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Restituzione oggetti personali dopo separazione

23 novembre 2018


Restituzione oggetti personali dopo separazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 novembre 2018



Arredo, beni mobili, elettrodomestici, effetti personali: la divisione e la restituzione di ciò che è stato acquistato durante il matrimonio o la convivenza.

Quando le coppie si separano, sposate o conviventi che siano, il momento del distacco diventa un problema anche logistico. Il partner costretto ad andar via di casa incontra spesso difficoltà e resistenze a portar con sé la propria roba rimasta nell’appartamento. Si frappongono ostacoli di tutti i tipi come la disponibilità dell’ex a lasciare la porta aperta per il trasloco o l’individuazione delle rispettive proprietà (cosa non sempre agevole, un po’ per la difficoltà a ricordare episodi avvenuti a distanza di anni, un po’ perché gli oggetti vengono acquistati a volte coi soldi di entrambi). «Cosa è mio, cosa è tuo» è un problema che si pongono anche le coppie in comunione dei beni le quali, invece, a rigore dovrebbero dividere tutto al 50%. A tutto ciò si aggiunge poi l’ulteriore complicazione dell’assegnazione della casa familiare in caso di figli che comporta anche l’attribuzione dell’uso di tutti gli arredi che la compongono. Insomma, le regole sulla restituzione degli oggetti personali dopo la separazione finiscono per essere, seppur semplici da un punto di vista giuridico, fonti di litigio tra marito e moglie o tra i due compagni. 

Una recente sentenza della Cassazione [1] ha affrontato il caso di una donna che non ha consentito deliberatamente all’ex coniuge di riprendere, a distanza di due anni dalla separazione, i propri beni. Lui l’ha denunciata e i giudici poi l’hanno condannata per appropriazione indebita. È per noi la scusa per trattare, in modo sistematico, il problema della restituzione dei beni dopo la separazione riferendoci sia alle coppie unite in matrimonio che a quelle “di fatto”. Proveremo a individuare ogni casistica che può materialmente presentarsi, individuando la soluzione più corretta al problema della divisione degli acquisti. Ma procediamo con ordine.

Coppie non sposate o in separazione dei beni: la restituzione degli oggetti personali

Quando si tratta di una coppia di conviventi o sposata in regime di separazione dei beni, ciascun partner resta proprietario degli oggetti acquistati coi propri soldi. Perciò ha diritto a ottenerne la restituzione. Se anche questi è obbligato ad andare via di casa, l’altro che rimane deve consentirgli di prelevare i suoi beni personali. Questo non significa lasciargli le chiavi dell’immobile ma consentirgli, in una o più occasioni, di effettuare il trasloco. Se l’ex non dovesse mostrarsi disponibile all’asporto, andrà prima diffidato con una raccomandata scritta o un telegramma (con assegnazione di un termine massimo per adempiere) e, in caso di ulteriore inadempimento, potrà essere querelato per appropriazione indebita. Bisognerà allora andare dalla polizia, dai carabinieri o alla Procura della Repubblica a chiedere la punizione del colpevole.

Dall’altro canto, il proprietario dei beni non può approfittare della “disponibilità” dell’ex e lasciare, nell’immobile di quest’ultimo e per lungo tempo, le sue proprietà. Dovrà invece ritirarle al più presto. In caso contrario, l’altro potrà spostare gli oggetti in un deposito il cui costo sarà imputato a carico del titolare dei beni.

In caso di contestazione, dimostrare la proprietà dei beni potrebbe risultare non facile. Non sempre infatti vengono conservati scontrini e prove d’acquisto. A tal fine un giudice potrebbe accettare una prova testimoniale. 

