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Accertamenti bancari: il fisco non deve motivare il controllo

26 Novembre 2018


Accertamenti bancari: il fisco non deve motivare il controllo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Novembre 2018



Agenzia delle Entrate: i movimenti sospetti sul conto corrente fanno scattare in automatico l’accertamento, salva la prova contraria che tuttavia è a carico del contribuente.

Quando si dice che il contribuente si trova in una posizione di inferiorità processuale nei confronti del Fisco è vero. Almeno quando si tratta di accertamenti che originano da movimentazioni sospette sul conto corrente. La legge stabilisce infatti che, in caso di versamenti di contanti o di bonifici di denaro non “denunciati” nel 730 o nell’annuale dichiarazione dei redditi,  l’Agenzia delle Entrate può presumere che si tratti di proventi in nero, frutto cioè di operazioni imponibili ma sottratte all’erario. Spetta poi al contribuente dimostrare il contrario, ossia la natura di redditi non tassabili. Questo principio porta a un’amara constatazione, per come confermato spesso dalla giurisprudenza della stessa Cassazione [1]: negli accertamenti bancari, il fisco non deve motivare il controllo.

A ribadire questa regola è stata una recente pronuncia della Commissione Tributaria Regionale di Rieti [2] che ci offre l’occasione per spiegare come avvengono i controlli sul conto corrente di qualsiasi contribuente (persona fisica, imprenditore, professionista, società, ecc.). È anche la scusa per comprendere, nello stesso tempo, come difendersi nel caso in cui l’Agenzia delle Entrate dovesse inviare un accertamento fiscale basato su una verifica bancaria e, meglio ancora, quali sono i comportamenti da evitare per escludere, in partenza, il rischio di un controllo. Ma procediamo con ordine.

Quali sono le operazioni sospette per il fisco

Esistono 5 movimenti sospetti del conto corrente per il fisco. Ma di questi, sono gli accrediti, in particolare, a costituire la peggiore trappola per i contribuenti. Posto che l’Agenzia delle Entrate non può imporre al contribuente di giustificare i prelievi effettuati dal conto corrente (a meno che non vi siano sospetti di grosse evasioni fiscali o di operazioni illecite), gli unici movimenti che finiscono nella lente di ingrandimento del fisco sono i versamenti. E con questo termine si intendono sia quelli in contanti o con assegni, fatti allo sportello dallo stesso titolare del conto, sia i bonifici accreditati da terzi. 

Una legge [3] stabilisce che tutti i versamenti sul conto si presumono essere redditi imponibili ossia tassabili. In termini pratici significa che, se non vengono auto-denunciati dal contribuente nella propria dichiarazione annuale dei redditi, sarà l’Agenzia delle Entrate a tassarli. E lo farà in automatico, senza prima chiedere chiarimenti o giustificazioni. 

Al contribuente però è data la facoltà di dimostrare il contrario: una volta ricevuto l’atto di accertamento, egli può provare che si tratta di redditi non imponibili o che sono già stati tassati alla fonte, ossia prima della materiale erogazione al beneficiario. 

È proprio questa norma a costituire l’inghippo per molti cittadini. Cerchiamo di capire allora come vanno le cose.

Ogni volta che versi o ricevi dei soldi sul tuo conto corrente, li devi “denunciare” all’Agenzia delle Entrate. Li devi cioè indicare nella dichiarazione dei redditi. Chiaramente, nel momento in cui lo fai, dovrai pagare anche le imposte. Ma come fare per tutti quei proventi che derivano da operazioni non imponibili? Immagina una donazione o il risarcimento di un danno o ancora una vincita al gioco. Tali redditi sono infatti esentasse o sono stati già tassati alla fonte. Non vanno pertanto dichiarati. 

Può sembrare il gatto che si morde la coda: se non si denunciano, si riceve l’accertamento fiscale; se invece si denunciano si pagano le tasse che non sono dovute. Che fare?

La regola vuole che il contribuente sia sempre “pronto” a dare giustificazioni. Giustificazioni che possono solo derivare da documenti scritti e non da testimonianze. Così, se si riceve un accredito da una assicurazione bisognerà provare l’istruttoria di una pratica di indennizzo per un risarcimento del danno; se si riceve una somma da un amico, sarà necessario presentare un atto scritto di donazione avente data certa (quindi registrato), e così via.

Leggi: Fisco: controllo dei conti correnti.

