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Possono togliermi la Naspi?

6 Gennaio 2019


Possono togliermi la Naspi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Gennaio 2019



Nel corso degli anni è cambiato il nome della prestazione che viene erogata ai disoccupati che perdono il lavoro. Oggi si chiama Naspi e in alcuni casi la prestazione può essere revocata. Vediamo quando.

Quella che per molti anni è stata chiamata indennità di disoccupazione, a partire dal 2015, è stata sostituita da una nuova forma di tutela a favore di chi perde involontariamente il lavoro che si chiama Naspi – acronimo di Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego. E’ del tutto evidente che chi perde dall’oggi al domani il lavoro si trova privato della possibilità di guadagnarsi, con la propria attività lavorativa, da vivere e deve essere dunque sostenuto dallo Stato. Proprio per questa ragione nasce la Naspi. Chi prende la Naspi, tuttavia, deve anche sapersela mantenere in quanto in alcuni casi la prestazione può essere revocata. E’ dunque legittima la preoccupazione del disoccupato che si chiede: possono togliermi la Naspi? Cerchiamo di capire quando spetta la Naspi e in quali casi tale prestazione può essere revocata.

In quali casi spetta la Naspi?

Hanno diritto alla Naspi i lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro. Non hanno, dunque, diritto alla Naspi i lavoratori che decidono in maniera volontaria di dimettersi dal posto di lavoro. A questa regola c’è però un’eccezione che è rappresentata dalle cosiddette dimissioni per giusta causa, vale a dire quei casi in cui le dimissioni non sono in realtà una scelta volontaria ma sono quasi forzate dal datore di lavoro, che pone in essere comportamenti molto gravi nei confronti del lavoratore il quale non ha altra scelta che andarsene. In quest’ultima ipotesi il dipendente ha diritto alla Naspi anche se la perdita del lavoro deriva dalle proprie dimissioni, che sono però state date per giusta causa.

Ma quando le dimissioni si possono considerare per giusta causa?  In realtà non esiste un elenco completo di casi. Si hanno dimissioni per giusta causa tutte le volte in cui il datore di lavoro tiene comportamenti scorretti e gravi verso il lavoratore che gli impongono di rassegnare le dimissioni.  Si considerano per giusta causa, ad esempio, le dimissioni provocate:

  • dal mancato pagamento della retribuzione;
  • dall’aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • dalle modifiche peggiorative delle mansioni lavorative;
  • dal c.d. mobbing, ossia da condotte continuative tenute dal datore di lavoro o da altri colleghi che tendono a umiliare, isolare e far crollare psicologicamente il dipendente, spingendolo ad andarsene;
  • dalle variazioni notevoli delle condizioni lavorative che fanno seguito alla cessione dell’azienda ad altri soggetti (persone fisiche o giuridiche) [1];
  • dal trasferimento del dipendente dalla sua sede di lavoro ad un’altra, in assenza delle “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” richieste dalla legge per poter trasferire un dipendente [2];
  • da comportamenti offensivi del datore di lavoro o del superiore gerarchico verso il lavoratore [3].

Tolto il caso delle dimissioni per giusta causa, come abbiamo detto, la Naspi spetta solo se il dipendente perde involontariamente il lavoro e, quindi, in caso di:

  • licenziamento, anche nell’ipotesi di giusta causa;
  • non trasformazione dell’apprendistato in contratto a tempo indeterminato;
  • non rinnovo di un contratto a tempo determinato.

Non hanno diritto alla Naspi, come abbiamo detto, i dipendenti che cessano il lavoro per dimissioni volontarie. Anche in questo caso è prevista un’eccezione. Infatti, ha diritto a prendere la Naspi, la lavoratrice in stato di gravidanza,in ipotesi di dimissioni che si collocano nel periodo dal 1° giorno in cui ha appreso il suo stato gravidico sino al compimento di 1 anno di vita del bimbo.

Un’altra ipotesi in cui non spetta la Naspi è la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Ciò accade quando il rapporto di lavoro termina non su iniziativa dell’azienda o del dipendente ma di comune accordo. Anche in questo caso la regola non è del tutto rigida e ci sono delle eccezioni.

Il dipendente ha diritto alla Naspi se:

  • la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro viene firmata dalle parti nel corso della procedura di conciliazione presso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro;
  • la risoluzione consensuale  scaturisce dal rifiuto del dipendente al trasferimento ad una nuova sede di lavoro che dista più di 50 km dalla precedente.

Che anzianità deve avere il dipendente per la Naspi?

Per prendere la Naspi, oltre ad aver perso involontariamente il lavoro, il lavoratore deve:

  • aver maturato almeno 13 settimane di contributi nei quattro anni precedenti al periodo di disoccupazione, vale a dire, devono esserci contributi versati per almeno 13 settimane nei 4 anni precedenti;
  • aver lavorato almeno 30 giorni di effettivo lavoro nei 12 mesi che precedono il periodo di disoccupazione.

La Naspi spetta a tutti i lavoratori?

Non tutte le tipologie di lavoratori possono accedere alla Naspi. L’indennità spetta infatti ai lavoratori subordinati con contratto a tempo indeterminato, agli apprendisti, ai dipendenti pubblici a tempo determinato, al personale artistico con rapporto di lavoro dipendente, ai soci-lavoratori delle cooperative con rapporto di lavoro subordinato.

