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La Cassazione sui “Furbetti del cartellino”: ecco i licenziamenti

26 ottobre 2017 | Autore:


> Business Pubblicato il 26 ottobre 2017



Licenziamento senza preavviso per i dipendenti che “strisciano” il badge anche durante i giorni di riposo. La Cassazione fa chiarezza

I dipendenti che timbrano il badge senza essere sul posto di lavoro, sono artefici di una “furbizia” che non può passare impunita. La punizione consiste nel licenziamento senza preavviso. A tal fine, non è nemmeno necessaria una prova “schiacciante”. Ad affermarlo è stata proprio ieri (25.10.2017) la Corte di Cassazione, che ha decretato il licenziamento lampo di due dipendenti che, in molteplici occasioni, hanno timbrato il proprio cartellino, in modo tale da risultare presenti sul posto di lavoro anche durante i  giorni di risposo. Via libera ai licenziamenti per i cosiddetti furbetti del cartellino, che – così stando le cose – avranno molto da perdere. Vediamo quindi cosa ha sancito la Suprema Corte al riguardo, prima però facciamo il punto della situazione.

Il decreto “anti-furbetti”

Come noto, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo sul licenziamento lampo dei cosiddetti “furbetti del cartellino”. Si tratta di uno dei decreti attuativi della Riforma Madia, che si pone l’obiettivo di acuire la severità nei confronti dei “fannulloni” della Pubblica Amministrazione e di valorizzare il riconoscimento per chi invece “lavora bene” e fa il proprio dovere ogni giorno.  Detto decreto prevede che i dipendenti pubblici che timbrano o si fanno timbrare il cartellino e poi si allontanano dal posto di lavoro (o non ci sono mai stati, perché ad esempio a riposo) dovranno essere sospesi entro 48 ore dalla commissione del fatto. Dopodiché avrà inizio il procedimento disciplinare che dovrà concludersi entro 30 giorni dalla sospensione: nel caso in cui l’illecito risulti provato seguirà immancabilmente il licenziamento. Si tratta di un procedimento molto accelerato. Ed infatti, l’iter per accertare l’abuso non potrà essere lungo come quello precedente che poteva durare sino a 120 giorni, ma dovrà concludersi entro un mese.

“Non c’è scampo”, quindi, per chi venga colto in flagrante con telecamere o altri strumenti che registrino l’accesso sul posto di lavoro ed il successivo allontanamento: chi falsifica la propria presenza in ufficio verrà immediatamente sospeso. Si badi bene, la sospensione non riguarda solo l’incarico, ma anche la retribuzione. Ed infatti, in tali ipotesi – fatto salvo il diritto all’eventuale assegno di mantenimento  –  al lavoratore “sleale” verrà immediatamente negato lo stipendio. La sospensione (dall’incarico e dalla retribuzione) deve essere disposta dal responsabile della struttura ove il dipendente “disonesto” presti la propria attività lavorativa, senza che sia nemmeno necessario previamente sentire cosa il lavoratore abbia da dire “a sua discolpa”. Non c’è, infatti, alcun obbligo di preventiva audizione dell’interessato. A tal proposito si evidenzia che, secondo quanto dispone il decreto “anti-furbetti”, se il dirigente omette di denunciare l’abuso entro le 48 ore dal momento in cui viene a conoscenza del fatto incorrerà in pesanti sanzioni, rischiando addirittura il licenziamento. Orbene, se si considera che prima della riforma il dirigente “omertoso” non rischiava quasi nulla se non al massimo una sospensione, evidenti risultano i cambiamenti.

La sentenza della Cassazione

La Corte di Cassazione [1] si è appena pronunciata sulla questione, facendo chiarezza su alcuni aspetti, in particolare quelli concernenti le prove necessarie al fine di poter decretare il licenziamento del furbetto. Ebbene, come anticipato, a tal fine non sarà necessaria una prova “schiacciante”. La Suprema Corte, infatti, ha affermato che il giudice può trarre gli elementi del proprio convincimento anche attraverso il ricorso al cosiddetto ragionamento presuntivo e decretare, quindi, il licenziamento lampo sulla base di prove presuntive. Le prove presuntive, secondo quanto stabilito dal legislatore [2], sono le conseguenze che il giudice trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignorato. In altre parole, tramite una presunzione è possibile accertare un fatto attraverso un ragionamento logico che, da fatto conosciuto, deduce un fatto non conosciuto. D’altronde, la legge [3] esclude il ricorso alla prova presuntiva nei soli casi in cui è vietata la prova per testimoni, limite che – però – non opera nel processo del lavoro, ove la testimonianza è ammessa. Di conseguenza, nulla osta a che il giudice tragga gli elementi della propria decisione ragionando in maniera presuntiva.

Nel caso di specie, era stato contestato a due dipendenti di aver timbrato, in molteplici occasioni, reciprocamente l’una per l’altra, il cartellino delle presenze, con modalità tali da far sembrare che esse fossero in servizio anche durante i giorni di riposo. Nel caso di specie, peraltro, la violazione disciplinare è consistita anche nell’aver omesso di segnalare all’amministrazione le anomalie, nonostante la consegna mensile del badge al fine di operare il relativo controllo e consentire la segnalazione.

Nessuna giustificazione per le dipendenti: la Cassazione ha disposto la legittimità del loro licenziamento senza preavviso. E ciò anche perché sarebbe pure ora di sfatare il mito del posto fisso, quale “poltrona” comoda e foriera di “furbizie”, dando al contempo merito  a chi , al contrario, ogni giorno fa il proprio dovere con diligenza e rispetto.

note

[1] Cass., sent. n. 25374 del 25.10.2017.

[2] Art. 2727 Cod. Civ.

[3] Art. 2729 Cod. Civ.


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