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Se una ditta fallisce cosa succede ai dipendenti?

26 Novembre 2018 | Autore: Antonio Turano


Se una ditta fallisce cosa succede ai dipendenti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Novembre 2018



Cosa attende i dipendenti di una società, dopo la dichiarazione di fallimento: il licenziamento è possibile, ma non automatico.

Da tempo, nella ditta in cui lavori, gli affari vanno male. Il titolare ha accumulato troppi debiti, i guadagni sono pochissimi ed il futuro sembra incerto. Gli stipendi vengono pagati solo parzialmente, in ritardo oppure non vengono pagati affatto. Quando l’imprenditore si trova in seria difficoltà e l’attività non riesce più a sopravvivere, a seguito dell’istanza in tribunale, si apre la procedura fallimentare. Il soggetto fallito cede la gestione della società al curatore, che cercherà di ripianare i debiti, vendendo i beni a disposizione o, se possibile, facendo proseguire il lavoro, anche solo per un po’. Nel frattempo, che fine fanno i contratti in corso? Chi lavora o ha lavorato per una società o un imprenditore fallito, a cosa va realmente incontro? Esiste il rischio di essere subito licenziati? E per quanto riguarda il Tfr ed eventuali buste paga in sospeso? Se una ditta fallisce cosa succede ai dipendenti? Cosa possono fare per difendere i propri diritti?

Le conseguenze della dichiarazione di fallimento

Prima di tutto, proviamo ad illustrare, in breve, cosa comporta la dichiarazione di fallimento.

La procedura fallimentare a carico della società [1] si apre con sentenza. Il tribunale ordina al fallito, titolare in proprio o amministratore, di depositare entro 3 giorni in cancelleria: le scritture contabili, la corrispondenza societaria e l’elenco dei creditori (dipendenti, fornitori, banche, ecc).

Viene, inoltre, stabilita la data dell’udienza per la verifica dei crediti ed il termine per presentare le domande di insinuazione al passivo. Con la sentenza sono nominati il giudice delegato alla procedura ed il curatore fallimentare.

Il professionista incaricato dal tribunale subentra al fallito nella gestione dell’impresa. Il compito principale del curatore è quello di tentare di pagare i debiti, vendendo i beni dell’azienda ed utilizzando le risorse a disposizione (patrimonio sociale, denaro su conti correnti, recupero di crediti non ancora riscossi, ecc). Il denaro ricavato servirà a predisporre lo stato passivo e distribuire le somme ai creditori che abbiano presentato domanda di insinuazione.

L’imprenditore, a questo punto, non può più disporre dei suoi beni [2] e perde la legittimazione processuale. È il curatore che sta in giudizio al suo posto, su autorizzazione del giudice, nelle cause patrimoniali relative all’impresa (es. risarcimento danni, compravendita, custodia ed amministrazione dei beni, ecc). Il soggetto fallito ha la possibilità di intervenire per difendersi, se accusato del reato di bancarotta e negli altri casi previsti dalla legge (es. giudizi penali, separazione, divorzio, azioni di paternità, ecc).

Tutti gli atti compiuti ed i pagamenti eseguiti o ricevuti dal fallito non producono alcun effetto nei confronti dei creditori. Dipendenti, fornitori, ed altri soggetti titolari di crediti non possono iniziare o proseguire azioni giudiziarie (pignoramento, ricorso per decreto ingiuntivo, ecc) per recuperare le somme dovute. Affinché i crediti vengano riconosciuti, dovranno chiedere l’insinuazione al passivo.

Lo status dei dipendenti e la decisione del curatore

Dichiarato il fallimento dell’impresa, i dipendenti si trovano ad affrontare una situazione molto particolare.

I rapporti di lavoro non cessano a causa della procedura [3], ma non possono nemmeno continuare come se nulla fosse accaduto. Sarà il curatore, nelle fasi successive, a comunicare se licenziare o meno i dipendenti, quali rapporti intende proseguire e quali no.

Più precisamente, con la dichiarazione di fallimento, l’efficacia dei contratti della società fallita, inclusi quelli di lavoro, che siano ancora in vigore o in esecuzione al momento dell’emissione della sentenza, resta in sospeso [4].