Non possono prendere la Naspi, al contrario, i dipendenti pubblici a tempo indeterminato, gli extracomunitari stagionali e gli operai agricoli. Non hanno diritto alla Naspi nemmeno i cosiddetti parasubordinati, ossia i collaboratori assunti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Inoltre, perdono la Naspi coloro che maturato il diritto al pensionamento [4].

Per quanto tempo spetta la Naspi?

La Naspi spetta per un periodo massimo di 24 mesi.

Per capire per quante settimane il disoccupato prenderà la Naspi è necessario fare riferimento a tutti i contributi previdenziali versati dal dipendente nel corso dei 4 anni precedenti e dividerli per due. In poche parole, la durata della Naspi è un periodo di tempo pari alla metà delle settimane di contributi versati nel quadriennio precedente.

A quanto ammonta la Naspi?

Per quantificare quanti soldi potrai ricevere come assegno Naspi è necessario procedere ad una operazione di tipo matematico.

E’ infatti necessario dividere il totale delle retribuzioni imponibili ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni per il numero di settimane di contribuzione. L’importo ottenuto lo si deve moltiplicare per 4,33. Se l’importo che esce fuori è inferiore o pari  a euro 1.195, l’assegno Naspi è pari al 75% della retribuzione. Qualora, al contrario, il risultato è superiore di euro 1.195 euro, deve essere aggiunto un importo pari al 25% del differenziale tra la retribuzione mensile e il predetto importo.

In ogni caso l’assegno non può superare il massimale mensile di euro 1.300; questo limite massimo viene modificato annualmente, sulla base dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati intercorsa nell’anno precedente.

Possono togliermi la Naspi?

La Naspi ha la funzione di garantire a chi perde il lavoro le risorse necessarie a vivere nell’attesa che venga trovato un nuovo impiego. Da questo discende che se il lavoratore non ne ha più bisogno, ad esempio perchè trova un altro lavoro, perde la Naspi. A seconda dei casi la Naspi può essere semplicemente sospesa oppure può essere definitivamente revocata. Vediamo quando.

La prestazione Naspi è sospesa in caso di:

  • rioccupazione del disoccupato con contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a sei mesi. L’indennità è sospesa d’ufficio per la durata del rapporto di lavoro sulla base delle comunicazioni obbligatorie, salvo che il beneficiario della prestazione non effettui la comunicazione del reddito annuo presunto ai fini del cumulo e sempre che il reddito sia inferiore ad euro 8.000;
  • nuova occupazione in paesi dell’UE o con cui l’Italia ha stipulato convenzioni bilaterali in tema di assicurazione contro la disoccupazione o in paesi extracomunitari (vedi sezione a seguire dedicata al lavoro all’estero).

La prestazione Naspi decade del tutto se il lavoratore:

  • perde lo stato di disoccupazione;
  • inizia un’attività di lavoro subordinato, di durata superiore a sei mesi o a tempo indeterminato senza comunicare all’Inps il reddito presunto che ne deriva, entro un mese dal suo inizio;
  • non comunica, entro un mese dalla domanda della NAspi, il reddito che deriva da un altro o da altri rapporti di lavoro part time quando cessa almeno uno tra vari rapporti di lavoro a tempo parziale che ha dato diritto alla NAspi;
  • inizia un’attività lavorativa autonoma o parasubordinata senza comunicare il reddito presunto, entro un mese dal suo inizio;
  • raggiunge i requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato;
  • acquisisce il diritto all’assegno ordinario di invalidità e non opta per l’indennità Naspi;
  • non partecipa, in assenza di giustificato motivo, alle iniziative di orientamento predisposte dai centri per l’impiego nei casi previsti dalla legge [5].

Con riferimento a questa ultima ipotesi occorre sottolineare che il disoccupato deve dimostrare di essere realmente intenzionato a trovare un altro lavoro e non prendere la Naspi disinteressandosi alla ricerca del lavoro. Per questo egli deve reagire in modo partecipativo alle iniziative che gli vengono proposte dai centri per l’Impiego.

Sono previste poi ipotesi specifiche in caso di lavoro all’estero:

  • recandosi in un Paese UE, in Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda alla ricerca di lavoro, il diritto alla Naspi viene conservato per un massimo di tre mesi;
  • recandosi in un Paese UE, in Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda o in un Paese extracomunitario per motivi diversi dalla ricerca di lavoro, si conserva il diritto a percepire la prestazione;
  • recandosi in un Paese extracomunitario alla ricerca di lavoro si conserva il diritto a percepire la prestazione.

In tutti questi casi, comunque, il disoccupato deve [6] reagire in modo partecipativo alle iniziative che gli vengono proposte dai centri per l’impiego.


note

[1] Corte di Giustizia Europea sent. del 24.02.2002.

[2] Cass. sent. n. 1074/1999.

[3] Cass. sent. n. 5977/1985.

[4] L. n. 92/2012.

[5] Art. 21 co. 7 D. Lgs. n. 150 del 2015.

[6] Circolare Inps n. 177 del 28.11.2017.


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