Diritto e Fisco | Articoli

Doppio cognome al figlio: come fare?

27 Nov 2018


Doppio cognome al figlio: come fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Nov 2018



Come la madre può dare al figlio il proprio cognome con o senza il consenso del padre.

Sei diventata, da pochi giorni, mamma di uno splendido bambino. Con tuo marito avete deciso quale nome dargli. Ora non resta che il cognome… «Il cognome»? Non dovrebbe essere già certo per legge e coincidere con quello del padre? Affatto. A seguito di una sentenza della Corte Costituzionale emessa nel 2016 [1], è ora possibile dare ai propri figli il cosiddetto doppio cognome, ossia affiancare al cognome paterno quello materno. Dopo tale pronuncia, in assenza ancora di una normativa specifica, è intervenuto il Ministero degli Interni con una apposita circolare [2] a spiegare come fare per dare il doppio cognome al figlio.

In ultimo si è aggiunta una sentenza del Tar Lazio [3] che ha risposto a un altro interessante quesito: la madre può dare al figlio il proprio cognome se non c’è il consenso del padre? In altri termini, l’attribuzione del doppio cognome è un diritto per la mamma o solo una facoltà cui accedere unicamente con l’accordo dell’altro genitore? Ed, in ultimo, è possibile anteporre il cognome materno a quello paterno? 

A tutte queste domande troverai qui di seguito una risposta. In attesa che il Parlamento vari un’apposita normativa, non ci resta che affidarci alle istruzioni ministeriali e a quelle fornite dai tribunali italiani.

Quadruplo cognome: cosa succede?

Prima di spiegare come dare il doppio cognome al figlio ci piace aprire con una provocazione. Se è vero, come si vedrà a breve, che si può sempre decidere di dare al proprio bambino tanto il cognome del padre quanto quello della madre, per cui questi si firmerà con entrambi i cognomi, come ci si pone nell’ipotesi in cui anche quest’ultimo, una volta divenuto grande e avuto a sua volta un figlio, voglia fare lo stesso con la propria moglie? Suo figlio, ossia il nipote degli originari genitori, avrà tre cognomi? E se anche la madre porta, a sua volta due cognomi, il neonato porterà addirittura quattro cognomi? Se si applica il principio a valanga avremo delle situazioni davvero inconciliabili cui la legge dovrà porre una regolamentazione. Senza contare che le firme troppo estese potrebbero creare problemi ai sistemi informatici di registrazione (pubblici o privati) i quali, di solito, non consentono l’inserimento di nomi troppo lunghi e, dopo un certo numero di caratteri, impongono il blocco. 

La sentenza della Corte Costituzionale sul doppio cognome

La possibilità di dare al proprio figlio il doppio cognome, ossia tanto quello del padre (come sempre stabilito dalla vigente normativa) quanto quello della madre non trova riconoscimento in una legge, ma in una sentenza della Corte Costituzionale [1]. In particolare, la Consulta ha prima detto che non esiste una disposizione di legge che imponga di dare al figlio il cognome del padre ma che ciò è desumibile da alcune norme del codice civile [4] e da quelle relative all’Ordinamento dello Stato civile. 

Dopodiché, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 262 primo comma, cod. civ. (cognome del figlio nato fuori dal matrimonio) nella parte in cui non consente ai genitori naturali, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita, anche il cognome materno, e dell’articolo 299, terzo comma cod. civ. (cognome dell’adottato) nella parte in cui non consente ai coniugi, in caso di adozione compiuta da entrambi, di comune accordo, di trasmettere al figlio anche il cognome materno al momento dell’adozione.

Con tale pronuncia è stato definitivamente cancellato il divieto, implicito nelle nostre norme, della possibilità di attribuire, al momento della nascita, di comune accordo dei genitori, anche il cognome materno.

Per cui, in attuazione di tale sentenza, l’ufficiale dello stato civile dovrà accogliere la richiesta dei genitori che, di comune accordo, intendono attribuire il doppio cognome, paterno e materno, al momento della nascita o al momento dell’adozione.

Doppio cognome al figlio: come fare?

In verità, la procedura per dare al proprio figlio il doppio cognome è tutt’altro che complicata. La condizione essenziale è che vi sia il consenso di entrambi i genitori, consenso che dovrà essere appurato dall’ufficiale di Stato civile, in quanto pubblico ufficiale. Questo significa che, per dare al figlio il doppio cognome, è necessario che al Comune (o al relativo ufficio istituito presso l’Ospedale) si presentino sia il padre che la madre e che entrambi confermino l’intenzione di aggiungere, al cognome del padre, quello della madre. 