Dato che l’attività è chiusa, i dipendenti non devono più recarsi a lavoro, ma non vengono licenziati, non subito almeno. In attesa di conoscere il proprio destino, non hanno diritto alla retribuzione né ai contributi (oltre a quanto già maturato alla data del fallimento).

Il curatore prende la sua decisione dopo aver sentito il comitato dei creditori [5] ed il giudice delegato. Valutate le condizioni dell’azienda, il professionista stabilisce se l’attività deve terminare o può proseguire ed in che modo.

Nella prima ipotesi, avviserà tutti i dipendenti dell’avvenuto licenziamento. In caso di continuità aziendale, invece, la ditta potrà operare, con tutto il personale o solo una parte.

Indubbiamente, decidere se continuare o meno l’attività, se tenere o licenziare il personale, non è semplice. Il curatore considera diversi fattori, cercando di trovare la strada più idonea, a seconda dei casi, per gestire la società e ripagare i creditori. Il più delle volte, se l’azienda arriva al punto dover fallire, significa che ha seri problemi e difficilmente il lavoro potrà andare avanti. In base alla documentazione contabile fornita, all’ammontare del passivo ed allo stato in cui si trova la società, la chiusura immediata potrebbe essere la scelta giusta per non peggiorare una situazione già compromessa.

D’altro canto, se ci sono lavori in sospeso, merci che hanno bisogno di cure particolari (es. materie prime deteriorabili) o impianti da tenere in piena efficienza (es. per procedere subito alla vendita in blocco di un ramo d’azienda), si potrebbe tentare di proseguire l’attività per un po’, contenendo le perdite e, nel frattempo, ottenendo qualche guadagno.

Reperire il denaro necessario a ripianare i debiti è uno dei compiti più complicati dell’attività del curatore fallimentare. La vendita dei beni ha tempi lunghi e può non bastare. Se le aste vanno deserte, i beni non sono in condizioni ottimali ed il prezzo si ribassa più volte, i proventi finiscono per essere molto inferiori alle attese. In quest’ottica, la continuità aziendale, se conveniente, può agevolare il compito del professionista ed aumentare il denaro a sua disposizione per la fase di riparto.

Qualora si decida di proseguire l’attività, magari in minima parte o solo un settore dell’azienda, difficilmente verranno confermati tutti i dipendenti. Anche in questo caso, è il curatore a comunicare quali lavoratori tenere e quali dover licenziare.

Molto probabilmente, resterà solo il personale strettamente indispensabile per la manutenzione dei macchinari o per mandare avanti il lavoro ancora in sospeso alla data del fallimento. Il curatore, in ogni caso, deve rispettare i criteri previsti dalla normativa sui licenziamenti individuali e collettivi [6], concordando la scelta del personale con i rappresentanti o i sindacati di categoria.

Come abbiamo visto, chi ha un contratto di lavoro, sia a tempo determinato che indeterminato, vive un periodo difficile, di vera e propria incertezza. Questa condizione, tuttavia, non può durare in eterno. È chiaro che attendere per troppo tempo, senza alcuna novità sulla propria situazione, può diventare decisamente frustrante ed avvilente.
Quando siano passati diversi mesi dall’inizio della procedura senza sapere nulla, è possibile rivolgersi al Giudice delegato affinché “metta in mora” il curatore [7].

I dipendenti, con istanza, chiedono che il professionista si pronunci sulla eventuale continuità aziendale o sul licenziamento, entro 60 giorni. Decorso inutilmente il termine, i lavoratori vengono sciolti dal contratto [8]. Lo scioglimento così ottenuto si considera efficace sin dal giorno della dichiarazione di fallimento.

L’insinuazione al passivo fallimentare

Al fine di recuperare il TFR [9] oppure una o più buste paga non corrisposte, i dipendenti devono fare domanda di insinuazione al passivo fallimentare.

Per effetto della dichiarazione di fallimento, non è più possibile rivolgersi direttamente all’ex titolare/amministratore dell’impresa per farsi pagare il dovuto, ma occorre rapportarsi esclusivamente col curatore.

L’istanza di insinuazione al passivo [10] deve indicare:

  • la procedura fallimentare oggetto della richiesta (es. Fallimento n. xx, a carico di xx, partita iva xx – nome del curatore e del giudice delegato);
  • le generalità del richiedente;
  • le ragioni a fondamento del credito (precisando che si è stati dipendenti e/o eventuali titoli di prelazione, es. pegno o ipoteca, su uno o più beni del fallito);
  • la somma dovuta ed il calcolo degli interessi dalla data della dichiarazione di fallimento;
  • l’indirizzo PEC cui ricevere le comunicazioni.

