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Dimissioni: a cosa ho diritto?

29 Novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Novembre 2018



Tfr, ratei tredicesima e quattordicesima, ferie e permessi: che cosa spetta al dipendente che si dimette dal posto di lavoro.

«Te ne sei andato per tua volontà? Allora la liquidazione non ti spetta, e non ti spettano nemmeno le competenze finali, visto che non è stata l’azienda a licenziarti». Se il datore di lavoro, alla rassegnazione delle tue dimissioni, ha reagito con affermazioni simili, devi sapere che, in caso di cessazione del rapporto lavorativo, le tue spettanze non vengono assolutamente cancellate, anche se a licenziarti sei stato tu.

Dopo le dimissioni, difatti, al lavoratore spetta il Tfr, cioè la liquidazione, che ammonta all’incirca ad una mensilità per ogni anno lavorato presso l’azienda; spettano poi i ratei delle mensilità aggiuntive (tredicesima e, se dovuta, quattordicesima), la liquidazione dei permessi e delle ferie non goduti.

A queste competenze potrebbe aggiungersi, poi, l’indennità di disoccupazione, che ora si chiama Naspi, e spetta per un massimo di 2 anni, nel caso in cui le dimissioni siano per giusta causa o rassegnate nel periodo tutelato di maternità:  il lavoratore, in questo caso, dato che non ha perso involontariamente l’impiego, acquista lo stato di disoccupazione e può beneficiare anche dell’assegno di ricollocazione, un voucher che serve a retribuire i servizi per l’impiego o le agenzie private che aiutano l’interessato a trovare una nuova occupazione.

Se, dunque, ti stai chiedendo «Presentando le dimissioni, a cosa ho diritto?» devi sapere che ti spetta molto di più rispetto al pagamento dell’ultimo stipendio.

Nel caso in cui le dimissioni non siano state rassegnate per giusta causa o non siano intervenute nel periodo tutelato per maternità o in determinate circostanze particolari (dimissioni incentivate, periodo di prova…), tieni conto, però, che il dipendente deve fornire all’azienda il preavviso minimo stabilito dal contratto collettivo applicato: se il preavviso non è stato dato, o i termini di preavviso risultano parziali, il dipendente deve corrispondere un’indennità sostitutiva del preavviso, che diminuisce le competenze finali spettanti.

Ma vediamo nel dettaglio che cosa spetta al lavoratore dopo le dimissioni, voce per voce.

Liquidazione

La liquidazione, o meglio il Tfr, il trattamento di fine rapporto, spetta, nella generalità dei casi, al momento del licenziamento o delle dimissioni (a meno che il lavoratore non abbia optato per la Quir, cioè per il pagamento del tfr in busta paga, mese per mese, o non abbia scelto di destinarlo a un fondo di previdenza complementare o, ancora, non abbia richiesto delle anticipazioni; in quest’ultimo caso spetta solo il trattamento al netto di quanto anticipato).

Come si calcola la liquidazione spettante?

Per determinare l’ammontare del Tfr, è sufficiente dividere il totale della retribuzione erogata al dipendente durante l’anno (esclusi alcuni emolumenti non imponibili ai fini del trattamento) per 13,5, e sottrarre una quota pari allo 0,5% dell’imponibile, che serve per alimentare il fondo di garanzia dell’Inps (che assicura il pagamento della liquidazione, anche quando l’impresa fallisce). In pratica, ogni anno, il datore di lavoro deve mettere da parte il 6,91% di quanto percepito dal lavoratore, e versare all’Inps lo 0,5%.

In ogni annualità maturano 12 ratei di Tfr, uno per ogni mese: se la frazione di mese supera i 15 giorni, dev’essere contato un rateo intero, se sono inferiori, non viene maturato alcun rateo.

Le somme accantonate vengono rivalutate, anno per anno, per un ammontare pari all’1,,5%, più il 75% del tasso di inflazione (ad esempio, se l’inflazione è al 2%, il suo 75% è l’1,5%, pertanto il trattamento sarà rivalutato del 3%, pari a 1,5% più 1,5%).

Il dipendente può decidere, quando l’impresa ha un organico sotto le 50 unità, di lasciare il Tfr in azienda o versarlo ad un fondo di previdenza complementare (con rendimenti differenti, a seconda del fondo pensionistico scelto); quando l’organico supera i 50 dipendenti, può scegliere tra il fondo di previdenza complementare o il fondo di Tesoreria dell’Inps, in quanto non è possibile lasciare il tfr in azienda.

Ratei di tredicesima

Al momento delle dimissioni, al lavoratore spettano anche i ratei maturati delle mensilità aggiuntive, tredicesima quattordicesima. La tredicesima, normalmente, è liquidata in occasione del Natale, mentre la quattordicesima nel mese di luglio.

Le mensilità aggiuntive maturano tutti i mesi, nella misura di 1/12, ma nella generalità dei casi sono pagate una volta all’anno, salvo il caso in cui non sussista un apposito accordo che ne prevede il pagamento mese per mese.

Come si calcolano i ratei di tredicesima spettante?

La tredicesima non è uguale per tutti, ma è calcolata sulla base dello stipendio “ordinario”, cioè sugli elementi fissi e continuativi della retribuzione.

In particolare, per ogni mese dell’anno, a partire da gennaio, si matura un rateo di tredicesima, pari a 1/12 degli elementi fissi e continuativi della retribuzione (non fanno parte degli elementi fissi e continuativi, ad esempio, lo straordinario, o i compensi ed i premi erogati una tantum, proprio perché si tratta di corrispettivi occasionali e privi del carattere della continuità).

Quando non spetta la tredicesima?

La tredicesima, invece, non matura nelle seguenti ipotesi:

  • aspettativa non retribuita;
  • astensione per maternità facoltativa (congedo parentale)
  • astensione per malattia del figlio;
  • assenza per malattia oltre il periodo di comporto;
  • assenza per permessi non retribuiti.

Per i dipendenti con contratto di part time orizzontale (servizio prestato in tutte le giornate lavorative, ma per meno ore rispetto all’orario ordinario giornaliero), i ratei di mensilità aggiuntiva maturano normalmente, perché le giornate lavorate sono le stesse: non è necessario, quindi, alcun riproporzionamento dei ratei spettanti, dato che la base di calcolo è la retribuzione corrente, già riproporzionata all’orario parziale, e di conseguenza la tredicesima è già ridotta automaticamente.

Per i dipendenti con contratto di part time verticale o misto (cioè vengono lavorate soltanto alcune giornate della settimana, o del mese, o dell’anno), invece, se l’attività non è prestata per l’intero mese, è contata come mensilità intera quella in cui risultano lavorate almeno 15 giornate.

I mesi nei quali, invece, i giorni di lavoro sono inferiori a 15, non danno luogo ad alcun rateo di tredicesima (salvo eventuali previsioni contrattuali più favorevoli).

Ratei di quattordicesima

Anche la quattordicesima, come la tredicesima, è una mensilità aggiuntiva ed è soggetta a una disciplina analoga, ma viene solitamente liquidata assieme alla mensilità di giugno, nel mese di luglio.

La quattordicesima, però, non spetta a tutti i lavoratori, ma soltanto se il contratto collettivo lo prevede. È prevista, ad esempio, dai contratti collettivi del terziario, del commercio e del turismo.

Ferie non godute

Al lavoratore dimissionario spetta anche la liquidazione delle ferie non godute: queste, che ammontano almeno a 4 settimane l’anno [1], possono difatti essere monetizzate alla cessazione del rapporto di lavoro.

Prima delle dimissioni, invece, il lavoratore non può rinunciare alle ferie in cambio di un’indennità. È possibile monetizzare, comunque, le ferie aggiuntive, rispetto al minimo di 4 settimane, riconosciute eventualmente dal contratto collettivo.

Come si calcolano i ratei ferie spettanti?

Per ogni mese dell’anno matura un rateo ferie pari a 1/12 delle ferie annuali spettanti. Ad esempio, se il lavoratore ha diritto a 26 giornate l’anno, per ogni mese di lavoro matura 2,167 giornate.

Si considera lavorato per intero il mese in cui il servizio è prestato per almeno 15 giornate.

Permessi non goduti

I contratti collettivi riconoscono al lavoratore ulteriori assenze retribuite, i permessi. I permessi sono di varie tipologie: permessi ex festivitàrol (riduzione orario di lavoro), banca ore…A differenza delle ferie, i permessi sono monetizzabili anche nel corso del rapporto.

Al momento della cessazione del rapporto di lavoro, per dimissioni o meno, i permessi non goduti e non pagati vanno corrisposti al lavoratore.