Movimenti sul conto non sospetti

Se però è vero che l’onere della prova della non imponibilità dell’operazione spetta al titolare del conto, è anche vero che l’Agenzia delle Entrate non si muove per qualsiasi tipo di accredito sul conto. Ad esempio, i bonifici ricevuti da familiari conviventi non generano quasi mai sospetti poiché si presumono avvenuti in adempimento dei naturali doveri di solidarietà familiare (un padre che aiuta un figlio non autosufficiente, il marito che versa sul conto della moglie i soldi necessari per il ménage domestico, una nonna che fa un regalo al nipote, ecc.). Nello stesso tempo, non genera sospetto il bonifico di una banca erogato a titolo di mutuo, così come quasi mai arriva un accertamento per un risarcimento da una assicurazione, avendo quest’ultima adempiuto prima agli obblighi di informazione in merito alle proprie attività svolte. 

Come difendersi dai controlli bancari?

Come detto, l’avviso di accertamento fondato su verifiche del conto corrente impone l’onere della prova a carico del contribuente. Il contribuente, infatti, deve dimostrare che gli elementi dei movimenti bancari non sono riferibili ad operazioni imponibili. 

L’ufficio finanziario può invitare i contribuenti, specificandone i motivi, a fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento nei loro confronti. Solo in questo modo il cittadino può superare quella presunzione legale della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti correnti bancari. Tale presunzione comporta che l’Agenzia delle Entrate non deve provare alcunché per dimostrare l’evasione fiscale: le basta solo indicare i versamenti sul conto che non trovano riscontro nella dichiarazione dei redditi. 

L’amministrazione finanziaria, quindi, può procedere agli accertamenti, non essendo tenuta a motivare le indagini svolte dalla Guardia di Finanza: il ricorso, ad opera dell’Agenzia delle entrate, alle indagini bancarie non deve essere motivato, né il loro svolgimento presuppone indizi gravi, precisi e concordanti di evasione fiscale. 

Spetta invece al titolare del conto corrente fornisce giustificazioni. Si verifica ciò che, in termini tecnici, si definisce «inversione dell’onere della prova» [4]. 

Il primo punto su cui si sofferma la giurisprudenza è il seguente: il soggetto accertato deve fornire una prova analitica, e non generica, con riferimento a ogni singolo versamento sul conto ricevuto. Quindi, per ogni movimentazione in entrata, ci deve essere un’autonoma dimostrazione circa la provenienza del denaro e la causale dello stesso. 

Il secondo aspetto fondamentale, che spesso si dimentica, è che la prova contraria deve essere costituita sempre da documenti scritti con data certa: un contratto, un bonifico bancario, un assegno non trasferibile, un atto pubblico, ecc. La data certa può essere fornita con la registrazione dell’atto all’Agenzia delle Entrate (ad esempio un mutuo o una donazione) oppure con un timbro postale (il documento viene spedito con raccomandata a.r., sicché l’attestazione del postino circa la data di consegna consentirà di risalire alla data dell’atto stesso).

Controlli sul conto: a quanti anni prima si può risalire?

Per fortuna, questa rigida regola favorevole al fisco incontra un limite temporale. Dopo un certo numero di anni il contribuente non è più tenuto a dimostrare nulla e l’Agenzia delle Entrate non può più chiedere spiegazioni. Ne abbiamo già parlato in Controlli fiscali su conto corrente: a quanti anni prima si può risalire? Il termine di decadenza degli accertamenti bancari sul conto corrente è il seguente. Se hai commesso una leggerezza nel ricevere un bonifico o effettuare un versamento sul conto corrente di cui non hai i documenti che dimostrano la regolarità del tuo operato, rischi un controllo del conto solo nei primi cinque anni. I cinque anni che possono essere oggetto di accertamento fiscale sul conto corrente decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione dei redditi. Dopo tale termine puoi tornare a dormire sonni tranquilli perché qualsiasi accertamento sarebbe ormai tardivo.

Invece per le evasioni anteriori al 1° gennaio 2016 il termine è più breve ed è pari a quattro anni.

Rischi molto di più se non hai mai presentato la dichiarazione dei redditi. In questo caso, infatti, il termine per l’ufficio del fisco per accertare l’evasione è:

  • di cinque anni per i periodi di imposta anteriori al 1° gennaio 2016;
  • di sette anni per quelli successivi.

 

note

[1] Cass. sent. n. 711/2017.

[2] Ctr Rieti sent. n. 145/2018.

[3] Art. 32 co. 1 Dpr n. 600/1973.

[4] In tema di accertamento delle imposte dirette, qualora l’accertamento è fondato su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’amministrazione è soddisfatto mediante i dati risultanti dai conti medesimi, determinandosi un’inversione della prova a carico del contribuente. Quest’ultimo deve dimostrare, con una prova non generica ma analitica, come ogni versamento bancario sia estraneo a fatti imponibili (cfr. Cass. n. 441/2018; n. 8266/2018; Ctp Rieti n. 21/2018).


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