Diritto e Fisco | Articoli

Ti faccio vedere io, è una minaccia?

28 Nov 2018


Ti faccio vedere io, è una minaccia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Nov 2018



Per far scattare il reato di minaccia è necessario incutere timore alla vittima e prospettare conseguenze gravi per una persona media. Ecco le frasi che fanno scattare il penale. 

Tra te e un vicino di casa è scoppiata una lite furibonda. Per poco non passavate all’uso delle mani. Per fortuna il peggio è stato scongiurato nel momento in cui lui ha deciso di andarsene girandoti le spalle. Ma proprio allora ti ha riferito un’espressione che non vuoi lasciare impunita: «Te la faccio pagare». Il tono era allusivo ma inequivoco. Anzi, a ben vedere, proprio il fatto che abbia deciso di lasciarti nel pieno della discussione dimostrerebbe la sua intenzione di vendicarsi al più presto. A tuo avviso, insomma, si tratta di un comportamento minaccioso che va immediatamente denunciato alle autorità in quanto potenzialmente pericoloso per la tua integrità fisica o quella dei tuoi cari. Prima di passare all’azione e sporgere la querela per il reato commesso, ti poni innanzitutto il quesito giuridico: dire «ti faccio vedere io» è una minaccia? Non sei l’unico, ti posso assicurare, ad essersi posto questa domanda. Prova ne è che la giurisprudenza si è già espressa su questo stesso problema.

Da ultimo, la Cassazione ha emesso ieri una sentenza [1] in cui chiarisce gli estremi del reato di minaccia e spiega quando l’allusione debba essere presa sul serio e quando, invece, per la sua genericità e indeterminatezza, non costituisce reato.

Una cosa è certa e va detta subito: per stabilire se una frase minacciosa possa costituire illecito penale bisogna basarsi su un criterio di valutazione “oggettivo” e non soggettivo. Mi spiego meglio. Se una persona è particolarmente impressionabile e anche una velata minaccia la turba ciò non trasforma un comportamento inoffensivo in un reato. Il metro di valutazione deve essere l’uomo medio, tenuto peraltro conto dell’evoluzione del linguaggio sociale che, oggi in particolar modo, conosce forme espressive più violente ma non per questo indirizzate a commettere un delitto.

Te la faccio vedere io è una minaccia?

Detto ciò, la Cassazione ha chiarito se dire ti faccio vedere io è una minaccia alla luce dei criteri oggettivi appena indicati. Ebbene, tale espressione, secondo i giudici supremi, è priva di qualsiasi valenza minatoria, neanche latente o camuffata. Al contrario è una forma verbale generica che non evoca un male ingiusto per il suo destinatario. I giudici quindi applicano un’interpretazione più moderna e ritengono che le parole ti faccio vedere io su cui si poggia l’ipotetica accusa di «minaccia» sono in realtà prive di qualsiasi carattere minaccioso.

Diversa sarebbe stata la conclusione – conclude la Cassazione – se la frase proferita fosse stata «Stai attento a dove vai e cosa fai» poiché, in tal caso, il reato è scontato.

Quali frasi si considerano minaccia?

Frasi infine come «Ti ammazzo» costituiscono una minaccia aggravata che, a differenza di quella semplice, comporta la procedibilità d’ufficio. Significa che, anche ritirando la denuncia, la Procura porterà ugualmente a termine il procedimento penale nei confronti del colpevole.

Altre espressioni ritenute in passato dalla giurisprudenza aventi carattere minatorio e quindi sanzionabili penalmente sono:

  • Te la faccio pagare
  • Tu non sai cosa ti faccio
  • Stai molto attento da oggi in poi
  • Guardati le spalle
  • Te ne pentirai amaramente
  • Il mio scopo nella vita è farti piangere.

In tutti questi casi la punizione consiste in una multa fino a euro 1.032 oppure, se la minaccia è grave o è fatta da più di 5 persone con armi o da più di 10 anche senza armi, la pena è della reclusione fino a un anno e si procede d’ufficio.

Abbiamo tracciato alcuni esempi nell’articolo Quando c’è minaccia.

Quando un’espressione si può dire minacciosa?

Ma come fare a capire se una frase si può considerare una minaccia o meno? Bisogna innanzitutto avere a riferimento non tanto l’espressione o il tono ma se le conseguenze prospettate alla vittima possono essere considerate gravi e illecite. Non sono gravi le conseguenze di una frase come «Ti calpesto un piede quando cammini»; non sono illecite le conseguenze di una frase come «Se non fai come ho detto, ti denuncerò e ti trascinerò in causa»·

Diverso è ovviamente il discorso quando l’espressione è «Prima o poi ti ammazzo»; qui non c’è dubbio che la conseguenza minacciata – ossia la morte – è grave. Per usare una terminologia più tecnica, si può dire che elemento essenziale del reato è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato alla vittima.

In secondo luogo, per capire se una frase è minacciosa o meno bisogna, come detto, mettersi nei panni dell’uomo medio e tenere conto del costume sociale dell’ambiente in cui è calata. Quindi non valgono considerazioni soggettive sulla personale fragilità. Ma se questa “fragilità” trova un riscontro oggettivo – come ad esempio nella situazione di inferiorità fisica o psichica di una persona – allora anche un comportamento apparentemente inoffensivo per una persona media lo diventa per un’altra. Ad esempio, dire a un vecchietto “Ti spingo a terra” ha una maggiore valenza rispetto a un ragazzo.

Infine, per incorrere nel reato di minaccia non è necessario prospettare uno specifico male alla vittima (ad esempio: «ti taglio una mano», oppure «ti sparo alle spalle»), potendo trattarsi anche una minaccia velata e generica (ad esempio «Tu non hai idea di ciò che sto per farti…»… «Ora vedrai come te la farò pagare…»). Insomma, si può rimanere sul vago e commettere ugualmente il reato di minaccia.

note

[1] Cass. sent. n. 53228/18 del 27.11.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 25 ottobre – 27 novembre 2018, n. 53228

Presidente Palla – Relatore Borrelli

Ritenuto in fatto

1. Il 6 luglio 2017, Il Giudice di pace di Udine ha condannato Of. Ca. Dr. per i reati di minaccia e percosse ai danni di Fr. Fr., assolvendola, perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, dal reato di ingiuria contro la medesima parte lesa.

2. Contro l’anzidetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputata, articolando tre motivi di ricorso.

2.1. Con il primo si lamenta una nullità ex art. 178, comma 1, lett. c), cod. proc. pen. perché non era stata acquisita una relazione di servizio dei Carabinieri di Udine da cui si sarebbe potuto evincere che vi erano rapporti di inimicizia tra l’imputata e due dei testimoni dell’accusa. Un’altra censura concerne la mancata ammissione, in luogo di un teste di lista ammesso ma poi deceduto, di un altro soggetto che svolgeva la stessa funzione di direttore di un centro sociale e lavorativo, dal momento che questi doveva essere escusso solo per fornire l’identità dei giardinieri presenti al fatto.

2.2. Con una successiva doglianza, la ricorrente contesta il giudizio di sussistenza della minaccia perché la persona offesa era un soggetto che non si faceva intimorire da lei e perché i testi escussi non avevano confermato il contenuto della frase “incriminata”.

2.3. A seguire la ricorrente lamenta violazione di legge quanto alla condanna per il reato di cui all’art. 581 cod. pen., irrogata senza che nessuno dei testimoni della pubblica accusa avesse assistito al litigio fin dall’inizio, mente la teste della difesa Ce. aveva negato aggressioni dall’una e dall’altra parte. Sarebbe stato quanto mai necessario, pertanto, assumere le dichiarazioni dei due giardinieri presenti al fatto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è parzialmente fondato.

2. Il primo motivo di ricorso – laddove la parte si duole della mancata acquisizione di una relazione di servizio e della mancata ammissione di un teste – è inammissibile.

In particolare, va osservato che il riferimento all’art. 237 cod. proc. pen. per quanto concerne la relazione di servizio dei Carabinieri è errato, perché l’atto de quo non può ritenersi un documento proveniente dall’imputato. La doglianza, pertanto, è in parte qua manifestamente infondata.

L’impostazione della ricorrente è, poi, manifestamente infondata dal momento che, dietro una questione di nullità che è formulata senza riferirsi ad una norma specifica che la preveda, mira a contestare l’esercizio discrezionale della prerogativa del Giudice di ammettere le prove richieste dalle parti.

La questione di nullità, infine, è stata proposta intempestivamente solo dinanzi a questa Corte mentre essa, integrando al più una nullità relativa, era soggetta al regime di cui agli artt. 181 e 182, comma 2, cod. proc. pen., sicché la parte pregiudicata, presente all’atto, era tenuta, a pena di decadenza, ad eccepire la nullità prima del suo compimento o al massimo immediatamente dopo, e così pure ad opporsi alla dichiarazione di chiusura dell’istruttoria dibattimentale, in caso contrario dovendosi ritenere tale nullità sanata (Sez. 5, n. 39764 del 29/05/2017, Rhafor, Rv. 271849, relativa ad una caso in cui il giudicante non si era neanche espresso sulla richiesta di ammissione di prova da parte della difesa).

3. Il terzo motivo di ricorso – quello concernente la violazione di legge circa il reato di cui all’art. 581 cod. pen. – invoca una rivalutazione delle risultanze processuali, vieppiù senza operare un reale confronto con la motivazione avversata, della quale, peraltro, non denunzia vizi rilevanti ex art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. Il ricorso sul punto, in definitiva, è teso a richiedere una nuova ponderazione delle risultanze processuali che è fuori dall’ambito decisionale di questa Corte, che non può rivalutare i fatti storici accertati nel corso dei gradi di merito e valutati con congrua motivazione, né può verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone e altri, Rv. 207944). A ciò va aggiunto che la parte ricorrente omette di confrontarsi con la motivazione, sia pur sintetica, della sentenza avversata, che ha indicato i dati probatori sulla base dei quali ha ritenuto dimostrato l’assunto accusatorio (contravvenendo a quanto di recente ribadito da Sez. U, n. 8825 del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268823, secondo cui i motivi di ricorso per cassazione sono inammissibili non solo quando risultano intrinsecamente indeterminati, ma altresì quando difettino della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento del provvedimento impugnato).

4. E’ fondato, invece, il secondo motivo di ricorso, quello che denunzia violazione di legge in ordine alla condanna per minaccia, dal momento che il Giudice di pace ha ritenuto dimostrata non già quella indicata nel capo di imputazione («Stai attenta a dove vai e cosa fai»), ma la diversa espressione «Ti faccio vedere io». Ebbene, si tratta di un enunciato oggettivamente privo di qualsiasi valenza minatoria univoca e neanche larvata, trattandosi di un’espressione generica non evocativa di un male ingiusto per la destinataria. Sul punto, la sentenza va pertanto annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

5. All’annullamento della sentenza impugnata per il reato di minaccia consegue la rimodulazione del trattamento sanzionatorio in Euro 600,00 di multa, eliminando dalla pena stabilita dal Giudice di pace, l’aumento di 50 Euro di multa individuato ex art. 81, comma 2, cod. pen.

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto di cui all’art. 612 cod. pen. non sussiste e ridetermina la pena per il reato di cui all’art. 581 cod.pen., con le già concesse circostanze attenuanti generiche, in Euro 600,00 di multa.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI