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Contributo affitto coniuge separato

26 Novembre 2018


Contributo affitto coniuge separato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Novembre 2018



Assegnazione della casa coniugale in caso di separazione o divorzio: oltre al mantenimento è dovuto un ulteriore contributo?

Ti stai separando. Tu e tua moglie siete stati sino ad oggi in affitto. Ora nell’appartamento continuerà a restare lei, ma vuole che a pagarlo sia tu. Non le basta cioè l’assegno di mantenimento che, comunque – a suo avviso – le devi versare poiché non ha risorse economiche sufficienti per mantenersi da sola; vorrebbe anche un contributo affitto al coniuge separato. Si tratterebbe cioè di un’aggiunta allo stretto necessario per mangiare e vivere. A tuo avviso, invece, l’assegno di mantenimento deve essere considerato onnicomprensivo; non sei quindi disposto a fare ulteriori concessioni in denaro. Cosa prevede a riguardo la legge? Ecco alcuni utili chiarimenti sul punto.

Assegnazione della casa

Il problema dell’assegnazione della casa ove la famiglia ha vissuto si può porre sia nell’ipotesi di immobile in affitto che di proprietà (esclusiva o in comunione).

Analizziamo prima la regola generale.

Il giudice decide sull’assegnazione della casa solo se la coppia ha figli minori o maggiorenni non ancora autosufficienti o portatori di handicap. In tali casi, il tribunale assegna la casa al genitore presso cui i figli vanno abitualmente a vivere (di solito la madre).

Se invece la coppia non ha figli, la casa resta al suo proprietario (l’altro dovrà fare le valigie) o, nel caso di affitto, il contratto si scioglie o prosegue nei confronti di chi lo ha firmato.

Chiaramente queste sono soluzioni che si possono prospettare solo nel caso in cui la coppia non ha trovato un accordo. In caso, infatti, di separazione consensuale, marito e moglie possono decidere in modo differente in merito all’assegnazione della casa.

Casa di proprietà

Se il proprietario della casa non è il coniuge presso cui i figli sono stati “collocati”, il giudice assegna a questi l’immobile almeno fino a quando la prole non sarà diventata grande e capace di badare a se stessa.

L’assegnazione della casa non è una misura di mantenimento in favore del coniuge più debole ma un mezzo per garantire ai figli di continuare a vivere nello stesso luogo ove sono stati sino ad allora, evitando loro traumi ulteriori derivanti da un trasferimento.

Nonostante ciò, la casa finisce per essere un’utilità economica in favore del coniuge, non proprietario, che vi rimane. Di ciò, e del fatto che l’ex dovrà andare a cercare un’altra sistemazione, il giudice tiene conto in sede di quantificazione dell’assegno di mantenimento, diminuendone l’importo.

Se invece il proprietario della casa è il coniuge presso cui i figli vanno a vivere, non c’è ragione di decidere sull’assegnazione: l’immobile resta non solo di sua titolarità ma anche nella relativa disponibilità. All’ex dovrà essere dato il tempo per cercare un’altra sistemazione e trasferire i propri beni.

I coniugi possono comunque trovare un accordo diverso.

Casa in comproprietà

Se la casa è in comproprietà e i due non trovano un accordo per la divisione o per la liquidazione in denaro di una delle due quote all’ex (ad esempio, chi va via riceve un importo pari a metà del valore dell’immobile), il giudice procede alla vendita e alla spartizione del ricavato tra i coniugi.

Casa in affitto

Le regole per la casa in affitto non variano rispetto a quella di proprietà: se anche il contratto è stato firmato da uno dei due coniugi e l’altro ha ricevuto la collocazione dei figli, sarà quest’ultimo a rimanere nell’appartamento insieme ai bambini.

Canone di affitto: chi deve pagarlo?

Nel caso di coppia con figli non autosufficienti, che ha vissuto in un appartamento in affitto, il contratto deve quindi proseguire con il genitore con cui restano i bambini. L’altro è tenuto a versare un mantenimento proporzionato alle sue capacità e alle esigenze dell’ex. Il mantenimento ai figli deve invece garantire a questi ultimi lo stesso tenore di vita che avevano quando ancora i genitori stavano insieme (quindi un importo superiore rispetto a quello del genitore cui deve essere salvaguardata solo l’autosufficienza).

Nel quantificare l’assegno di mantenimento, il giudice tiene conto sia delle spese che dovrà affrontare il coniuge beneficiario che quelle a carico di chi è tenuto a versarlo. Non è quindi previsto che quest’ultimo debba anche pagare un contributo affitto al coniuge separato. I soldi necessari a onorare gli impegni con il padrone di casa, con il condominio (per le relative spese periodiche) o per le utenze sono già ricomprese nell’assegno di mantenimento o nell’assegno divorzile ordinario.

Tuttavia, proprio in ragione dell’importo del canone, il giudice può aumentare il mantenimento al fine di garantire ai figli di restare all’interno dello stesso appartamento e non doversi trasferire. Del resto, il canone di locazione rispecchia anche il tenore di vita precedente della famiglia ed è quindi già di per sé proporzionato alle capacità reddituali del soggetto obbligato. A meno che non risulti che anche l’altro coniuge, titolare di un proprio reddito, contribuisse alle spese per la locazione, nel qual caso questi vedrà diminuire il proprio mantenimento.

Detto in altri termini, se anche il canone di affitto resta a carico di chi abita la casa e seppure tale importo non può mai costituire una voce a parte rispetto al mantenimento, il tribunale deve tenere conto della spesa che chi resta nell’appartamento dovrà sostenere per quantificare l’assegno periodico a carico dell’ex. Senza però dimenticare neanche le nuove spese che quest’ultimo, costretto ad andare a vivere altrove, dovrà sobbarcarsi.

Ecco perché, in fin dei conti, dopo la separazione è sempre impossibile mantenere lo stesso tenore di vita, atteso che i costi vivi si raddoppiano.


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