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Inps: requisiti per la domanda di pensione per inabilità alla mansione

29 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Dicembre 2018



Sono affetta da depressione grave maggiore con invalidità al 67% e sono seguita da un centro di salute mentale da anni. Dal 2013 mi sento sicura solo a casa. Esco solo per la spesa ed il  lavoro perché ho paura della gente, anche delle persone sul luogo di lavoro, per cui sono spesso in malattia e quando mi reco al lavoro devo prendere lo xanax. Posso chiedere inabilità a svolgere qualsiasi lavoro? La mia condizione può essere sufficiente per i medici dell’Inps al fine di riuscirci? Ho 57 anni e dal 2013 non sono più uscita di casa se non per la spesa ed il lavoro.

Per comprendere meglio la situazione legata alla domanda di inabilità che sta per presentare, occorre innanzitutto comprendere bene cosa s’intende per:

– inabilità assoluta e permanente alla mansione;

– inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro;

– inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa.

L’inabilità alla mansione è un tipo di inabilità connessa all’attività espletata dal pubblico dipendente (artt. 71 e 129 del DPR 3/1957). Questo tipo di infermità dà luogo al trattamento di pensione soltanto nell’ipotesi in cui l’amministrazione non possa adibire il dipendente a mansioni equivalenti a quelle della propria qualifica.

Per ottenere l’inabilità alla mansione occorrono i seguenti requisiti:

– riconoscimento medico legale da parte delle competenti Commissioni ASL dal quale risulti che il dipendente è permanentemente inidoneo allo svolgimento della propria mansione;

– almeno 15 anni servizio;

– risoluzione del rapporto di lavoro per dispensa dal servizio per inabilità.

Una volta ricevuto il verbale di visita medica che riconosce l’inidoneità alla mansione, l’ente datore di lavoro verifica la possibilità di utilizzare il dipendente in mansioni diverse ma equivalenti a quelle della propria qualifica. Se non ci sono possibilità di ricollocazione in mansioni equivalenti, può proporre di ricollocare il lavoratore anche in mansioni di posizione funzionale inferiore. Nel caso in cui il lavoratore non dia il proprio consenso alla nuova collocazione in posizione funzionale inferiore interviene la risoluzione del rapporto di lavoro che si configura come dispensa dal servizio per inabilità. Dispensato dal servizio, il lavoratore deve presentare domanda di pensione per inabilità relativa alla mansione sia all’INPS che al datore di lavoro.

L’inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro, invece, è una inabilità analoga a quella precedente che impedisce tuttavia la possibilità di continuare a svolgere una attività lavorativa continua e remunerativa del dipendente pubblico (articolo 129 DPR 3/1957).

Per ottenere l’inabilità al proficuo lavoro occorrono i seguenti requisiti:

– riconoscimento medico legale redatto dalle competenti Commissioni ASL nel quale risulti che il dipendente pubblico non è più idoneo a svolgere in via permanente attività lavorativa;

– almeno 15 anni servizio;

– risoluzione del rapporto di lavoro per dispensa dal servizio per inabilità permanente a proficuo lavoro.

Una volta ricevuto il verbale di visita medica che riconosce l’inidoneità al proficuo lavoro, l’ente datore di lavoro dispensa dal servizio per inabilità il dipendente pubblico. Dispensato dal servizio, il lavoratore deve presentare domanda di pensione per inabilità sia all’INS che al datore di lavoro. Il conseguimento della prestazione risulta, inoltre, compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa. L’inabilità, comunque, deve essere sopraggiunta ad attività lavorativa ancora in corso.

L’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa (che è quella che intende chiedere a quanto pare la lettrice dalla sua domanda) richiede una inabilità ben più grave, tale da determinare una “inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa”. Come specificato nella precedente risposta, per ottenere la prestazione in parola è necessario che l’iscritto abbia maturato un minimo di cinque anni di anzianità contributiva, di cui almeno tre nell’ultimo quinquennio antecedente la decorrenza della prestazione pensionistica.

Ricevuta la domanda da parte del lavoratore, l’ente pubblico: –  dispone l’accertamento sanitario presso le Commissioni mediche di verifica. Nei casi di particolare gravità delle condizioni di salute dell’interessato può essere disposta la visita domiciliare;

– ricevuto il verbale attestante lo stato di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa, provvede alla risoluzione del rapporto di lavoro del dipendente e la sede provinciale dell’INPS alla liquidazione della pensione.

Da ricordare inoltre che tale prestazione, è del tutto incompatibile con lo svolgimento di qualsiasi lavoro dipendente o autonomo, sia esso in Italia o all’estero. In linea generale la pensione può essere richiesta anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro. Tuttavia, dato che sono richiesti almeno tre anni di contributi nell’ultimo quinquennio, l’istanza in sostanza non può essere presentata dopo i due anni dalla cessazione dell’attività lavorativa.

Alla luce di ciò, il riconoscimento della dispensa dal lavoro con conseguente pensione di inabilità al lavoro è strettamente legato alla decisione della Commissione medica INPS che è l’unico organo per decidere in merito. In ogni caso, a parere di chi scrive, per ottenere l’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa, dovrebbe avere una percentuale invalidante superiore al 67%.

Detto ciò, qualora presenti la domanda e la Commissione medica INPS decidesse soltanto per l’inabilità assoluta e permanente alla mansione, potrebbe anche non ricevere la pensione se nell’Amministrazione esistono posizioni e quindi mansioni equivalenti nei quali l’interessata potrebbe essere ricollocata. Soltanto se l’Amministrazione non riesce diversamente a ricollocare l’impiegata nell’organigramma aziendale è possibile fare successivamente domanda di pensionamento all’INPS. È possibile rifiutare offerte di mansioni inferiori ottenendo comunque la dispensa dal servizio.

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio


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