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Responsabilità medica: di chi è l’onere probatorio?

17 ottobre 2017 | Autore:


> Business Pubblicato il 17 ottobre 2017



Spetta alla struttura sanitaria dimostrare che non vi è stato inadempimento o che, pur essendovi stato, esso non abbia causato il danno subito dal paziente

Con una recente sentenza (del 13.10.2017), la Corte di Cassazione è tornata ad affrontare il tema della responsabilità medica, chiarendo ancora una volta le regole che governano l’onere probatorio. La domanda è: a chi spetta fornire la prova nelle cause di responsabilità medica? Spetterà al paziente dover provare “la colpa” del medico o sarà il medico a dover dimostrare di non aver sbagliato? E nel caso in cui si voglia citare in giudizio la struttura sanitaria: sarà la struttura a dover dimostrare di non avere avuto responsabilità nei casi di “malasanità”o spetterà al paziente fornire le prove? A tanto risponderemo nel presente articolo. Tuttavia, prima di parlare del riparto dell’onere probatorio in materia di responsabilità medica, cerchiamo di fare il punto della situazione.

Il contenzioso in materia di malpractice sanitaria

Il “rapporto di fiducia” che dovrebbe esistere tra il medico ed i pazienti, negli ultimi anni, si è andato sempre più incrinando, con la conseguenza che – da un lato –  il contenzioso in materia di malpractice sanitaria è notevolmente aumentato e – dall’altro – i medici lavorano “costantemente” con il timore che i pazienti (o i suoi eredi) un domani lo citeranno in giudizio. Se in sala operatoria “qualcosa va storto” il medico rischia una condanna penale per omicidio colposo. Ed è proprio per il timore di sbagliare e di finire in Tribunale che i medici sono “condizionati” nel proprio lavoro, finendo talvolta per “dribblare” trattamenti complessi, ma utili per la salute dei pazienti.

Per questi motivi, in Italia, si sente sempre più spesso parlare di cosiddetta medicina difensiva, la quale – come noto – si concretizza in condotte che gli operatori sanitari adottano al fine di evitare eventuali responsabilità. Dette condotte possono essere di due tipologie ed al riguardo si parla di:

  • Medicina difensiva negativa, che si verifica allorquando il medico, al fine di non porre in essere condotte presumibilmente compromettenti, evita – ad esempio – di effettuare interventi chirurgici rischiosi (poiché si sa, chi non fa, non sbaglia), anche qualora questi potrebbero “salvare” la vita del paziente.
  • Medicina difensiva positiva, che consiste nella prassi di sottoporre i pazienti a trattamenti non necessari, se non in funzione della “linea difensiva” che potrebbe giustificare – un domani – il medico dinanzi ad un giudice.

Il risultato è che i medici, per mettersi al riparo da possibili contenziosi con i pazienti, propongono cure alternative ai più rischiosi, ma talvolta anche salvifici interventi chirurgici (medicina difensiva negativa), o, sempre al fine di non vedersi accusati ingiustamente, sottopongono i pazienti a cure non necessarie, ma che comunque “pesano” sulle casse del Servizio Sanitario Nazionale (medicina difensiva positiva). Per farla breve, negli ultimi tempi il medico si è visto costretto a curare il paziente dovendo tenere a mente più che la salute del paziente stesso, la necessità di evitare – un domani – una citazione in giudizio.

La recente riforma della responsabilità medica

In questo contesto si è inserita la recente riforma della responsabilità medica [1] che ha “riscritto” la materia, per far fronte – essenzialmente – a due obiettivi:

  • garantire maggiori tutele per il medico;
  • assicurare maggiore trasparenza nei confronti dei pazienti, prevedendo inoltre vie più rapide e più sicure al fine di ottenere un risarcimento per i danni cagionati dalla “malasanità”.

Vediamo in che modo.

Responsabilità del medico e onere probatorio

Con la riforma sono “cambiati i connotati” della responsabilità civile del medico, che non ha più natura contrattuale [2], ma extra-contrattuale [3]. Tale mutamento non è di poco conto, atteso che d’ora in poi sarà il paziente a dover provare “la colpa” del medico e non più il medico a dover dimostrare di non aver sbagliato. Altra conseguenza è che si è accorciato il termine prescrizionale per il paziente che intende ottenere un risarcimento del danno derivante da malpractice sanitaria. Il danneggiato, a tal fine, non avrà più 10 anni, ma soli 5 anni per promuovere l’azione.

La responsabilità penale del medico

Con la riforma si è “alleggerita” la responsabilità penale del medico [4]: l’esercente la professione sanitaria che provoca la morte o la lesione personale del paziente a causa della propria imperizia risponde dei reati di omicidio colposo [5] e lesioni personali colpose [6] soltanto in caso di colpa grave. La colpa, però, viene meno quando il medico abbia agito nel rispetto delle cosiddette buone pratiche assistenziali, delle raccomandazioni e delle linee guida pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità.

Responsabilità della struttura sanitaria e onere probatorio

Per la struttura sanitaria, invece, la responsabilità continua ad avere natura contrattuale. Sarà detta struttura, dunque, a dover dimostrare di non avere avuto responsabilità nei casi di “malasanità”. Con l’ulteriore conseguenza – facilmente intuibile – che il paziente sarà più incentivato a promuovere (entro il termine di 10 anni) una causa contro l’azienda ospedaliera, che nei confronti del singolo medico, anche in considerazione delle maggiori disponibilità economiche della prima rispetto al secondo.

Sul punto è tornata, di recente, la Corte di Cassazione [7]. In particolare, la Suprema Corte, conformandosi a un orientamento ormai consolidato e cristallizzato dalla recente riforma in tema di responsabilità medica (la cosiddetta Legge Gelli), ha ribadito che il paziente danneggiato, che chiede alla struttura il risarcimento del danno da responsabilità medica è tenuto a dimostrare esclusivamente l’esistenza del contratto e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e ad allegare l’inadempimento della struttura sanitaria astrattamente idoneo a cagionare il danno che si lamenta. Spetterà, di conseguenza, alla struttura sanitaria  dover dimostrare che non vi è stato alcun inadempimento o che, pur essendovi stato, esso non sia stato eziologicamente rilevante, non sia stato, cioè, la causa determinate del danno che il paziente ha subito.

note

[1] L. n. 24 del 08.03.2017 (G.U. 17.03.2017).

[2]  Art. 1218 cod. civ.

[3]  Art. 2043 cod. civ.

[4] Art. 590-ter. Cod. Pen. – (Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario) – «L’esercente la professione sanitaria che, nello svolgimento della propria attività, cagiona a causa di imperizia la morte o la lesione personale della persona assistita risponde dei reati di cui agli articoli 589 e 590 solo in caso di colpa grave. Agli effetti di quanto previsto dal primo comma, è esclusa la colpa grave quando, salve le rilevanti specificità del caso concreto, sono rispettate le buone pratiche clinico-assistenziali e le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge».

[5] Art. 589 cod. pen.

[6] Art. 590 cod. pen.

[7] Cass. sent. n. 24073 del 13.10.2017.

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