Come si calcolano i permessi non goduti?

permessi spettanti dipendono dalle previsioni del contratto collettivo e possono variare in base all’anzianità del lavoratore, del livello, della qualifica e dell’orario svolto. È dunque necessario, per capire a quanto ammontano i permessi da liquidare al termine del rapporto, verificare con attenzione che cosa dispone il contratto collettivo applicato.

Per approfondire: Come funzionano i permessi dal lavoro.

Indennità di disoccupazione Naspi

Il lavoratore dimissionario, nella generalità dei casi, non ha diritto all’indennità a carico dello Stato, la Naspi, o indennità di disoccupazione. Ci sono però delle ipotesi in cui, nonostante le dimissioni, può comunque aver diritto al sussidio.

Nello specifico, i requisiti per aver diritto alla Naspi sono:

  • il possesso dello stato di disoccupazione: bisogna, cioè, aver perso involontariamente il lavoro e rilasciare la Did, la dichiarazione d’immediata disponibilità al lavoro (e alle iniziative di formazione, orientamento e di politica attiva del lavoro); il lavoro si considera perso involontariamente, in caso di dimissioni, se le stesse sono rassegnate per giusta causa o nel periodo tutelato di maternità; si ha diritto allo stato di disoccupazione e alla Naspi anche  in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, a seguito di tentativo obbligatorio di conciliazione o di trasferimento;
  • aver lavorato per almeno 30 giornate nell’anno;
  • possedere almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni, che non abbiano già dato luogo a un’altra indennità collegata allo stato di disoccupazione.

A quanto ammonta la Naspi?

L’indennità di disoccupazione ammonta al 75% dell’imponibile Inps mensile medio degli ultimi 4 anni, se questo è inferiore a 1.208,14 euro. Se è superiore, deve essere aggiunto il 25% della differenza tra l’imponibile e la predetta cifra. In ogni caso la Naspi mensile non può superare 1.314,30 euro.

Quanto dura la Naspi?

La durata della Naspi è pari alla metà delle settimane di contributi possedute negli ultimi 4 anni (non possono essere contate le settimane già indennizzate). In ogni caso, non si possono mai superare i 24 mesi. A partire dal 4° mese, la Naspi è ridotta mensilmente del 3%.

Assegno di ricollocazione

Al lavoratore dimissionario beneficiario di Naspi spetta, infine, dal 4° mese di disoccupazione, l’assegno di ricollocazione. Si tratta di un voucher, il cui ammontare dipende dal profilo di occupabilità dell’interessato, che serve per retribuire i servizi per l’impiego, che aiutano l’interessato a trovare un nuovo lavoro.

Il lavoratore dimissionario deve pagare l’indennità sostitutiva del preavviso?

Il lavoratore che si dimette è obbligato a dare un certo numero di giornate di preavviso, che dipendono, in base alle previsioni del contratto collettivo, dall’anzianità e dal livello d’inquadramento del lavoratore.

Se il dipendente non rispetta il preavviso, è obbligato a liquidare un’indennità sostitutiva, la cosiddetta indennità di mancato preavviso, che corrisponde alle giornate di preavviso non fornite. L’obbligo di preavviso non sussiste nel caso in cui le dimissioni siano:

  • per giusta causa: in quest’ipotesi, esistendo una causa che non consente la prosecuzione, nemmeno momentanea, del rapporto, il lavoratore può cessare l’attività ad effetto immediato, senza dover corrispondere alcun indennizzo all’azienda; peraltro, le dimissioni non sono considerate per giusta causa, ma volontarie, se è fornito un preavviso, anche minimo;
  • durante il periodo tutelato di maternità e paternità; la lavoratrice madre ed il lavoratore padre possono dimettersi senza necessità del preavviso:
  •  – durante tutto l’arco della gravidanza e sino all’anno di vita del bambino, se lavoratrice madre;
  •  – dalla nascita sino all’anno di vita del bambino, se lavoratore padre;
  • per matrimonio: la stessa regolamentazione prevista per le dimissioni per giusta causa è applicata, poi, alla lavoratrice, nel periodo che intercorre dalla data delle pubblicazioni sino a 1 anno dalla data del matrimonio: non si ha, però, diritto all’indennità di disoccupazione;
  •  incentivate: nessun preavviso, infine, è dovuto per le dimissioni incentivate, applicate quando datore e lavoratore si accordano perché quest’ultimo ponga volontariamente fine al rapporto di lavoro in cambio di un incentivo economico; la stessa disciplina si applica anche per gli accordi collettivi cosiddetti di esodo.

note

[1] D.lgs. 66/2003.


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