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Diritto Collaborativo: una terza via per separazione e divorzio. Gli accordi in mano alla coppia

15 marzo 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 marzo 2013



Il diritto collaborativo è un modo per trovare un accordo tra i coniugi ai fini della separazione o del divorzio, senza dover necessariamente percorrere la spinosa via della separazione giudiziale o quella, a volte frettolosa, della separazione consensuale.

Il desiderio di riprendere in mano la propria vita, specie a seguito di un doloroso percorso coniugale, spesso si scontra con l’amara necessità di dover delegare, a un soggetto estraneo alla famiglia (un avvocato o un giudice), decisioni invece personali: decisioni, cioè, che attengono con le emozioni e la gestione della nostra vita (doversi disfare di un bene che ha un valore affettivo; quando, dove e come vedere i figli; vendere quella casa in cui si conservano  i propri ricordi…).

È quanto accade a quelle coppie che decidono di separarsi percorrendo la strada giudiziale, ma che oggi, grazie al cosiddetto “diritto collaborativo”, è possibile evitare.

Cos’è il Diritto Collaborativo

Dopo aver dato rispettivamente al proprio avvocato di fiducia la disponibilità a seguire il percorso collaborativo, la coppia e gli avvocati sottoscrivono un accordo di collaborazione in cuiogni soggetto si impegna al rispetto di alcune regole che costituiscono la base di questo nuovo procedimento: riservatezza, trasparenza, cooperazione, fiducia.  In sostanza, si gioca a carte scoperte e tutte le informazioni utili vengono messe sullo stesso tavolo.

Tutti si impegnano a un dialogo costruttivo e si propongono un unico obiettivo, quello di raggiungere un accordo globale, soddisfacente e duraturo.

Il risultato è possibile perché si lavora in team: ciascun coniuge non guarderà l’altro e il suo avvocato come avversari, perché nello spirito collaborativo non ci sono battaglie da vincere, né sconfitti o vincitori, ma c’è al contrario un’estrema collaborazione tra i protagonisti, tutti impegnati nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Se la coppia riesce a dialogare, è possibile che bastino anche i soli avvocati collaborativi a consentire il raggiungimento dell’accordo; ma se nella coppia non c’è dialogo o questo è difficile, sarà necessaria la presenza di qualcuno che aiuti le parti a concentrarsi sul comune obiettivo, come un mediatore familiare o uno psicologo (a volte necessari – se non indispensabili – per aiutare i genitori a gestire gli effetti laceranti che il conflitto ha generato sui figli).

 

Questioni economiche

Se le questioni economiche sono complesse ci si potrà avvalere della professionalità di un commercialista (leggi l’articolo nel box “Approfondimenti” qui sotto).

Tutte queste figure (avvocato, psicologo o mediatore, commercialista) formate alla pratica collaborativa, entreranno a far parte del team, vincolandosi al rispetto delle regole che prima ho indicato.

Se l’accordo fallisce

Se le parti (o una di loro) non rispettano le regole (il che è l’anticamera di una causa), gli avvocati rinunceranno al mandato impegnandosi a non seguire più i propri clienti qualora questi ultimi decidano di andare davanti al giudice. Naturalmente questo porta ciascuno a concentrarsi sull’obiettivo-accordo senza il timore di ricevere, per così dire, “colpi bassi”, anche perché i documenti esibiti nel corso degli incontri non potranno essere utilizzati in un eventuale giudizio.

In pratica, si tratta di un metodo che incoraggia tutti i soggetti coinvolti nel procedimento ad affrontare i problemi scaturiti dalla crisi, senza antagonismi e con metodi costruttivi, e che permette di dare il giusto spazio sia alle questioni economiche che a quelle emotive della coppia e dei figli coinvolti.

Perché conviene

Innanzitutto perché i tempi della giustizia non sono quelli di cui le famiglie (specie quelle in cui vi sono bambini o adolescenti) hanno bisogno per riprendere in mano la propria vita e ricominciarla con modalità nuove per tutti. Un processo può durare anche sette-otto anni; al contrario, grazie al procedimento collaborativo, le parti sono in grado di raggiungere un accordo in pochi mesi e sottoporlo al giudice solo per l’omologazione, cioè la pronuncia definitiva.

Inoltre, anche la decisione finale da parte del giudice può essere in molti casi la causa di ulteriori conflitti nel contesto della famiglia, non solo perché presa da un soggetto che nulla conosce della storia delle parti  (e perciò difficilmente saprà rispondere ai bisogni di ciascuno), ma anche perché i lunghi anni trascorsi fra studi di avvocati e aule di udienza spesso finiscono col minare l’equilibrio psicologico delle coppie e dei loro figli.

I costi

La scelta del percorso collaborativo consente una possibilità di risparmio rispetto a una separazione giudiziale. Ciò non toglie che essa sia preferibile in tutti quei casi in cui (specie se ci sono figli) la separazione consensuale (quella cioè sulla base di accordi predisposti con l’ausilio dell’avvocato e poi omologati dal giudice) si poggia solo sulla volontà di fare presto, di risparmiare, ma soprattutto di non aver a che fare troppo a lungo con l’ex. Ebbene, gli accordi che nascono su queste basi hanno spesso un “effetto boomerang”: dopo qualche tempo si torna dagli avvocati perché non si è soddisfatti e si vuole modificare tutto. E allora dov’è il risparmio?

Il metodo collaborativo è nato negli anni ’90 grazie alla sensibilità di un familiarista americano (Stuart Webb) che comprese quanti danni può provocare ad una famiglia una separazione condotta lontano dai principi del rispetto e della collaborazione non solo fra i coniugi, ma anche fra i loro avvocati. Da allora sono moltissimi coloro che, sia negli Stati Uniti che in molti paesi europei, hanno scelto di percorrere questa strada con risultati soddisfacenti. In Italia, il metodo collaborativo è praticabile già da qualche anno grazie al lavoro di formazione dei professionisti e di diffusione della cultura collaborativa svolto dai due istituti presenti sul territorio: l’AIADC con sede a Milano [1] e IICL con sede a Roma [2]. Sono centinaia i professionisti abilitati a praticarlo e se ne sta formando un numero sempre maggiore.

Mi piace pensare al diritto collaborativo come a una opportunità sia per le famiglie che per i professionisti:

– per le famiglie, che possono offrire a se stesse la possibilità di ricominciare la vita sulla base di equilibri nuovi e duraturi, seppure nel diverso assetto dovuto alla separazione;

– per i professionisti, che possono contribuire a determinare il benessere delle persone anche in situazioni difficili come quella della separazione, nella misura in cui riescono ad evitare i devastanti danni collaterali che il conflitto produce nella coppia e sui figli.

 

note

 

[1] Associazione Italiana Avvocati di Diritto Collaborativo.

[2] Istituto Italiano di Diritto Collaborativo.

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