Diritto e Fisco | Articoli

Licenziamento: le sentenze a favore del datore di lavoro

2 Gennaio 2019


Licenziamento: le sentenze a favore del datore di lavoro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 Gennaio 2019



Quando un lavoratore viene licenziato molto spesso si apre un contenzioso con l’azienda all’esito del quale il giudice può giudicare il licenziamento legittimo o illegittimo.

Il licenziamento di un dipendente è sempre una scelta sofferta. Il datore di lavoro è perfettamente consapevole che il licenziamento priva il lavoratore dell’attività con cui egli si procaccia le risorse necessarie alla propria esistenza. Tuttavia, come in un qualsiasi contratto, anche nel contratto di lavoro una parte può arrivare alla conclusione di voler terminare il rapporto. Quando l’azienda licenzia il dipendente si apre spesso un contenzioso. Il lavoratore, infatti, può fare causa al datore di lavoro lamentando che il licenziamento è illegittimo e chiedere dunque l’applicazione che la legge riconosce ai lavoratori illegittimamente licenziati. Licenziamento: le sentenze a favore del datore di lavoro quali sono? In questo articolo cercheremo di analizzare le più recenti sentenze.

Che cos’è il licenziamento?

Il rapporto di lavoro, al pari di qualsiasi rapporto contrattuale, è un rapporto di scambio. L’azienda si impegna a pagare la retribuzione al dipendente e quest’ultimo assume l’obbligo di prestare la propria attività lavorativa a favore del datore di lavoro. In generale, in tutti i contratti è prevista la possibilità per le parti di recedere, ossia di uscire dal contratto prima della sua eventuale scadenza, di porre fine al rapporto contrattuale con l’altra parte. Questa possibilità è prevista anche nel contratto di lavoro.

Tuttavia la legge si preoccupa di offrire alcune particolari tutele al lavoratore nel caso in cui l’azienda decida di porre fine al rapporto di lavoro e, quindi, di licenziarlo. Le preoccupazioni della legge derivano dal fatto che il lavoro rappresenta un’attività umana di primaria importanza per il lavoratore [1]. Il licenziamento, in parole semplici, è dunque l’atto con cui l’azienda comunica al dipendente che da quel momento il rapporto di lavoro termina e il dipendente è fuori dall’azienda.

Quali requisiti deve avere il licenziamento?

Come abbiamo detto, la legge è consapevole che togliere il lavoro ad una persona è una cosa seria, che produce effetti devastanti nella vita dell’individuo. Da questa constatazione deriva una conseguenza semplice: il licenziamento non può essere disposto per un capriccio dell’azienda ma è possibile licenziare un dipendente solo se ci sono seri e validi motivi. Non avrebbe senso dire che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro e che il diritto al lavoro è riconosciuto a tutti i cittadini se un’azienda fosse lasciata libera di cacciare un dipendente senza alcun motivo o, peggio, per motivi futili e privi di alcun valore.

Da questo discendono due requisiti fondamentali che deve possedere il licenziamento in base alla legge [2]:

  • il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta: il dipendente deve poter contare su un provvedimento scritto;
  • il licenziamento deve basarsi su una giusta causa o su un giustificato motivo e tale motivazione deve essere esplicitamente scritta nella lettera di licenziamento così da consentire al dipendente di verificare il motivo per cui è stato estromesso e anche vagliare se questo motivo ha un senso o se è un mero pretesto per allontanarlo.

Che cos’è la giusta causa di licenziamento?

Il dipendente, nel momento in cui firma il contratto di lavoro, si impegna a seguire le direttive che gli verranno impartite dal datore di lavoro [3]. Le aziende, per far comprendere ai lavoratori quali sono le regole che devono rispettare nel lavoro, redigono e rendono visibili a tutti dei codici disciplinari in cui c’è scritto cosa si può fare e cosa non si può fare. Inoltre, i contratti collettivi di lavoro contengono una specifica sezione, che spesso si chiama “norme disciplinari”, in cui vengono descritti i doveri del dipendente e elencati i comportamenti scorretti con la previsione, per ciascuna di queste condotte, della sanzione che l’azienda può applicare al lavoratore che pone in essere il comportamento vietato.

Il lavoratore, dunque, deve obbedire alle direttive che riceve dall’azienda e rispettare le regole previste nel Codice Disciplinare aziendale e nel contratto collettivo di lavoro applicato al suo rapporto di lavoro.

Quando il lavoratore viola questi obblighi e pone in essere un comportamento gravissimo che rompe del tutto la fiducia in lui da parte dell’azienda si parla di giusta causa di licenziamento [4]. Gli esempi possono essere molti. Basti pensare al dipendente che da un pugno al suo capo, oppure che ruba la merce azienda, o che viene scoperto a navigare in siti pornografici mentre lavora. Non esiste una lista esaustiva. Ogni comportamento gravissimo e che rompe la fiducia può essere considerato giusta causa di licenziamento. In questo caso il dipendente l’ha fatta così grossa che l’azienda può licenziarlo in tronco, con effetto immediato, senza nemmeno attendere il periodo di preavviso previsto nel contratto collettivo.

Che cos’è il giustificato motivo di licenziamento?

L’altra ipotesi in cui l’azienda può legittimamente licenziare un dipendente è la presenza di un giustificato motivo che può essere:

  • giustificato motivo soggettivo di licenziamento: si ha quando il dipendente pone in essere un comportamento grave e che rompe la fiducia dell’azienda ma con una gravità leggermente inferiore alla giusta causa. In questo caso il dipendente può essere licenziato ma ha diritto al periodo di preavviso o in mancanza all’indennità sostitutiva del preavviso;
  • giustificato motivo oggettivo di licenziamento: si ha quando il dipendente non ha fatto nulla di male, ma l’azienda ha fatto delle scelte organizzative che hanno fatto saltare la sua posizione. Si pensi al caso dell’azienda che decide di sostituire i centralinisti con un risponditore automatico. Il posto di lavoro dei centralinisti salta a causa della scelta organizzativa e gli stessi possono essere licenziati per giustificato motivo oggettivo. In questo caso il dipendente può essere licenziato ma ha diritto al periodo di preavviso o in mancanza all’indennità sostitutiva del preavviso.

Il dipendente può fare causa al datore di lavoro?

Una volta ricevuta la lettera di licenziamento nella quale è indicato il motivo del licenziamento stesso, il dipendente di solito si rivolge al sindacato o ad un avvocato e potrà fare causa all’azienda. In questo caso il giudice a cui viene assegnata la causa dovrà, nella sostanza, stabilire se il motivo addotto nella lettera di licenziamento sia legittimo e realmente sussistente e dichiarare, dopo aver fatto questa valutazione, se il licenziamento è legittimo o meno.

Licenziamento: le sentenze a favore del datore di lavoro

Si è portati a pensare che i giudici siano a prescindere dalla parte dei dipendenti ma in realtà non è così. Vediamo una serie di casi recenti in cui i giudici del lavoro hanno pronunciato delle sentenze a favore dei datori di lavoro, giudicando legittimi i licenziamenti disposti.

Licenziamento del dipendente troppo lento

La Cassazione [5] ha stabilito che se un dipendente svolge troppo lentamente la propria prestazione lavorativa può essere licenziato per motivi disciplinari e in particolare per rendimento scarso. Con la sua lentezza rispetto ai colleghi, infatti, il dipendente provoca un rallentamento della produzione e un danno all’azienda. La Corte ha però specificato che il dipendente lento non può essere licenziato subito ma solo dopo che gli è stato già fatto presente con un richiamo il suo comportamento e, nonostante questo, i risultati non cambiano.

Licenziamento per incrementare il profitto

Per molto tempo si è ritenuto che il licenziamento per giustificato motivo oggettivo fosse legittimo solo se l’azienda era in crisi ed il fatturato andava male e allora, per ripianare la situazione, il datore di lavoro poneva in essere una riorganizzazione aziendale che faceva saltare la posizione del dipendente licenziato. La Cassazione ha però modificato orientamento affermando [6] che la riorganizzazione aziendale che fa saltare la posizione del dipendente licenziato può anche avere l’obiettivo di incrementare i profitti dell’azienda e non necessariamente essere la risposta ad una crisi aziendale.

Licenziamento per svolgimento di attività esterna non autorizzata

La Cassazione, dando ragione al datore di lavoro, ha affermato [7] che è legittimo il licenziamento per giusta causa del medico che ha svolto incarichi esterni non autorizzati

In particolare, nel caso affrontato dalla Corte, il dirigente medico della Croce Rossa nel 2011 e 2012 aveva svolto l’incarico esterno di medico penitenziario con compensi annui superiori ai 100mila euro. Il dirigente medico avrebbe dovuto infatti domandare al datore di lavoro pubblico l’autorizzazione allo svolgimento o alla conservazione dell’altro incarico e procedere solo dopo essere stato autorizzato.

Licenziamento del dipendente violento

La Cassazione ha affrontato di recente [8] il caso di un dipendente di un’azienda di telecomunicazioni che aveva aggredito un collega provocandogli lesioni personali giudicate guaribili in 30 giorni. L’azienda, ritenendo inaccettabile l’atto, aveva licenziato il lavoratore.

La Cassazione anche in questo caso ha dato ragione al datore di lavoro a causa della assoluta gravità del comportamento posto in essere dal lavoratore.

Licenziamento del dipendente che rifiuta di svolgere mansioni inferiori

Come noto il dipendente deve svolgere le mansioni per cui è stato assunto e non altre. Cosa succede, però, se il datore di lavoro gli chiede di svolgere attività inferiori a quelle che competono al dipendente.

Il dipendente può rifiutarsi di pulire il pavimento se è assunto come impiegato? Di recente la Cassazione [9] ha dato ragione al datore di lavoro che aveva licenziato per giusta causa (insubordinazione) un dipendente che si era rifiutato di svolgere mansioni inferiori al livello di appartenenza.

Secondo la Corte l’illegittima richiesta dell’impresa, infatti, da diritto al lavoratore di rivolgersi al giudice, ma non lo autorizza a compiere di sua iniziativa atti di insubordinazione poiché, come abbiamo detto, quando firma il contratto il dipendente si obbliga ad eseguire ciò che gli viene chiesto dall’azienda.

note

[1] Artt. 1, 4, 35 della Cost.

[2] L. n. 604/1966.

[3] Art. 2094 cod. civ.

[4] Art. 2019 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 17685/2018.

[6] Cass. n. 9127 del 12.04.2018.

[7] Cass. sent. 20880/2018.

[8] Cass. n. 28492 del 7.11.2018.

[9] Cass. n. 24118 del 3.10.2018.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI