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Il comproprietario di un immobile abusivo è responsabile?

28 Novembre 2018


Il comproprietario di un immobile abusivo è responsabile?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Novembre 2018



La responsabilità penale per il reato di abusivismo può essere di tipo oggettivo? Chi non ha partecipato ai lavori e non ne era a conoscenza può essere condannato?

Immagina di aver ottenuto, in eredità da tua madre, metà della casa ove questa viveva e che l’altra quota sia andata a tuo fratello. Poiché questi ha sempre convissuto con i genitori, decidete di comune accordo che sia lui ad abitare l’immobile, preoccupandosi delle tasse e di tutte le spese ad esso inerenti. Nel tempo, tuo fratello effettua alcune modifiche all’interno e all’esterno dell’immobile, ma per alcune di queste non richiede la necessaria licenza edilizia al Comune. Insomma, commette un abuso edilizio. Abuso che non passa inosservato alla polizia municipale la quale, dopo una segnalazione, avvia il procedimento di contestazione dell’illecito e ne informa le autorità preposte. Ora ti trovi invischiato in una vicenda per la quale non hai colpa. Difatti la Procura della Repubblica ti ha inviato, in qualità di comproprietario, un rinvio a giudizio per l’illecito commesso da tuo fratello e su cui – a dire del pubblico ministero – avevi l’obbligo di vigilare. Come puoi essere assolto per una condotta che non hai commesso? Il comproprietario di un immobile abusivo è responsabile? 

La stessa questione, da un punto di vista giuridico, si può porre anche in un altro tipico caso dei nostri giorni. Immagina che il proprietario di una casa, su cui ha realizzato delle opere abusive, deceda e lasci, come unica erede, la moglie. Quest’ultima, che non ha mai badato alle questioni burocratiche dell’immobile, si trova sul più bello a dover affrontare un processo penale per l’abusivismo commesso a suo tempo dal marito e di cui non era partecipe né consapevole. Anche in questa situazione il quesito è il medesimo: il comproprietario di un immobile abusivo è responsabile?

La questione è stata decisa dalla Cassazione [1] con una recente e interessante sentenza. Vediamo cosa hanno detto i giudici supremi in questa occasione.

Le sanzioni per l’abuso edilizio

Chi commette un abuso edilizio è tre volte responsabile.

Da un punto di vista penale, chi ha eseguito l’opera senza richiedere le autorizzazioni amministrative (laddove necessarie) commette un reato per il quale può essere processato non oltre quattro anni da quando ha ultimato la costruzione. Se riceve un rinvio a giudizio il termine diventa di cinque anni. Il procedimento culmina con la condanna, l’applicazione delle sanzioni penali e l’ordine di demolizione. 

Da un punto di vista amministrativo, il titolare dell’immobile (che quindi potrebbe essere anche un soggetto diverso da chi ha eseguito l’opera abusiva, come nel caso di successiva vendita) subisce l’ordine di demolizione. A differenza della condanna penale, quest’ordine non va mai in prescrizione e può essere impartito in qualsiasi momento. La presentazione di una domanda di concessione in sanatoria non blocca l’ordine di demolizione a meno che non vi siano valide ragioni per ritenere che l’istanza presentata dal proprietario venga tempestivamente accolta dal Comune (di tanto abbiamo già parlato nell’articolo Ordine di demolizione di abuso edilizio con sanatoria in corso).

Infine ci sono le conseguenze civili. Queste possono essere di vario tipo. Ad esempio, se l’abuso arreca un danno al vicino di casa, questi può chiedere – in un processo civile – non solo la demolizione della costruzione ma anche il risarcimento del danno. Se invece la casa con l’abuso viene venduta e il compratore non viene reso edotto dell’irregolarità il contratto può essere “sciolto” con obbligo a risarcire anche i danni (di tanto abbiamo parlato nell’articolo Si può vendere un immobile con abuso edilizio?)

