Disoccupazione in crescita

1 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 Dicembre 2018



Diminuisce il Pil e aumenta la disoccupazione: nonostante la crescita dei contratti stabili, diminuiscono i lavoratori autonomi e a termine.

Iniziano a emergere le conseguenze del decreto Dignità: la stretta sui contratti a termine, difatti, se da un lato ha determinato la crescita dei rapporti di lavoro stabili, dall’altro lato ha comportato un netto calo dei rapporti a tempo determinato.

Il tasso di disoccupazione registrato, difatti, è in salita, al 10,6% (con un aumento di 0,2 punti su settembre), in controtendenza con i Paesi della zona Euro, in cui si registra stabile all’8,1%; aumenta, in particolare, la disoccupazione dei giovani, al 32,5%, anche se rispetto al mese di ottobre 2017 risulta calata di 1,6 punti.

L’aumento della disoccupazione non è, certamente, soltanto una conseguenza dei nuovi limiti sui contratti a tempo determinato, ma è anche causato dal clima di sfiducia generale, che ha comportato un calo del Pil e degli investimenti. Le ripercussioni, però, potrebbero andare ben oltre la diminuzione degli occupati: potrebbero essere messe in discussione le misure previste nella legge di Bilancio 2019 in materia di previdenza e sostegno del reddito. Un addio, insomma, o un forte ridimensionamento, della pensione con quota 100 e del reddito di cittadinanza

Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla disoccupazione in crescita: quali possono essere le cause e quali le immediate conseguenze.

Di quanto è cresciuta la disoccupazione?

Il tasso di disoccupazione registrato nel mese di ottobre 2018 risulta pari al 10,6%: tradotto in cifre, significa che ci sono 64mila disoccupati in più.

Nello specifico, sono diminuiti i lavoratori a tempo determinato, con 13mila occupati in meno, ed i lavoratori autonomi, con un calo di 15mila unità; sono saliti, invece, i contratti stabili, con 37mila unità in più, frutto soprattutto della trasformazione dei rapporti di lavoro dei precari di lungo corso, dovuta al decreto Dignità.

La salita del tasso di disoccupazione è dovuta anche al calo degli inattivi, che hanno deciso di rimettersi in cerca attiva di un impiego. Il tasso di disoccupazione dei giovani è pari al 32,5%, uno dei più alti in Europa.
Il bilancio sull’andamento del mercato del lavoro nel 2018 desta molte perplessità: gli occupati in più sono 159mila, ma si tratta soprattutto di precari e over 50; i contratti stabili sono scesi di 140mila unità.

Ma quali sono, nello specifico, le cause della mancata ripresa dell’occupazione?

Calo del Pil

La prima causa della crescita della disoccupazione è il calo del Pil, il prodotto interno lordo. Che cos’è il prodotto interno lordo? Si tratta del valore dei prodotti e servizi realizzati all’interno di uno Stato in un determinato arco di tempo.

Questo valore risulta da un processo di scambio, cioè, in parole semplici, dalla vendita di prodotti e servizi: non sono dunque considerati i prodotti e i servizi realizzati per autoconsumo e i servizi gratuiti. Nel calcolo non conta la nazionalità di chi produce, ma il luogo in cui il prodotto o il servizio viene realizzato: un televisore prodotto in Italia da una società tedesca entra nel Pil dell’Italia, mentre un mobile prodotto in Germania da una società italiana entra nel Pil della Germania.

Nel Pil sono compresi gli ammortamenti, cioè il deprezzamento degli investimenti (macchinari, attrezzature, software…) che fanno parte del sistema produttivo, che perdono valore con il tempo e con l’utilizzo e devono dunque essere ripristinati con continuità.

Il Pil è il principale indicatore di salute di un sistema economico, perché rappresenta la capacità del sistema stesso di produrre e vendere beni: sull’analisi dell’andamento passato e presente del Pil e sulle stime delle sue evoluzioni si basano le decisioni di politica economica. I rapporti tra Pil, deficit e debito pubblico sono i parametri fondamentali che i Paesi membri dell’eurozona si sono impegnati a rispettare per garantire la convergenza dei conti pubblici e rendere solida l’unione economica e monetaria.

Nel terzo trimestre del 2018, come rilevato dall’Istat, il Pil è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente: nonostante sia aumentato dello 0,7% rispetto allo stesso trimestre del 2017, si tratta del primo dato negativo dopo 14 trimestri di crescita.

Il calo, secondo l’Istat, è dovuto soprattutto alla diminuzione della domanda interna: è stato difatti riscontrato un lieve calo dei consumi e di un netto calo degli investimenti. Ma da quali fattori sono causati il calo dei consumi e degli investimenti?

Aumento spread, stretta creditizia e incertezza

Secondo autorevoli esperti in campo economico, come Pietro Reichlin, economista alla Luiss di Roma, la stasi dell’economia è dovuta non solo al rallentamento del manifatturiero che coinvolge le economie europee, ma anche all’incertezza alimentata dalla manovra del governo ed all’inizio di una stretta creditizia causata dall’aumento degli spread. Ma che cos’è questo spread, e perché quando aumenta tutti si preoccupano?

Il termine spread, che significa divario, indica la differenza di rendimento tra i titoli di stato italiani a 10 anni (i Btp) e gli equivalenti titoli pubblici tedeschi (Bund). Il rendimento dei titoli di stato indica lo stato di salute dell’economia di un paese: più il sistema è solido, meno i titoli sono rischiosi e offrono quindi agli investitori rendimenti più bassi.

In pratica, il differenziale tra i titoli italiani e tedeschi indica quanto sia più rischioso prestare i soldi all’Italia rispetto alla Germania, uno dei paesi più affidabili grazie alla solidità della sua economia.

Se aumenta lo spread, aumentano i tassi d’interesse, quindi lo Stato è costretto a spendere di più per finanziare il proprio debito: aumenta dunque il debito pubblico.

L’aumento dei tassi di interesse rende, inoltre, più difficile l’accesso al credito da parte delle aziende italiane, e comporta l’aumento del costo dei mutui e dei prestiti per i privati cittadini, determinando un calo di acquisti e investimenti.

Insomma, il calo degli occupati e del Pil sarebbe da attribuirsi, oltreché alla diminuzione della produttività del settore manifatturiero in ambito europeo, soprattutto, in Italia, al clima di insicurezza causato dall’attuale manovra ed alla diminuzione del credito dovuta allo spread.

Decreto Dignità

Abbiamo osservato che i principali “chiamati in causa” a rispondere della mancata ripresa sono la congiuntura economica negativa in ambito europeo, assieme alla stretta creditizia ed all’aumento dello spread.
Ci sono, però, ulteriori fattori che concorrono a causare ulteriori problematiche nel mercato del lavoro: uno di questi è il cosiddetto decreto Dignità, con il quale è stato ridisciplinato il contratto a termine, con regole molto più stringenti.

Nel dettaglio, sono state reintrodotte le causali del contratto a tempo determinato: quando si stipula un rinnovo del contratto, o comunque quando la durata del rapporto è superiore ai 12 mesi, è necessario specificare per quale motivo si fa ricorso al termine, anziché assumere il lavoratore a tempo indeterminato. La motivazione, però, non può essere scelta dal datore di lavoro, ma le sole causali che giustificano il contratto a termine sono:

  • esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, nonché sostitutive;
  • esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili d’attività.

Per ogni rinnovo, a partire dal secondo, l’aliquota contributiva (cioè la percentuale a titolo di contributi applicata alla retribuzione) aumenterà di 0,5 punti. Risulta sempre dovuta l’aliquota addizionale Aspi (ora Naspi) dell’1,40%.

La durata massima del contratto diventa pari a 24 mesi, non più a 36: ciò significa che, se la durata del rapporto tra l’azienda e il lavoratore, adibito alle stesse mansioni o a mansioni equivalenti, supera i 24 mesi, il contratto diventa a tempo indeterminato.

Il numero massimo di proroghe del contratto scende da 5 a 4. Il numero massimo di lavoratori utilizzabili a tempo determinato è pari al 20% dell’organico aziendale, salvo che il contratto collettivo applicato non preveda diversamente.

Le conseguenze delle restrizioni previste dalla nuova normativa stanno iniziando a emergere, con un netto calo degli occupati a termine. Il mancato rispetto delle nuove disposizioni determina, difatti, nella generalità dei casi, la trasformazione del contratto a tempo indeterminato, oltre a severe sanzioni.
Al momento è salito, è vero, il numero degli occupati stabili, ma ciò è dovuto alle trasformazioni dei contratti precari di lungo corso: terminato il periodo delle trasformazioni, l’aumento dei contratti a tempo indeterminato subirà una brusca frenata.
In pratica, il decreto Dignità avrebbe non solo l’effetto di scoraggiare il ricorso all’occupazione a termine, ma anche il ricorso all’occupazione in sé.

Disoccupazione: come farla diminuire?

Il decreto Dignità non ha prodotto danni, ma benefici, secondo il vice premier, Luigi Di Maio, per il quale i 37mila occupati stabili in più sul mese sono un segnale positivo, frutto della nuova legge; per il consigliere economico, Pasquale Tridico, economista del lavoro presso l’Università Roma Tre, l’aumento di 64mila disoccupati, determinato dal calo di inattivi, è un segnale positivo, che indica un aumento del grado di tensione sul mercato del lavoro, perché riduce gli scoraggiati, e indica una maggiore fiducia degli inoccupati a trovare un impiego.
L’economista Marco Leonardi, invece, reputa la situazione preoccupante, e auspica un cambio di tendenza immediato.
Certamente, è presto per fare un bilancio, ma non occorre essere degli economisti per capire che andrebbe incoraggiata una politica improntata agli investimenti, piuttosto che alle restrizioni e all’assistenzialismo.

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