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Accertamenti sul conto: ecco perché il fisco ti frega

28 Novembre 2018


Accertamenti sul conto: ecco perché il fisco ti frega

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Novembre 2018



La presunzione di reddito di tutti i versamenti sul conto corrente o i bonifici non giustificati: così si difende il contribuente in caso di accertamento fiscale.

Continua a far discutere il nostro articolo di qualche giorno fa dal titolo Accertamenti bancari: il fisco non deve motivare il controllo, a dimostrazione di come non a tutti è ancora noto il meccanismo della cosiddetta «presunzione a favore del fisco» sui versamenti di denaro sul conto corrente. Avevamo infatti esordito confermando quello che può apparire un luogo comune ma che, in realtà, è corretto anche sotto un aspetto tecnico: nel momento in cui riceviamo un bonifico o un versamento di contanti sul conto corrente e non lo indichiamo nella dichiarazione dei redditi siamo già passibili di accertamento fiscale. In pratica è come se, per l’Agenzia delle Entrate, fossimo tutti evasori fino a prova contraria. Detto così può sembrare un’affermazione forte e provocatoria; in realtà è la stessa legge a presumere l’irregolarità. Una norma molto controversa [1], infatti, stabilisce una “presunzione a favore del fisco” tutte le volte in cui c’è un movimento non giustificato sul conto corrente. Insomma, almeno per quanto riguarda gli accertamenti sul conto, ecco perché il fisco ti frega: ciò significa, come vedremo meglio a breve, che spetta al contribuente dimostrare di essere in regola (è ciò che tecnicamente viene detto «inversione dell’onere della prova»). 

Per passare dalla teoria alla pratica e comprendere meglio come funziona questa “trappola”, facciamo qualche esempio.

Versamenti di contanti sul conto: cosa si rischia?

Mario ha raccolto, nel salvadanaio di casa, un bel gruzzoletto: tra regali di compleanno, donazioni dei parenti e qualche vendita al mercatino dell’usato, ha messo da parte ben quattromila euro. Decide così di depositare la somma in banca. Si reca allo sportello e fa un versamento sul suo conto corrente. Sfortuna vuole però che l’Agenzia delle Entrate – che tutto può – si accorga di questo movimento e, sapendo che Mario è disoccupato e non percepisce alcun reddito, gli invia un accertamento fiscale; non attiva cioè una preventiva procedura interna volta prima a chiedere al contribuente come mai si è procurato tanti soldi. Niente di tutto ciò. A Mario arriva direttamente l’atto impositivo. Se non vuole pagare, lo sfortunato contribuente dovrà difendersi in tribunale, impugnando l’avviso di pagamento ricevuto. Ma cosa vuole da lui l’Agenzia delle Entrate? Tasse, chiaramente. Le tasse sull’importo che ha versato sul conto perché, a detta del fisco, si tratta di un reddito non dichiarato. 

Mario prova a far capire al funzionario di turno – presso il cui sportello si è recato allarmato – che non si tratta di proventi tassabili, non sono cioè soldi ricavati per lavoretti, ma solo il frutto di regali. Il dipendente delle Entrate però fa spallucce: «Se non lo dimostri con documenti scritti non possiamo crederti». Ed ha ragione. Perché, nel processo tributario, le prove testimoniali non hanno alcun valore. Secondo l’assurda pretesa del fisco, per ogni donazione, Mario doveva far firmare un documento e poi registrarlo all’Agenzia delle Entrate oppure ricevere un autonomo bonifico (il quale però non avrebbe neanche garantito la natura del pagamento). Insomma, Mario è “fregato”, non può difendersi ed è costretto a pagare imposte e sanzioni su una somma che, invece, nasce esente.

Bonifici sul conto: cosa si rischia?

Ecco un altro esempio che dimostra come, in caso di accertamenti sul conto, il fisco ti frega. Antonio ha fatto un prestito a Luca. Gli ha dato duemila euro in contanti. Dopodiché Luca, che vuol rispettare i patti, ha iniziato a restituirli con bonifici di 200 euro al mese. Ciò avviene per 10 volte di seguito. Proprio alla decima volta, l’Agenzia delle Entrate si accorge della regolarità di tali pagamenti: sospetta così che, dietro di essi, vi sia un rapporto di lavoro. Secondo la ricostruzione del fisco, Antonio starebbe effettuando dei lavori per conto di Luca e questi lo sta retribuendo periodicamente. L’Agenzia delle Entrate, pur non avendo alcuna prova di questa sua congettura, invia un accertamento fiscale ad Antonio per non aver dichiarato questi redditi nella sua dichiarazione. Antonio si reca allo sportello e, insieme a Luca che conferma tutto, fa presente il rapporto di mutuo verbale intercorso tra i due. Ma anche qui l’ufficiale di turno non è tenuto a credergli. I versamenti sul conto, che non hanno una giustificazione scritta, si presumono redditi. Potrebbe anche essere – dice il funzionario – che le rate contengano, oltre alla restituzione del capitale, gli interessi e, in quanto utile, vanno denunciati al fisco. 

Antonio non ha altre prove da fornire al fisco perché non è stato così accorto, al momento del prestito, a firmare un contratto scritto e a registrarlo dandogli una data certa. 

Accertamenti bancari: come ci si difende?

Ecco perché è corretto dire che, in tema di accertamenti fiscali sul conto corrente, il contribuente si trova in una posizione di inferiorità processuale nei confronti del fisco. Al fisco infatti è consentito presumere l’evasione fiscale anche senza prova, mentre al contribuente spetta fornire le prove contrarie; prove che devono necessariamente consistere in documenti scritti che attestino la natura non imponibile delle somme. Che significa? Che il contribuente vittima dell’accertamento dovrà, carte alla mano, dar prova che i soldi ricevuti sono stati già tassati alla fonte (prima cioè che gli fossero erogati come nel caso delle vincite al gioco) e sono esentasse (ad esempio un risarcimento del danno).

Si sottraggono a questa rigida logica solo i bonifici ricevuti da familiari conviventi, per i quali opera una presunzione inversa, questa volta a favore del contribuente: questi si presumono infatti erogati nell’ambito dei doveri familiari di reciproca assistenza. Un padre, ad esempio, non dovrà giustificare le ragioni per cui dà 500 euro al figlio. Tuttavia, per evitare di incorrere di nuovo nel problema che abbiamo evidenziato nel primo esempio (quello del successivo versamento della somma, da parte del beneficiario, sul proprio conto), sarà meglio che la donazione avvenga non in contanti ma tramite bonifico bancario. Solo così il figlio potrà dimostrare un giorno che effettivamente si tratta di denaro proveniente dal genitore e da non dichiarare.

note

[1] Art. 32 co. 1 Dpr n. 600/1973.


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