La responsabilità del comproprietario per l’abuso edilizio

La responsabilità civile e amministrativa per l’abuso edilizio spettano al proprietario della costruzione, a prescindere dal fatto che questi sia o meno l’artefice dell’illecito. Per cui se Romolo, iniziale proprietario di un appartamento, realizza una veranda senza la licenza edilizia e poi vende l’immobile a Ginevra, quest’ultima potrà ricevere l’ordine di demolizione, né potrà vendere se non ha prima informato dell’irregolarità il futuro acquirente.

Al contrario, la responsabilità penale è sempre personale: significa che nessuno può essere chiamato a rispondere per un illecito che hanno commesso altre persone. Ci sono delle eccezioni: è il caso di chi ha una posizione di garante o ha l’obbligo di impedire che un dato fatto venga commesso. Ad esempio, il genitore è responsabile dei reati commessi dal bambino piccolo su cui ha il dovere di vigilare.

Ritornando al problema della possibile corresponsabilità del comproprietario di un immobile con un abuso edilizio, bisogna comprendere se a questi possa essere attribuita una funzione di supervisore degli illeciti commessi dall’altro comproprietario per estendere su di lui le conseguenze penali del reato. 

Ecco a riguardo cosa ha detto la Cassazione. La Corte coglie l’occasione per ripercorrere l’attuale posizione della giurisprudenza in tema di responsabilità del proprietario e/o comproprietario non committente delle opere abusive. 

Il comproprietario che non ha commissionato le opere abusive non ne è responsabile penalmente solo perché vanta una quota in comproprietà sul bene oggetto dei lavori, né va punito per non avere vigilato sul rispetto della normativa edilizia. La sua responsabilità dovrà semmai essere dedotta da ulteriori indizi, da prove certe che dimostrino la sua compartecipazione – materiale o anche solo morale – nel reato. In altre parole bisogna dimostrare che il comproprietario era consapevole degli abusi e li ha consentiti. Nell’esempio dei due fratelli si potrebbe verificare tale situazione se chi ha eseguito i lavori ha prima chiesto l’autorizzazione all’altro o se quest’ultimo era presente nel momento in cui sono state realizzate le opere o ha utilizzato l’immobile.

Le ragioni che hanno spinto la Cassazione a pervenire a tale soluzione sono semplici: la nostra legge mal tollera le ipotesi di responsabilità penale oggettiva; di conseguenza la colpevolezza deve necessariamente essere preceduta dalla presenza di indizi sintomatici di un contributo penalmente rimproverabile, quantomeno a titolo di colpa.

note

[1] Cass. sent. n. 53000/18 del 26.11.2018.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 21 settembre – 26 novembre 2018, n. 53000

Presidente Cervadoro – Relatore Mengoni

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 16/2/2016, la Corte di appello di Napoli, in riforma della pronuncia emessa il 14/2/2013 dal Tribunale di Torre Annunziata, dichiarava non doversi procedere nei confronti di D.A. per esser i reati allo stesso ascritti estinti per morte dell’imputato; dichiarava, ancora, non doversi procedere nei confronti di D.M.F. in ordine alle contravvenzioni contestate, per esser estinte per intervenuta prescrizione, rideterminando la pena per il delitto di cui all’art. 181, comma 1-bis, d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, in un anno di reclusione.

2. Propone ricorso per cassazione la D.M. , a mezzo del proprio difensore, deducendo i seguenti motivi:

– violazione dell’art. 192 cod. proc. pen. in relazione ai reati urbanistici ed ambientali. La Corte di appello avrebbe riconosciuto la responsabilità della ricorrente sol perché comproprietaria dell’immobile oggetto dell’abuso, invero pacificamente realizzato dal defunto marito D. ; tale mero dato formale, tuttavia, non avrebbe consentito di riferire le condotte di reato anche alla D.M. , ostandovi la costante giurisprudenza di questa Corte che impone la prova di elementi ulteriori, ossia di un contributo causale diretto ad agevolare la realizzazione delle opere. E con la precisazione che uno degli argomenti decisivi spesi dal Collegio di merito – ossia il fatto che la ricorrente abitasse in quello stesso luogo – sarebbe smentito dal fatto che l’immobile in esame, prima dell’esecuzione delle opere di cui trattasi, non costituiva affatto un’unità abitativa; sì da non potersi affermare, come invece si legge in sentenza, che la condotta sarebbe stata realizzata per soddisfare un interesse abitativo comune ai coniugi;

– annullamento della pronuncia per esser il reato residuo estinto per prescrizione. A seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 56 del 2016, la contravvenzione di cui all’art. 181, d.lgs. n. 42 del 2004 – così dovendosi riqualificare la contestazione delittuosa di cui al capo d) – sarebbe ormai estinta per prescrizione, al pari delle altre fattispecie ascritte, a far data dal 16/12/2015 (rectius: 16/12/2013);

– violazione degli artt. 130, 546 cod. proc. pen.. La Corte di appello avrebbe errato nel ritenere suscettibile di correzione di errore materiale, ai sensi dell’art. 130 cod. proc. pen., l’omessa indicazione – nel dispositivo della sentenza di primo grado – della condanna dei ricorrenti al risarcimento del danno in favore della parte civile. Nel caso in esame, infatti, non emergerebbe un mero errore materiale, ma un errore di diritto, come tale non emendabile con la procedura prevista dalla norma citata; e senza che allo stesso si possa supplire con un’integrazione della motivazione, che assolverebbe ad una funzione meramente strumentale del dispositivo. L’omessa declaratoria di condanna al risarcimento del danno, pertanto, avrebbe onerato la parte civile di impugnare la decisione di prime cure.

Considerato in diritto

3. Il ricorso risulta manifestamente infondato con riguardo alla prima doglianza.

Al riguardo, questa Corte ha ripetutamente affermato che, in tema di reati edilizi, la responsabilità del proprietario o comproprietario non committente non può essere oggettivamente dedotta dal diritto sul bene né può essere configurata come responsabilità omissiva per difetto di vigilanza, attesa l’inapplicabilità dell’art. 40, secondo comma, cod. pen., ma dev’essere dedotta da indizi ulteriori rispetto all’interesse insito nel diritto di proprietà, idonei a sostenere la sua compartecipazione, anche morale, al reato (Sez. 3, n. 44202 del 10/10/2013, Menditto, Rv. 275625). In particolare, si è evidenziato che questa responsabilità può dedursi da elementi quali la piena disponibilità della superficie edificata, l’interesse alla trasformazione del territorio, i rapporti di parentela o affinità con l’esecutore del manufatto, la presenza e la vigilanza durante lo svolgimento dei lavori, il deposito di provvedimenti abilitativi (anche in sanatoria), la fruizione dell’immobile secondo le norme civilistiche sull’accessione, nonché tutti quei comportamenti (positivi o negativi) da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove circa la compartecipazione – anche morale – alla realizzazione del fabbricato (Sez. 3, n. 25669 del 30/5/2012, Zeno, Rv. 253065; Sez. 3, n. 15926 del 24/2/2009, Damiano, Rv. 243467); una responsabilità, dunque, che può essere desunta da elementi oggettivi di natura indiziaria e la cui valutazione si sottrae al sindacato di legittimità, se congruamente motivata.

Tanto premesso in termini generali, la Corte di appello ha richiamato proprio taluni dei parametri citati, ed in forza di questi – con logico e congruo argomento – ha confermato la responsabilità della comproprietaria D.M. in ordine agli abusi compiuti: in particolare, la sentenza ha evidenziato che la ricorrente 1) era comproprietaria, insieme al defunto marito d. , dell’immobile oggetto degli abusi; 2) in costanza di matrimonio, aveva goduto del regime patrimoniale della comunione dei beni; 3) era risultata residente presso lo stesso luogo; 4) ancora lì aveva dichiarato domicilio per le notificazioni. Sì da desumere – con argomento non manifestamente illogico, quindi non censurabile – un comune interesse all’edificazione, per soddisfare esigenze familiari e, dunque, una cosciente e volontaria partecipazione all’abuso dall’altro commesso o, comunque, una compartecipazione almeno morale all’esecuzione dell’opera abusiva”.

La prima censura, pertanto, risulta del tutto manifestamente infondata.

4. A differenti conclusioni, invece, perviene la Corte quanto alla seconda. Sul punto, occorre premettere che, ai sensi dell’art. 181, comma 1-bis contestato al capo d) (e reato più grave, anche in termini sanzionatori), “Chiunque, senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, esegue lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici è punito con le pene previste dall’articolo 44, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380. 1-bis. La pena è della reclusione da uno a quattro anni qualora i lavori dì cui al comma 1: a) ricadano su immobili od aree che, per le loro caratteristiche paesaggistiche siano stati dichiarati di notevole interesse pubblico con apposito provvedimento emanato in epoca antecedente alla realizzazione dei lavori; b) ricadano su immobili od aree tutelati per legge ai sensi dell’articolo 142 ed abbiano comportato un aumento dei manufatti superiore al trenta per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento della medesima superiore a settecentocinquanta metri cubi, ovvero ancora abbiano comportato una nuova costruzione con una volumetria superiore ai mille metri cubi.

4. Ciò ribadito, nelle more della discussione del presente ricorso (rectius: del deposito della sentenza di appello) è stata pronunciata la sentenza della Corte costituzionale n. 56 del 23/3/2016, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 181, comma 1-bis in esame, nella parte in cui prevede “: a) ricadano su immobili od aree che, per le loro caratteristiche paesaggistiche siano stati dichiarati di notevole interesse pubblico con apposito provvedimento emanato in epoca antecedente alla realizzazione dei lavori; b) ricadano su immobili od aree tutelati per legge ai sensi dell’articolo 142 ed”. Ne consegue che la natura delittuosa della condotta permane ormai soltanto con riguardo alla seconda parte di quest’ultima lettera b), concernente gli interventi che abbiano comportato un aumento dei manufatti superiore al trenta per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento della medesima superiore a settecentocinquanta metri cubi, ovvero ancora abbiano comportato una nuova costruzione con una volumetria superiore ai mille metri cubi.

5. Orbene, dalla lettura del capo di imputazione e della sentenza impugnata non risulta che l’abuso realizzato sia sussumibile in alcuna di queste ultime ipotesi, non emergendo oggettivi riferimenti in tal senso.

Si impone, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, con riguardo al residuo reato di cui all’art. 181, comma 1, d. Igs. n 42 del 2004, così riqualificata l’originaria imputazione di cui al capo d), per esser lo stesso estinto per prescrizione (al pari, peraltro, delle contravvenzioni, già oggetto – in sede di merito – della stessa pronuncia). Con revoca dell’ordine di rimessione in pristino.

6. Le statuizioni civili, tuttavia, debbono essere confermate, siccome già riconosciute in prime cure (con sentenza pronunciata prima del maturare del termine prescrizionale) e ribadite in appello. A tale proposito, infatti, incensurabile risulta la sentenza impugnata laddove – rispondendo alla medesima questione qui riproposta – ha ben evidenziato che il Giudice di prime cure aveva commesso un evidente errore di natura omissiva, quale la mancata indicazione – nel dispositivo della sentenza – delle modalità di liquidazione, a fronte di una condanna generica al risarcimento del danno, non stabilito nel suo ammontare. Non si era trattato, dunque, “di recuperare l’omissione del percorso decisionale del giudice ex post, ma di armonizzare la valutazione del giudice alla sua esteriorizzazione, considerato che, a fronte di una condanna generica al risarcimento dei danni, la liquidazione non può che essere demandata al giudice civile”.

Così confermandosi, quindi, l’indirizzo giurisprudenziale – costantemente affermato in questa sede – a mente del quale la difformità tra dispositivo letto in udienza e dispositivo in calce alla motivazione non è causa di nullità della sentenza, che ricorre nei soli casi in cui difetti totalmente il dispositivo, ma, prevalendo il dispositivo di udienza, detta difformità è sanabile mediante il procedimento di correzione dell’errore materiale (tra le molte, Sez. 6, n. 18372 del 28/3/2017, Giugovaz, Rv. 269852; Sez. 3, n. 125 del 19/11/2008, Bassirou, Rv. 242258).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il residuo reato di cui al capo D), qualificato come contravvenzione ex art. 181, comma 1, d.lgs. n. 42 del 2004, è estinto per prescrizione.

 


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