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Responsabilità del commercialista per l’evasione fiscale del cliente

28 Novembre 2018


Responsabilità del commercialista per l’evasione fiscale del cliente

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Novembre 2018



Il consulente fiscale è responsabile penalmente se consiglia al cliente come evadere le tasse e come nascondere il nero. Il concorso del commercialista nel reato tributario commesso dal contribuente.

Non va lontano il commercialista che consiglia al proprio cliente come nascondere i soldi evasi al fisco. Da un lato, infatti, la telefonata che i due intrattengono, parlando di come gestire “il nero”, può essere intercettata dalla Guardia di Finanza. Dall’altro lato il consulente è personalmente responsabile quando dà consigli su come sottrarsi al fisco; egli infatti partecipa all’illecito tributario commesso dal contribuente e dunque ne è penalmente responsabile. A dare queste importanti istruzioni è la Cassazione con tre sentenze che val la pena di commentare qui di seguito. Le pronunce definiscono i confini della responsabilità del commercialista per l’evasione fiscale del cliente, stabilendo fin dove il primo può rispondere di condotte altrui.

In questo articolo commenteremo le pronunce in questione. Innanzitutto spiegheremo quale colpa può avere il commercialista che consiglia al cliente come investire i soldi del “nero”; poi ricorderemo cosa succede se il professionista omette di inviare la dichiarazione dei redditi del cliente che lo aveva appositamente delegato a tale adempimento. Infine concluderemo parlando del potere riconosciuto dalla Suprema Corte alle autorità di intercettare le telefonate tra il consulente e il cliente. Ma procediamo con ordine.

La responsabilità del commercialista per la frode fiscale del cliente 

Che il denaro vada sempre denunciato al fisco non è una sorpresa; lo sanno tutti. Sicché non sarà certo il commercialista a rispondere degli illeciti commessi dal proprio cliente che non dichiara all’Agenzia delle Entrate i redditi percepiti. Ma se è proprio il consulente a spiegargli come agire – non tanto per pagare meno tasse, ma -per sottrarsi del tutto alle imposte, allora questi assume una corresponsabilità penale insieme al contribuente. A questa conclusione perviene la Cassazione che, con una sentenza ordinaria [1], qualifica come “gravemente colposa” la consulenza del commercialista che suggerisce al cliente come investire il denaro guadagnato in nero e messo da parte. Al contrario il consulente, piuttosto che dare indicazioni su come aggirare il fisco, avrebbe dovuto denunciare l’evasione (è la legge che gli impone le segnalazioni sull’antiriciclaggio).

Nel caso di specie è avvenuto che gli inquirenti abbiano messo sotto controllo il telefono del professionista il quale, all’esito delle intercettazioni, è risultato essere uno «strumento nelle mani del proprio cliente»; egli infatti consigliava «volontariamente e scientemente» il modo migliore per investire con prudenza le somme sottratte al fisco.

La responsabilità del commercialista per l’omesso invio della dichiarazione dei redditi

Un’altra pronuncia della Cassazione di questi giorni [2] ha affermato un principio piuttosto consolidato: quello della responsabilità tributaria del contribuente per l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi da parte del suo commercialista. Quest’ultimo, se ha dimenticato di eseguire l’adempimento, potrà essere al massimo responsabile solo in via civile e tenuto perciò al risarcimento del danno (oltre a subire le conseguenze deontologiche). Ma non sono previste, in capo a lui, responsabilità penali né il cliente può invocare un’esenzione di colpa solo per il fatto di aver incaricato una terza persona della gestione della sua documentazione fiscale. Egli infatti mantiene sempre l’obbligo di vigilare sull’attività del proprio commercialista.

Solo in un caso le sorti si ribaltano e il cliente può evitare di pagare quantomeno le sanzioni per la dimenticanza del proprio consulente: quando quest’ultimo ha agito con dolo (malafede) o colpa grave (ad esempio è scappato o ha chiuso lo studio ignorando le scadenze). Il contribuente, che comunque resterà tenuto a versare l’imposta, dovrà però denunciare il commercialista presso l’autorità giudiziaria. Senza tale atto, la sua responsabilità tributaria resta ferma.

La legge [3] stabilisce la responsabilità per la violazione delle norme tributarie se si è agito con dolo o anche colpa; il contribuente a cui venga contestata la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi non può considerarsi esente da colpa per il solo fatto di aver incaricato un professionista delle relative adempiente. Può evitare la condanna solo se dimostra – al fine di escludere ogni profilo di negligenza – di avere svolto atti diretti a controllare la loro effettiva esecuzione; la prova è tuttavia superabile a fronte di un comportamento fraudolento del professionista, come quello finalizzato a mascherare il proprio inadempimento.

In altri termini, il contribuente è sempre responsabile dell’omessa dichiarazione anche se dimostra di aver conferito un incarico scritto al commercialista ai fini della presentazione telematica. È sempre lui, infatti, il soggetto passivo di imposta [4].

È di pochi giorni fa un’ulteriore ordinanza della Cassazione [5] secondo cui il contribuente paga per i buchi nella contabilità Iva anche se il commercialista è stato condannato penalmente. Spetta al cliente il controllo dell’attività del professioni

Sempre la Suprema Corte [6] ha affermato, in passato, che il contribuente è responsabile per l’omessa dichiarazione anche quando ha denunciato per truffa il commercialista inadempiente. Infatti, per non essere punito deve anche dimostrare di aver consegnato al consulente la provvista per il pagamento delle imposte.

L’intercettazione della telefonata tra consulente fiscale e cliente

Da quanto appena detto può sorgere un ultimo dubbio: le telefonate tra commercialista e cliente sono coperte da segreto professionale oppure possono essere intercettate? Anche su questo aspetto è intervenuta una pronuncia della Cassazione [7]. La Corte ha detto che la polizia giudiziaria può intercettare le telefonate tra clienti e commercialisti per poi utilizzare le registrazioni come prove nei processi penali per reati tributari. Son pertanto lecite le cimici nel telefono o nello studio del consulente. La ragione è semplice.La norma del codice di procedura penale [8] che vieta le intercettazioni in violazione del segreto professionale fa riferimento [9] solo a determinate categorie di soggetti (ministri di religione, avvocati, investigatori privati autorizzati, consulenti tecnici, notai, medici e i chirurghi, farmacisti, ostetriche, altri esercenti professioni sanitarie) tra i quali per non c’è né il ragioniere, né il commercialista o altro consulente fiscale.

note

[1] Cass. sent. n. 53357/2018 del 28.11.2018.

[2] Cass. ord. n. 29561/2018 del 16.11.2018.

[3] Art. 5, d.lgs 472/97.

[4] Cass. ord. n. 10238/2018.

[5] Cass. ord. n. 28359/2018.

[6] Cass. ord. n. 24535 del 18.10.2018.

[7] Cass. sent. n. 14007 del 26.03.2018.

[8] Art. 271 co. 2 cod. proc. pen.

[9] Art. 200 co. 1 cod. proc. pen.

Autore immagine: 123rf com


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