Se gli oggetti erano stati invece acquistati con denaro di entrambi i partner (un divano, una camera da letto, ecc.) sarà più opportuno trovare un’intesa sulla loro spartizione; in caso contrario, a rigore, bisognerebbe vendere i beni e dividere il ricavato al 50%. Poiché spesso la vendita di arredi o elettrodomestici usati è impossibile, in caso di disaccordo un giudice effettuerà una divisione in natura in base alla seguente procedura. Vengono prima creati due gruppi omogenei (per valore) di beni da dividere; ad esempio, si crea il gruppo “A” contenente un letto, un divano, un frullatore, un’aspirapolvere, la lavatrice, ed il gruppo “B” con un armadio, tre quadri, un tostapane, la lavastoviglie e un servizio di piatti. Dopo si tira a sorte assegnando, a ciascuno dei due contendenti, uno dei due gruppi di beni.

Coppie sposate in regime di comunione dei beni

Per le coppie sposate in comunione dei beni, la proprietà di tutti gli acquisti fatti dopo il matrimonio è di entrambi. Anche qui, quindi, a rigore, bisognerà procedere a una vendita o, in caso contrario, al sorteggio per gruppi di beni con valore omogeneo.

In verità esistono però dei beni che non rientrano nella comunione. Ad esempio gli oggetti personali o quelli per il proprio lavoro restano di proprietà di chi li ha comprati. È il caso del vestiario, di un computer, di una borsa da lavoro, delle lettere personali e dei ricordi, ecc. In questo caso, il titolare degli oggetti ha diritto a chiederne la restituzione secondo le regole che abbiamo visto nel paragrafo precedente.

Non rientrano in comunione neanche gli oggetti ottenuti in donazione o acquistati con i soldi di un risarcimento del danno o mediante la vendita di beni personali o ricevuti in donazione. Così, ad esempio, se uno dei due coniugi fa un incidente stradale e, col risarcimento ottenuto dall’assicurazione, acquista un’auto quest’ultima resta di sua proprietà.

Arredo della casa: come si divide?

Un problema potrebbe diventare la divisione dell’arredo interno della casa quando questa è di proprietà di uno dei due partner. La questione si pone solo se la coppia ha figli e questi sono ancora non autosufficienti. Difatti, in una situazione del genere, il giudice assegna la casa al genitore con cui i bambini vanno materialmente a vivere.

Per effetto del provvedimento di assegnazione della casa familiare il coniuge assegnatario ha il diritto di goderne in via esclusiva. L’altro però se ne deve andare. E qui il problema. Anche se la coppia era sposata in separazione dei beni o semplicemente convivente, non potrà più asportare gli oggetti di sua proprietà che compongono l’arredo. Difatti, il concetto di casa familiare comprende anche tutti quegli elementi che individuano lo “standard” di vita familiare o che definiscono l’habitat della prole e quindi:

  • le pertinenze della casa quali ad esempio la cantina e il garage;
  • i beni mobili, gli arredi, gli elettrodomestici e i servizi, ad eccezione dei beni strettamente personali o che soddisfino le particolari esigenze del coniuge che viene privato del godimento data la necessità che resti il più possibile inalterato [2].

In sede di separazione consensuale i coniugi possono deciderne la sorte.

In sede di separazione giudiziale, di regola arredi e altri beni mobili vengono attribuiti, in via provvisoria, all’assegnatario, con facoltà per l’estromesso di prelevare i beni personali (e se c’è accordo tra le parti, anche quelli ai quali tenga particolarmente). Il provvedimento di assegnazione relativo alla casa si estende anche ai beni mobili che costituiscono l’arredo della abitazione, a meno che i coniugi non abbiano pattuito (anche al di fuori dei patti omologati in una separazione consensuale) che alcuni beni mobili siano prelevati dalla casa coniugale dal coniuge che ne è proprietario esclusivo [3].

note

[1] Cass. sent. n. 52598/2018 del 22.11.2018.

[2] Cass. 26 settembre 1994 n. 7865, Cass. 9 dicembre 1983 n. 7303 

[3] Cass. 25 maggio 1998 n. 5189.


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