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Imu: quando si può impugnare il diniego di autotutela?

29 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Dicembre 2018



Ho presentato un’istanza di autotutela nel dicembre del 2017 per un avviso di accertamento IMU di ottobre del 2017, anno imposta 2012, poiché nel 2012 l’appartamento sul quale AEQUA sostiene non è stata pagata l’IMU era la mia abitazione principale (documentato con un certificato storico anagrafico del comune di Roma). Pochi giorni fa mi è stato notificato il rigetto dell’istanza poiché la residenza del nucleo familiare non coincide con l’indirizzo dell’immobile accertato. Posso impugnare questa decisione?

Purtroppo, secondo l’indirizzo ormai consolidato della giurisprudenza, il diniego di autotutela non è impugnabile per vizi che, come nel caso di specie, riguardano la fondatezza della pretesa tributaria.

La Cassazione, con una recentissima pronuncia (ord. 10 ottobre 2018, n. 25135), ha ribadito che il diniego dell’annullamento di atto richiesto, sollecitando il potere di autotutela dell’ente impositore, può essere impugnato dal contribuente solo per motivi riguardanti la legittimità del rifiuto e non già per contestare la fondatezza della pretesa tributaria (cfr., Cass. sez. 6-5, ord. 9 aprile 2018, n. 8626; Cass. sez. 6-5, ord. 17 maggio 2017). Tale principio ha trovato conferma anche nella giurisprudenza costituzionale (cfr. Corte cost. 13 luglio 2017, n. 181), secondo cui l’autotutela tributaria costituisce un potere esercitabile d’ufficio sulla base di valutazioni largamente discrezionali, e non uno strumento di protezione del contribuente.

Ne consegue l’impossibilità di impugnare il diniego di autotutela, perché ciò implicherebbe un’elusione delle regole e dei termini decadenziali previsti dalla legge per l’impugnazione degli atti impositivi in Commissione tributaria.

L’impugnabilità del diniego di autotutela è quindi possibile solo quando sussistono profili di illegittimità del rifiuto dell’Amministrazione, in relazione a ragioni di rilevante interesse generale che giustificano l’esercizio di tale potere, e non la fondatezza della pretesa tributaria, dato che, altrimenti, si avrebbe un’indebita sostituzione del giudice nell’attività amministrativa o un’inammissibile controversia sulla legittimità di un atto impositivo ormai definitivo (Cass. Sez. 5, n. 3442 del 2015).

Nel caso specifico, il vizio riguarderebbe, invece, l’applicabilità dell’Imu sull’immobile che il lettore ritiene essere abitazione principale. L’impugnazione, riguardando la pretesa tributaria, non sarebbe quindi possibile.

Per completezza espositiva, si sottolinea comunque che la risposta del Comune potrebbe essere corretta. La legge prevede l’esenzione Imu per l’abitazione principale definita in questi termini: <<l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. Nel caso in cui i componenti del nucleo familiare abbiano stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi situati nel territorio comunale, le agevolazioni per l’abitazione principale e per le relative pertinenze in relazione al nucleo familiare si applicano per un solo immobile>>.

Sono dunque richiesti due requisiti congiunti, residenza e dimora abituale del possessore e del nucleo familiare. Se, effettivamente il nucleo familiare del lettore risiedeva e dimorava abitualmente in altro immobile, l’Imu è dovuta, poiché non vi sono i presupposti essenziali per considerare l’immobile come abitazione principale.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Monteleone


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