Insieme all’istanza, vanno presentati copia del documento di identità valido e tutti i documenti utili a dimostrare il credito vantato, ad esempio: copia del contratto di assunzione, i cedolini delle paghe non saldate, raccomandate o lettere del fallito con l’ammissione del debito, ecc. Il dipendente deve produrre, inoltre, nella stessa istanza o su foglio separato, una dichiarazione di conformità all’originale dei citati documenti.

I crediti da lavoro dipendente godono del privilegio speciale [11]. Questo significa che vengono pagati prima rispetto ad altre tipologie di creditori, come fornitori di merci, aziende di luce e gas, ecc, tenuto conto delle somme a disposizione della curatela.

La richiesta e gli allegati vanno trasmessi all’indirizzo PEC della procedura, almeno 30 giorni prima dell’udienza fissata nella sentenza di fallimento. La richiesta consegnata ad una PEC diversa (es. quella personale del professionista incaricato o quella dell’imprenditore fallito) è nulla.

Non bisogna applicare marche da bollo, né pagare il contributo unificato. Il dipendente può presentare l’istanza anche da solo, senza l’assistenza di un avvocato, purché in possesso di valido indirizzo di posta elettronica certificata. Se non si possiede un proprio indirizzo PEC, è possibile utilizzare quello di un terzo, ad esempio un amico, un familiare o, ancora meglio, un professionista di fiducia (avvocato, commercialista, ecc), cui delegare la trasmissione dell’istanza e le successive comunicazioni.

Il curatore, esaminate le domande, predispone il progetto dello stato passivo. Nel documento, illustra le sue valutazioni su quali crediti ammettere ed in che misura. Il professionista deposita il progetto in cancelleria e ne trasmette copia ai creditori, con PEC, almeno 15 giorni prima dell’udienza di discussione.

Se l’istanza viene respinta o ammessa solo parzialmente, è possibile presentare nuovi documenti e dichiarazioni integrative a sostegno delle proprie pretese, fino a 5 giorni prima dell’udienza.

Nel giorno e nell’ora prestabiliti, il giudice delegato valuta le domande e le prove fornite, e, con decreto motivato, forma lo stato passivo. Il documento verrà poi utilizzato, in fase di chiusura della procedura, per stabilire l’ordine di pagamento dei creditori.

Se la richiesta di ammissione al passivo fallimentare viene rigettata o ammessa solo in parte, è possibile presentare opposizione contro il decreto di accoglimento dello stato passivo [12]. L’opposizione si propone con ricorso al tribunale fallimentare, entro 30 gg dalla comunicazione del citato decreto. Le parti devono costituirsi almeno 10 giorni prima dell’udienza di comparizione. I giudici, in base alle ragioni esposte ed alle prove presentate, decidono con decreto motivato.

Contro il decreto è ammesso ricorso in Cassazione entro 30 giorni dalla comunicazione a cura della cancelleria.

Il fondo di garanzia Inps

I dipendenti, a seguito all’ammissione allo stato passivo, hanno la possibilità di ottenere il TFR e le retribuzioni non corrisposte, facendo richiesta all’apposito fondo di garanzia dell’Inps.

È bene precisare che il fondo paga il TFR per intero, purché la domanda sia presentata non oltre 5 anni dalla fine del rapporto di lavoro; non copre, invece, qualsiasi busta paga ma solo le ultime 3, maturate nell’anno precedente alla dichiarazione di fallimento. Questo vuol dire, ad esempio, che l’unica via per tentare di recuperare gli altri stipendi è l’insinuazione al passivo fallimentare. Lo stesso discorso vale per l’ex dipendente, dimessosi o licenziato due o tre anni prima, che abbia compensi all’epoca non saldati.

Si può accedere al fondo dopo 30 giorni dal ricevimento della comunicazione del curatore che lo stato passivo è diventato esecutivo. La domanda si presenta tramite call center (numero verde 803 164 da rete fissa, 06 164 164 da rete mobile) oppure telematicamente, con le credenziali per l’accesso ai servizi web Inps, con l’assistenza del patronato o di un professionista (avvocato o commercialista di fiducia).

Il dipendente deve produrre la seguente documentazione:

  • copia della domanda di ammissione al passivo e prove a sostegno dell’istanza (contratto di assunzione, cedolini paga, ecc);
  • copia dello stato passivo esecutivo [13];
  • certificato rilasciato dal tribunale in cui si attesta che non è stata proposta opposizione o impugnazione contro il decreto di esecutività dello stato passivo;
  • mod. SR52 compilato e firmato dal curatore ovvero, se questi si rifiuta, mod. SR54 compilato e firmato dallo stesso richiedente (in tal caso, si consiglia di produrre anche la dichiarazione di rifiuto del curatore);
  • copia del documento d’identità valido.

L’Inps provvede al pagamento entro 60 giorni dalla presentazioni della domanda, ma può capitare che il termine non venga rispettato in modo rigido e si debba aspettare un po’ di più.

L’accesso al fondo è consentito al dipendente ammesso al passivo ma magari non pagato in sede di riparto, oppure se il fallimento si è chiuso con attivo insufficiente. In questo caso, venendo meno l’accertamento dello stato passivo, occorre allegare alla domanda il decreto del giudice di non luogo a procedere [14].

In conclusione, va ricordato che le limitazioni sul patrimonio e sui beni del fallito, citate in precedenza, cessano con la chiusura della procedura fallimentare; il soggetto riacquista anche la legittimazione processuale. Pertanto, il dipendente in tutto o in parte non soddisfatto ha la possibilità di recuperare le somme ancora dovute dall’imprenditore in sede giudiziaria (es. con ricorso per decreto ingiuntivo o pignoramento).


Di Antonio Turano

note

[1] Art 1 Legge Fallimentare.

[2] Sono esclusi i beni strettamente personali, gli assegni alimentari, gli stipendi, le pensioni e i salari necessari al mantenimento suo e del nucleo familiare, i frutti dell’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e le cose impignorabili per legge (l’art. 514 cod. civ. menziona, ad esempio: fede nuziale, vestiti, biancheria, letti, lavatrice, frigorifero, ecc)

[3] Art. 2119 co. 2 cod. civ.

[4] Art. 72 co. 1 Legge Fallimentare.

[5] Il comitato dei creditori è un organo del fallimento, costituito da 3 o 5 membri, nominati dal GD tra i creditori che abbiano dato la loro disponibilità. Rappresenta gli interessi di tutti i creditori, vigila sulle scelte del curatore, fornisce pareri su richiesta del tribunale o del curatore.

[6] I licenziamenti devono essere motivati ed avvenire in forma scritta. La L. n. 223/1991 individua alcuni parametri da rispettare: conserva il lavoro chi ha famiglia a carico, soprattutto se numerosa; chi è più giovane, a differenza di chi è più anziano e prossimo all’età pensionabile; chi svolge mansioni indispensabili per l’azienda. Il curatore deve tener conto, inoltre, delle quote assegnate alle lavoratrici ed ai dipendenti disabili, in relazione alle dimensioni della società. Con una recente pronuncia, la Cassazione ha stabilito che i dipendenti mandati via illegittimamente, senza giusta causa o giustificato motivo, possono chiedere il risarcimento del danno (Cass. sent. n. 522 del 11.1.2018).

[7] Art. 72 co. 2 Legge Fallimentare.

[8] La Suprema Corte, con sentenza, ha affermato che, a seguito dall’inerzia e dall’eccessivo ritardo nella scelta del curatore, al dipendente è riconosciuto il diritto al risarcimento del danno (Cass. sent. n. 7308 del 23.03.2018).

[9] Il TFR o trattamento fine rapporto è una somma di denaro che il datore di lavoro trattiene dalla retribuzione del dipendente e che viene restituita al momento della cessazione del rapporto, per licenziamento, dimissioni o pensione.

[10] Art. 93 Legge Fallimentare.

[11] Art. 2751-bis n.2 cod. civ.

[12] Art. 98 Legge Fallimentare.

[13] La copia dello stato passivo non è necessaria qualora il curatore o la cancelleria del tribunale abbiano già provveduto a trasmetterlo all’Inps.

[14] Circolare INPS n. 32/2010.


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