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Foto in luoghi pubblici: serve il consenso per la pubblicazione?

29 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Dicembre 2018



Sono giornalista pubblicista, scrittore e pubblico anche libri fotografici. Sto per pubblicare un libro di mie foto scattate ai cani durante esposizioni internazionali canine tra il 2014 e il 2018, il cui ricavato va in beneficienza a un’associazione per la tutela degli animali. Si tratta di eventi pubblici a cui partecipano centinaia di persone, anche dall’estero. Per spiegare il legame tra padrone e cane vorrei inserire alcune foto scattate a persone partecipanti all’evento con i loro cani. Alcune si sono messe in posa, altre no, però nessuna ha mai protestato quando l’ho fotografata. È normale farsi fotografare con i propri cani durante quegli eventi. Anzi, è motivo d’orgoglio. Alcuni mi chiedono di avere le foto, altri dove le pubblicherò. Operando in mezzo alla ressa e scattando anche migliaia di foto a ogni evento non è possibile farsi firmare un consenso. Come posso tutelarmi?

La regola è che è lecito fotografare persone che si trovino in luoghi pubblici o aperti al pubblico, purché le foto non vengano pubblicate. In pratica, è vietato pubblicare foto (su giornali, riviste, social network, ecc.) senza il consenso delle persone ritratte. Si riporta il testo dell’art. 96 della legge sul diritto d’autore: «Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa».

Questa regola soffre delle eccezioni, elencate nell’articolo successivo: «Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla riputazione od anche al decoro nella persona ritrattata».

In pratica, secondo la legge sul diritto d’autore è possibile esporre il ritratto di altre persone se queste si trovavano ad un evento pubblico.

I problemi sorgono sul crinale del diritto alla riservatezza, soprattutto dopo l’entrata in vigore del ben noto Gdpr. Nel nuovo regolamento europeo (2016/679), le fotografie sono incluse nel novero dei dati personali e, in particolare, esse fanno parte dei dati biometrici, definiti come «i dati personali ottenuti da un trattamento tecnico specifico relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona fisica che ne consentono o confermano l’identificazione univoca, quali l’immagine facciale o i dati dattiloscopici». La foto, in altre parole, rientra tra i dati che consentono di identificare una persona e, quindi, vanno tutelati per garantire la privacy di coloro ai quali si riferiscono.

Secondo il Gdpr, in quanto dati personali, le fotografie possono essere trattate solo se il soggetto ha fornito un consenso esplicito e consapevole, ad eccezione di alcuni casi particolari riguardanti, ad esempio, l’interesse pubblico, la salvaguardia del soggetto ripreso, l’utilizzo necessario in uno specifico ambito di impiego (sicurezza sul luogo di lavoro, ad esempio). Così l’art. 7: «… il titolare del trattamento deve essere in grado di dimostrare che l’interessato ha prestato il proprio consenso al trattamento dei propri dati personali». Il fotografo, quando scatta un ritratto, diventa il titolare del trattamento del dato e, come tale, ha l’obbligo di ottenere e registrare il consenso del soggetto.

Un fotografo dovrebbe quindi garantire ai suoi soggetti i seguenti diritti:

– informazione: tutti i soggetti devono essere informati di essere stati ritratti nelle vostre fotografie;

– accesso: tutti i soggetti devono poter aver accesso ai dati e ottenerne una copia;

– rettifica: occorre garantire a tutti i soggetti che i dati che siano corretti, per esempio le immagini non siano alterate;

– cancellazione (diritto all’oblio): il fotografo deve cancellare le foto che ritrae il soggetto, se questi lo richiede;

– limitazione di trattamento: il soggetto può consentire al fotografo solo un uso limitato delle foto, per esempio conservarle, ma non pubblicarle sul web;

– portabilità dei dati: il dato deve poter essere trasferibili e indipendente dalla piattaforma su cui è memorizzato;

– opposizione: qualsiasi soggetto può chiedere di non essere ripreso, in qualsiasi circostanza;

– opposizione al trattamento automatizzato dei dati per il tracciamento: il soggetto può opporsi a che il fotografo inserisca le sue immagini in un sistema automatizzato per il trattamento dei dati.

Nel dettaglio, ogni fotografo deve tenere traccia di come ha ottenuto i dati, il che si traduce nella necessità di registrare il consenso del soggetto ritratto. Tale consenso deve essere informato, specifico, non ambiguo e liberamente concesso. Il silenzio assenso non ha alcun valore. Inoltre, il consenso deve essere comprensivo del dettaglio delle specifiche autorizzazioni che il soggetto consente al fotografo, come la pubblicazione o l’utilizzo per fini commerciali e di marketing.

È opportuno anche che sia reso il consenso specifico in riferimento al periodo per il quale si concede l’autorizzazione alla conservazione di tali dati.

Se il fotografo ha un sito internet, è importante aggiungere una dichiarazione che espliciti la policy sulla privacy. Tale dichiarazione deve riportare chi tratterà i dati, per quale scopo, per quanto tempo e i contatti cui inviare qualsivoglia comunicazione, come una richiesta di rettifica o cancellazione. Si deve inoltre garantire che i dati siano conservati in modo protetto e sicuro e solo se necessario.

In concreto, dunque, cosa accade ad un evento pubblico? A rigore, il fotografo deve informare tutti gli invitati che ha intenzione di riprendere e ottenere da ciascuno di essi il consenso, stando ben attento a non ritrarre chi lo abbia negato. Inutile dire che ciò è molto complicato; probabilmente, sarebbe opportuno negli eventi pubblici allestire delle zone esplicitamente dichiarate come “sicure”, cioè aree in cui non saranno scattate fotografie, per tutelare chi non vuole essere ripreso.

A ben vedere, però, si può dire che una fotografia diventa un dato biometrico solamente quando è idonea a identificare il soggetto ripreso. Di conseguenza, il fotografo potrebbe ritrarre chi ha prestato il consenso e, nel caso in cui persone che non abbiano fatto lo stesso siano accidentalmente riprese nell’inquadratura, provvedere a sfocarne i volti in modo da non renderli riconoscibili. Alla stessa maniera, nessun consenso sarà necessario nel caso in cui la persona, seppur fotografata, non sia identificabile (ad esempio, è stata ripresa di spalle o col volto celato).

Alla luce di tutto ciò, quindi, il lettore deve a parere dello scrivente prestare molta attenzione alle foto scattate durante gli eventi di cui parla; in particolare, è possibile suddividere le sue foto in due categorie diverse:

– quelle scattate a persone che si sono messe in posa con gli animali, per i quali il consenso si può dire tacito o presunto (sebbene il Gdpr parli solo di consenso espresso); in questa circostanza, peraltro, è da ritenere che il lettore possa stare tranquillo anche perché chi partecipa attivamente ad un evento pubblico è consapevole di esporsi agli obbiettivi: si pensi a chi partecipi ad una gara sportiva o a un concorso di bellezza;

– quelle scattate a chi si trovi all’evento senza mostrare in maniera inequivocabile la volontà di essere ritratta: in questa ipotesi, se intende rendere pubblico il ritratto, occorre rielaborare la foto in modo tale da non rendere identificabile il soggetto.

Una mano giunge al lettore dal fatto di essere giornalista: da tanto deriva il suo diritto di cronaca che gli consente, appunto, di pubblicare le foto dei soggetti che partecipano (sempre attivamente, come protagonisti) ai pubblici eventi, potendo anche superare il problema inerente al consenso presunto.

È vero che seguire alla lettera le rigide direttive del Gdpr renderebbe il lavoro del lettore davvero complicato; pertanto il consiglio è quello di concentrarsi sui ritratti di chi partecipa alle mostre con i propri cani, in quanto essi sono sicuramente consapevoli delle riprese (si possono equiparare alle sfilate di moda, ove l’indossatrice sa senza dubbio di essere fotografata). Per tutte le altre persone intorno, sarebbe bene fare  in modo di evitarne l’identificabilità.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva


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