Non sarà quindi possibile una richiesta della sola madre o del solo padre se non c’è anche l’altro genitore. 

L’accordo del doppio cognome non deve essere scritto, non va cioè regolamentato in un contratto o in un altro documento. Deve essere manifestato oralmente davanti all’ufficiale di Stato civile. Non è necessario presentare documenti particolari. 

Una volta recepita la dichiarazione e attestata, il bambino avrà il doppio cognome: il cognome della madre viene affiancato a quello del padre (e, quindi, non si sostituisce). In altre parole: il figlio porterà i cognomi di entrambi i genitori, per esteso; per cui dovrà firmarsi con entrambi e in tutti i pubblici registri, negli atti anagrafici, di residenza ecc. risulterà con il cognome del padre e quello della madre. 

Ad esempio, se un bambino di nome Renato ha un padre con il cognome Rossi e la madre con il cognome Bianchi, questi si chiamerà Renato Rossi Bianchi.

Tanto vale sia per i figli delle coppie sposate o conviventi, nonché per i figli adottati.

In che momento si può dare al figlio il doppio cognome?

L’unico momento in cui si può scegliere di dare al figlio il doppio cognome è al momento della registrazione della nascita del figlio in Comune. È quindi impossibile optare per il doppio cognome in un secondo momento.

La madre ha diritto di imporre il suo cognome?

La madre non può imporre al figlio il proprio cognome. Non ha quindi un vero e proprio diritto. Dovrà quindi chiedere il consenso al proprio coniuge o all’altro genitore. Non ci sono deroghe neanche nel caso in cui i genitori si siano separati o divorziati o non convivano più insieme o uno dei due è scappato senza lasciare alcuna traccia di sé. 

Si può dare al figlio il solo cognome della madre?

La nuova regolamentazione prevede unicamente la possibilità del doppio cognome. Per cui non è possibile dare al figlio solo il cognome materno, neanche se il padre non c’è più, se n’è andato di casa o si è macchiato di gravi condotte che violano il matrimonio.

Il solo cognome materno si dà quando il figlio, nato da una coppia non sposata, non viene riconosciuto dal padre. In tal caso la madre è autorizzata a dargli solo il proprio cognome (non potendo peraltro fare diversamente).

Si può dare al figlio il doppio cognome se la coppia non è sposata?

Come detto la previsione della Corte Costituzione si riferisce sia alle coppie sposate che a quelle di conviventi, nonché ai figli avuti in adozione.

Si può dare il doppio cognome al figlio nato all’estero?

Assolutamente sì. La possibilità di attribuzione del doppio cognome è applicabile anche alle nascite avvenute all’estero di figli di cittadini entrambi esclusivamente italiani.

Che fare se il padre non vuol dare al figlio il cognome della madre?

Se il padre si oppone al doppio cognome, la madre non può farci nulla in prima battuta: può solo rivolgersi al giudice per comporre il conflitto. Il giudice non può, in automatico, accogliere l’istanza della madre ma deve valutare se il doppio cognome non è in contrasto con gli interessi del minore. Insomma, la madre non ha un vero e proprio diritto soggettivo a dare d’imperio il proprio cognome al bambino. Lo stesso dicasi nell’ipotesi inversa, ossia qualora vi sia solo la volontà del padre e non quella della madre.

Per il Tar Lazio [3] è legittimo che il prefetto neghi l’aggiunta del cognome materno, richiesto dalla madre nell’interesse del figlio minorenne, se non vi è l’accordo di entrambi i genitori e a maggior ragione nel caso, come quello in esame, in cui il padre abbia manifestato il proprio dissenso. E anche senza aver portato a conoscenza della madre richiedente le ragioni dell’opposizione paterna. 

Il Tar indica come mezzo legittimo di composizione del contrasto in casi simili l’azione in sede civile davanti al giudice ordinario. Per il Tar non vi sono rilievi contro la decisione del prefetto neanche in ordine alla mancata informazione della madre sui motivi di opposizione del padre alla sua istanza. Quest’ultima di fronte al diniego del padre può solo rivolgersi alla giustizia civile per comporre il disaccordo. La situazione di contrasto tra i genitori non può comunque essere il fondamento per l’accoglimento dell’istanza di aggiunta del cognome della madre.  

È possibile anteporre il cognome della madre a quello del padre?

No, l’unica soluzione possibile è di dare al figlio prima il cognome del padre e poi quello della madre che, pertanto, può solo seguire il primo e non anteporsi ad esso.

note

[1] Corte Costituzionale sent. n. 286/2016.

[2] Ministero Interni circolare n. 1/2017.

[3] Tar Lazio, sent. n. 11410/2018 del 26.11.2018.

[4] Artt. 237, 262 e 299 codi. civ. 

N. 11410/2018 REG.PROV.COLL. N. 04511/2013 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Ter)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 4511 del 2013, proposto da

-OMISSIS-, rappresentata e difesa dall’avvocato Anna Maria Barbante, con domicilio eletto presso la Segreteria del TAR Lazio in Roma, via Flaminia, 189;

contro

U.T.G. – Prefettura di Rieti, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio eletto ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12;

nei confronti

-OMISSIS-, non costituito in giudizio;

per l’annullamento

del decreto prefettizio n. 0004395 dell’11 marzo 2013 con cui è stata respinta la domanda presentata dalla ricorrente volta ad ottenere l’aggiunta del cognome materno a quello paterno.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’ U.T.G. – Prefettura di Rieti;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 17 luglio 2018 la dott.ssa Francesca Romano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

 

1. Con ricorso notificato il 9 maggio e depositato il successivo 17 maggio 2013, la sig.ra -OMISSIS-ha adito questo Tribunale al fine di ottenere l’annullamento del decreto del Prefetto della Provincia di Rieti dell’11 marzo 2013 con cui è stata respinta l’istanza volta ad ottenere l’aggiunta del cognome materno “-OMISSIS-” al cognome paterno “-OMISSIS-”, in favore del figlio minore –OMISSIS-.

2. Espone in fatto che il figlio, nato dalla relazione con -OMISSIS-, e da questi legalmente riconosciuto, è stato lei affidato allorquando la convivenza tra loro veniva a cessare nel mese di marzo del 2012.

A causa del disaccordo tra i due, i rapporti genitoriali venivano regolati dal Tribunale per i Minorenni di Roma che, con decreto del 13 marzo 2012, disponeva l’esercizio congiunto della potestà genitoriale, fermo restando il collocamento del minore presso la madre.

In data 1° agosto 2012 la sig.ra -OMISSIS- presentava, dunque, l’istanza tendente ad ottenere l’aggiunta del cognome materno “-OMISSIS-” a quello paterno “-OMISSIS-” in favore del figlio -OMISSIS-, al fine di vedere riconosciuto il suo ruolo genitoriale, senza incidere sulla situazione acquisita e sull’originario cognome paterno del bambino.

Espletata l’istruttoria, la Prefettura di Rieti comunicava alla ricorrente, con avviso ex art. 10 bis, l. n. 241/1990, che il padre del minore aveva proposto formale opposizione all’istanza di cambiamento del cognome.

Con il gravato decreto, dunque, la Prefettura, considerata la necessarietà del consenso di entrambi i genitori al fine dell’accoglimento della domanda, non sussistendo un’ipotesi di decadenza dalla potestà genitoriale né altre comprovate peculiari circostanze familiari, la respingeva.

3. Avverso il gravato decreto la ricorrente deduce i seguenti motivi di diritto:

I. Carenza, illogicità e difetto di motivazione per violazione degli artt. 1 e 3, l. n. 241/1990. Sviamento del potere, in quanto l’amministrazione non avrebbe consentito alla ricorrente di conoscere le ragioni dell’opposizione dell’altro genitore.

II. Erroneità ed illogicità della motivazione per violazione dell’art. 89, d.p.r. 2 novembre 2011, n. 396, nella lettura costituzionalmente orientata offerta da Corte Costituzionale nella decisione n. 61/2006.

III. Erroneità della motivazione nella misura in cui ha ritenuto indispensabile il consenso dell’altro genitore, come disposto dalla circolare n. 15/2008.

4. Si è costituita in giudizio la resistente amministrazione, depositando in giudizio la documentazione relativa al procedimento per cui è causa.

5. Alla pubblica udienza del 17 luglio 2018 la causa è passata in decisione. DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.

Il nostro ordinamento riconosce il diritto al nome (art. 6 c.c.), nel binomio comprensivo del prenome e del cognome, e ne prevede la tutela (artt. 7 e 8 c.c.), intesa non tanto come tutela del segno distintivo della persona ma come tutela dell’identità personale.

L’art. 6 c.c., nell’ esprimere il favor per la certezza e la stabilità del nome – con l’evidente intento di salvaguardare l’interesse pubblico alla certezza dello status ed all’agevole individuazione delle persone, al comma terzo, consente “cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome”, nei soli casi e con le formalità previste dalla legge ordinaria.

L’art. 89, comma 1, d.p.r. 3 novembre 2000, n. 396 , come da ultimo modificato dal D.P.R. 13 marzo 2012, n. 54, stabilisce, a tale riguardo che: “salvo quanto disposto per le rettificazioni, chiunque vuole cambiare il nome o aggiungere al proprio un altro nome ovvero vuole cambiare il cognome, anche perché ridicolo o vergognoso o perché rivela l’origine naturale o aggiungere al proprio un altro cognome, deve farne domanda al prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione è situato l’ufficio dello stato civile dove si trova l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce. Nella domanda l’istante deve esporre le ragioni a fondamento della richiesta”.

La giurisprudenza amministrativa ha così avuto modo di chiarire che la domanda proposta ai sensi dell’art. 89, d.p.r. n. 396/2000 può essere sostenuta anche da intenti soggettivi ed atipici, purché meritevoli di tutela e non contrastanti con il pubblico interesse alla stabilità ed alla certezza degli elementi identificativi della persona e del suo status giuridico e sociale (ex plurimis, Cons. St., III, 15 ottobre 2013, n. 5021).

Secondo la pacifica giurisprudenza del Consiglio di Stato (cfr., Cons. St., IV, 27 aprile 2004, n. 2752; 26 giugno 2002, n. 3533), ancora, “il diniego ministeriale di autorizzazione al mutamento di nome, ai sensi degli artt. 153 e seguenti del R.D. 9 luglio 1939 n. 1238, costituisce, (…), provvedimento eminentemente discrezionale, in cui la salvaguardia dell’interesse pubblico alla tendenziale stabilità del nome, connesso ai profili pubblicistici dello stesso come mezzo di identificazione dell’individuo nella comunità sociale, può venire contemperata con gli interessi di coloro che quel nome intendano mutare o modificare nonché di coloro che a quel mutamento intendano opporsi.

Dalla natura discrezionale dell’impugnato provvedimento di diniego discende – come logico corollario – che il sindacato giurisdizionale dello stesso può essere condotto, quanto al vizio intrinseco dello sviamento, sotto il limitato profilo della manifesta irragionevolezza delle argomentazioni amministrative o del difetto di motivazione” (così, Cons. St., IV, 26 aprile 2006, n. 2320).

2. Nel caso di specie, il provvedimento prefettizio di diniego all’aggiunta, al cognome paterno del figlio minore, del cognome della madre, motivato sulla base dell’opposizione del padre, non appare a questo collegio affetto da alcun vizio manifesto.

Innanzitutto, giova precisare, alla fattispecie in esame non sono applicabili i principi da ultimo posti dal giudice delle leggi nella sentenza n. 286 del 2016.

Premessa la vigenza nel nostro ordinamento, desumibile dalle norme che implicitamente la presuppongono, della norma in base alla quale il cognome del padre si estende ipso jure al figlio, la Corte Costituzionale, ha espressamente affermato, come già incidentalmente aveva fatto nel 2006 (sentenza n. 61 del 2006), l’incompatibilità della norma de qua con i valori costituzionali della uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia”.

Pur essendo stata modificata la disciplina del cambiamento di cognome, ha osservato la Corte, con l’abrogazione degli artt. 84, 85, 86, 87 e 88 del d.p.r. n. 396 del 2000 e l’introduzione del nuovo testo dell’art. 89, ad opera del d.P.R. 13 marzo 2012, n. 54, le modifiche non hanno attinto la disciplina dell’attribuzione “originaria” del cognome, effettuata al momento della nascita.

“Nella famiglia fondata sul matrimonio rimane così tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre.

3.4.- La Corte ritiene che siffatta preclusione pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisca un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare.

(…) Il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.

(…) In questa stessa cornice si inserisce anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950 e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848.

In particolare, nella sentenza Cusan Fazzo contro Italia, del 7 gennaio 2014, successiva all’ordinanza di rimessione in esame, la Corte di Strasburgo ha affermato che l’impossibilità per i genitori di attribuire al figlio, alla nascita, il cognome della madre, anziché quello del padre, integra violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della CEDU, e deriva da una lacuna del sistema giuridico italiano, per superare la quale «dovrebbero essere adottate riforme nella legislazione e/o nelle prassi italiane». La Corte EDU ha, altresì, ritenuto che tale impossibilità non sia compensata dalla successiva autorizzazione amministrativa a cambiare il cognome dei figli minorenni aggiungendo a quello paterno il cognome della madre.

La piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale, che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori” (così, Corte Cost. 21 dicembre 2016, n. 286).

Sulla base di tali principi, la Corte giunge, dunque, a dichiarare l’illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127), nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno.

3. Il caso sottoposto all’odierno organo giudicante è, tuttavia, diverso.

La richiesta del cambiamento di cognome, in ipotesi di soggetto minorenne, deve necessariamente provenire dai soggetti che ne hanno la rappresentanza legale, quindi, nel caso di specie dagli esercenti la potestà genitoriale.

Nel caso in cui vi sia accordo tra i medesimi trovano senza dubbio applicazione i principi sopra affermati da ultimo dai giudici costituzionali nella decisione n. 286/2016, di modo che deve senza dubbio essere riconosciuta la possibilità di trasmettere ai figli, e quindi, di aggiungere al cognome paterno, anche il cognome materno.

In caso di disaccordo, all’opposto, tali principi non sono immediatamente applicabili.

Si deve avere riguardo, a tale proposito, alla norma dell’art. 320 c.c. sulla rappresentanza e amministrazione dei beni dei figli, secondo cui i genitori esercitano “congiuntamente” (salvo l’ipotesi, che non ricorre nel caso de quo, dell’esercizio in via esclusiva della potestà genitoriale) i poteri di rappresentanza dei figli “in tutti gli atti civili”.

La richiesta di modifica del cognome del figlio minore, integrando un “atto civile”, può essere presentata, allora, dai genitori solo nell’esercizio della rappresentanza legale che trova la sua fonte e disciplina nell’art.

320 c.c., di guisa che deve ritenersi a tal fine imprescindibile il consenso di entrambi i genitori, fatto salvo solo il caso – che qui non ricorre – in cui uno di essi sia stato privato della potestà genitoriale.

In caso di disaccordo, stabilisce, in ultima analisi, l’art. 320, comma 2, c.c., si applicano allora le disposizioni dell’art. 316 c.c., che per il caso di contrasto su questioni di particolare importanza prevede la possibilità, per ciascuno dei genitori, di ricorrere senza formalità al giudice civile.

Alcuna censura, pertanto, può essere mossa avverso il gravato provvedimento di diniego, sia sotto il profilo dello sviamento del potere che dell’illogicità ed erroneità della motivazione, sollevate con il primo ed il secondo motivo di ricorso, in quanto in presenza di disaccordo tra i coniugi nell’esercizio dei poteri rappresentanza del minore per il compimento di atti civili, quali, in specie, il cambiamento del cognome, non è il Prefetto l’autorità competente ad adottare le determinazioni ritenute più idonee a curare l’interesse del figlio, bensì, come detto, l’autorità giudiziaria, ai sensi degli artt. 320 e 316 c.c.

4. Del pari, privo di fondamento risulta essere il terzo motivo di ricorso.

La circolare ministeriale n. 15/2008 prevede espressamente la possibilità di presentare l’istanza di cambiamento di cognome per conto del minorenne, ribadendo, pur tuttavia, in armonia con i sopra affermati principi, che la stessa può essere presentata da entrambi i genitori in quanto esercenti la potestà genitoriale, o anche da uno dei due “purché detta istanza sia accompagnata dal consenso dell’altro genitore”.

La circolare contempla, quindi, due ipotesi eccezionali in cui l’istanza può essere positivamente valutata dal Prefetto ancorché presentata da uno solo dei due genitori: l’ipotesi di perdita della potestà genitoriale da parte dell’altro, che non ricorre nel caso de quo, e l’ipotesi di istanza motivata sulla base di “peculiari circostanze familiari, adeguatamente comprovate, tali da arrecare pregiudizio o danno al minore” che, con motivazione sul punto esente da vizi di legittimità, il Prefetto non ha ritenuto ravvisabile nella mera circostanza dell’esistenza di una situazione conflittuale tra i genitori del minore.

5. Per tutto quanto sopra esposto, in conclusione, il ricorso deve essere respinto.

6. Si ravvisano, per la peculiarità della fattispecie esaminata, giustificati motivi per compensare le spese di lite tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Ter), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui agli artt. 52 commi 1,2 e 5 e 22, comma 8 D.lg.s. 196/2003, manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del presente provvedimento, all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute delle parti o delle persone minori ivi citate.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 17 luglio 2018 con l’intervento dei magistrati: Germana Panzironi, Presidente

Roberta Ravasio, Consigliere

Francesca Romano, Primo Referendario, Estensore

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE Francesca Romano Germana Panzironi

IL SEGRETARIO

In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti interessati nei termini indicati.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI