne avesse bisogno. Una rassicurazione che costa poco, ma che in cambio dà alla tua piccola tanto. Tra le altre, una buona idea potrebbe essere quella di lasciare la luce soffusa in camera (come ad esempio quella rilasciata dalle lampade da comodino a bassa tensione) e un bicchiere d’acqua direttamente a portata di mano, così la piccola saprà già come regolarsi con la sua fonte di approvvigionamento. Questo ti consentirà, se ti chiama comunque da una camera all’altra, di risparmiarti una levataccia nel cuore della notte. Magari le basterà sentire la tua voce con cui magari la inviti a riprendere sonno dopo aver bevuto e la paura sarà passata.

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