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Quante aziende falliscono in Italia?

16 ottobre 2017


Quante aziende falliscono in Italia?

> Business Pubblicato il 16 ottobre 2017



In Italia, ogni giorno, falliscono circa 27 aziende. La crisi però è destinata a diminuire

Secondo un’analisi aggiornata al mese di settembre 2017, in Italia falliscono circa 27 imprese al giorno. Dunque, più di un’impresa all’ora. A fornire i dati dei fallimenti in Italia è Cribis, società del gruppo Crif specializzata in business information. La media rappresentata potrebbe sembrare allarmante. I “numeri della crisi”, tuttavia, sebbene siano certamente elevati, sono comunque inferiori rispetto agli anni scorsi. Ci si riferisce in particolare al 2014, anno in cui è stato raggiunto il picco dei fallimenti in Italia: ben 15.336. La situazione, ad oggi, è migliorata. Da gennaio a settembre 2017, le aziende costrette a dichiarare fallimento sono state 8.656 e secondo le statistiche le percentuali di fallimento sono diminuite di circa il 20%. Dunque, può dirsi in atto una diminuzione generale dei fallimenti e le cose (si spera) sono destinate a migliorare ulteriormente grazie alla riforma del fallimento approvata  dal Parlamento qualche giorno fa (11 ottobre 2017). Per tutti gli approfondimenti, leggi: La riforma “salva imprese” è legge

Riforma sul fallimento: l’obiettivo è salvare le imprese

Obiettivo della riforma, infatti, è proprio quello di salvare  – per quanto più possibile – le imprese dalla crisi. Crisi d’impresa che, al giorno d’oggi (anche alla luce dei numeri esposti sopra), non può più qualificarsi come un fenomeno raro e patologico, rappresentando – al contrario – quasi la normalità dei processi aziendali: situazioni nelle quali l’imprenditore può incappare anche senza alcuna colpa (basti pensare ai fenomeni sempre più frequenti delle crisi di mercato, che spazzano via interi settori industriali). Non è sempre vero che l’imprenditore che “fallisce” è per forza di cose un cattivo imprenditore. D’altronde la strada per il successo è spesso lastricata di tentativi, fallimenti e cadute, dalle quali bisogna necessariamente rialzarsi. Da questa presa di coscienza nasce la riforma del fallimento. La nuova legge, infatti, parte dal presupposto che prevenire la crisi di impresa è meglio che “curarla”. Perciò introduce un meccanismo di allerta, vale a dire una fase preventiva e stragiudiziale per anticipare l’emersione della crisi.  L’articolo 4 della legge delega prevede, infatti, un meccanismo di allerta e di composizione assistita della crisi mediante l’istituzione presso le Camere di Commercio (le stesse che fino a pochi anni fa si volevano abolire) di un organismo che nominerà, prendendoli da un apposito elenco, tre esperti, i quali interverranno per ricercare una soluzione della crisi concordata tra creditore e debitore. Si tratterà, dunque, di una procedura stragiudiziale e confidenziale di sostegno alle imprese, affrontata garantendo per quanto più possibile la continuità aziendale. Il fine è quello, attraverso l’analisi delle cause del malessere economico e finanziario, di pervenire ad una vera e propria composizione assistita della crisi, con l’accordo di tutti o di parte dei creditori. A questo organismo si potrà rivolgere direttamente l’imprenditore che versa in stato di crisi. Tuttavia, è previsto anche che, in assenza di una iniziativa del debitore, l’organismo proceda alla convocazione immediata dell’imprenditore, a seguito della segnalazione dell’esistenza di fondati indizi di crisi da parte dei sindaci o del revisore contabile o del perdurare di inadempimenti di importo rilevante da parte dei creditori pubblici qualificati, tra i quali l’Agenzia delle Entrate e gli enti previdenziali.

Si spera, dunque, in un cambiamento in positivo. Scopo della riforma, infatti, è quello di preservare, per quanto più possibile, il patrimonio imprenditoriale e finanziario di un’azienda, in modo da rafforzare la capacità imprenditoriale complessiva del nostro Paese.


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