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Dipendente pubblico: ferie, festività e assenza per malattia

9 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Gennaio 2019



Differenze tra assenze per ferie, festività e malattia. Il lavoratore può maturare le ferie (da non confondere con le festività) o le assenze per malattia. Vediamo tutti i casi.

Dipendente pubblico: ferie, festività e assenza per malattia. Uno dei principali diritti del dipendente pubblico è quello di poter maturare le cosiddette ferie. Poi vi sono i giorni di festività a sua disposizione e quelli per malattia di cui può usufruire. Ma non è tutto così semplice né scontato. Vediamo bene le circostanze in cui queste condizioni si esplicano.

Le ferie del dipendente pubblico

Le ferie, per legge, sono un diritto irrinunciabile. La normativa prevede che il lavoratore, durante il periodo di ferie, percepisca regolare retribuzione, cioè lo stipendio non gli viene decurtato anche se non lavora, ma non può godere degli ‘straordinari’ o di altre indennità aggiuntive ovviamente. Tuttavia la stessa normativa [1] fissa anche le modalità per usufruirne. Tranne alcune eccezioni, di solito il modo previsto per il lavoratore per sfruttarle è il seguente: un totale complessivo di quattro settimane a disposizione, da utilizzare – nell’arco dell’anno solare – in due fasi; una prima di circa la metà, ovvero di due settimane anche continuative; l’altra equivalente, costituita dalle altre due rimanenti nei 18 mesi successivi.

Per quanto riguarda le pubbliche amministrazioni centrali e locali, le quattro settimane fruibili equivalgono nel concreto a 32 giorni lavorativi effettivi. Questo perché sono incluse due giornate aggiuntive al congedo ordinario. Oltre a queste due giornate di riposo in più, per il lavoratore ce ne sono altre quattro a disposizione su sua richiesta. Ovviamente resta inteso il fatto che non basta che il dipendente chieda le ferie per averle. È dato per scontato che la sua richiesta verrà soddisfatta solo se non vi sono problemi e non arrecherebbero disagio all’amministrazione stessa per ragioni, motivi ed esigenze di servizio chiaramente. Se la sua proposta non potrà essere accolta, il lavoratore avrà diritto a fruirne in un secondo momento.

Per quanto riguarda il calcolo dei giorni lavorativi equivalente alle quattro settimane di ferie, occorre precisare e puntualizzare che, se il dipendente lavora cinque giorni su sette a settimana, il sabato sarà conteggiato e considerato, mentre i giorni di ferie, pertanto, saranno ridotti a 28. Questi ultimi si ridurranno ulteriormente a 26 (almeno per i primi tre anni di servizio) se il lavoratore è di nuova assunzione.

Se, invece, il dipendente assunto di recente, lavora sei giorni su sette, per lui le ferie che gli spetteranno saranno pari a 30 giorni (sempre per i primi tre anni di servizio, per poi diventare 32 anche per lui).

Per ciò che concerne la modalità di conteggio delle ferie in base al tempo lavorato, con il mese quale termine di paragone, c’è da dire che la mensilità scatta quando si sono superati i quindici giorni lavorativi. Infine un’altra precisazione; come noto, i vari permessi a disposizione per il dipendente pubblico non incidono minimamente in alcuna maniera sul calcolo delle ferie disponibili, a cui non si perde il diritto, né – tanto meno – al loro frazionamento e a goderne in periodi e cicli separati.

Tra i permessi prima citati abbiamo: quelli per gravi motivi familiari, per lutto, per matrimonio, per studio come per partecipare a concorsi ed esami. Così come, d’altra parte, è vero che il dipendete deve rispettare la disponibilità della pubblica amministrazione e verificare che la disponibilità di sua richiesta di ferie concili con le esigenze di servizio dell’ente, ma anche che la sua domanda collimi con quella dei colleghi, ma senza che nessuno dei due fattori possa far venire meno il suo speculare diritto a godere di almeno due settimane di ferie, nel periodo che va dal primo giugno fino al 30 settembre.

Interruzione delle ferie e rimborso

Ma è possibile interrompere le ferie, sospenderle, oppure addirittura non fruirle e rimandarle? La risposta è assolutamente sì a tutte e tre le domande, ma a determinate condizioni. Infatti le ferie maturate andrebbero sempre ‘spese’ ed ‘esaurite’ nell’arco di un anno.

Di solito il dipendente pubblico può evitare di ‘prendere le ferie’ e quindi ‘differirle’, nel senso di spostare e posticipare la loro fruizione all’anno successivo addirittura, unicamente e prettamente in due casi:

  • per improrogabili ragioni di servizio, ovviamente, che è la ragione principale ostativa per il lavoratore a poter ‘andare in ferie’;
  • per gravi motivi personali a sua giustificazione da parte del dipendente pubblico, per giusta e certificata causa insomma.

Tale differimento viene così regolamentato. Appurato che il lavoratore deve assolutamente ‘utilizzarle’, le cosiddette ferie residue (ossia quelle di cui non ha goduto) saranno dunque solamente posticipate o rimandate. Vediamo in che modo.

Nel caso di ragioni di servizio ostative non prorogabili o irrevocabili, il dipendente potrà ‘recuperare’ le sue ferie dell’anno precedente entro il primo semestre dell’anno successivo, mentre quelle non godute per gravi motivi personali entro il 30 aprile dell’anno dopo; se ancora per il dipendente non sarà possibile avvantaggiarsi delle ferie, esse gli spetteranno di diritto ugualmente fino al 30 aprile dell’anno a seguire ancora a quello già di proroga e di spettanza; o, in via eccezionale, anche superato tale periodo limite.

Da precisare che, per “gravi motivi personali”, si intendono soprattutto casi di seria malattia del pubblico dipendente, che dovrà attestare e certificare il proprio stato di malattia ovviamente, come ad esempio il caso di un ricovero in ospedale, informandone immediatamente e quanto prima possibile l’amministrazione stessa.

Ricordiamo che le assenze per malattia non incidono né impattano negativamente sulle ferie, facendole diminuire; inoltre, nel caso venga rescisso il contratto di lavoro e le ferie maturate non siano state godute dal dipendente pubblico per ragioni di servizio, al lavoratore esse saranno retribuite con il corrispondente pagamento sostitutivo delle medesime equivalente.

Tuttavia, dicevamo, può verificarsi la circostanza della cosiddetta interruzione o sospensione delle ferie. Ossia può darsi che il lavoratore sia costretto a sospendere e interrompere le ferie di cui già aveva iniziato a fruire per episodi particolari e straordinari rilevanti. Sicuramente la principale delle ragioni che possono portare a ciò sono proprio quelle di servizio. In tal caso a cosa ha diritto il dipendente? Al lavoratore spetteranno dei rimborsi, come previsto e riconosciutogli per legge anche dal contratto di lavoro. Vediamo quali sono.

Innanzitutto quello delle spese sia per il viaggio di ritorno dal luogo di ferie, sia quello per rientrare in sede a lavoro appunto. Inoltre, tra gli altri rimborsi, sono annoverati anche quelli delle spese già sostenute ed affrontate per godere del periodo di ferie non fruito, che l’amministrazione o il datore di lavoro dovranno coprire al proprio dipendente. Infine è anche compresa tra i suoi diritti l’indennità di missione corrispondente a tutto il periodo di durata di quest’ultimo viaggio.

Infine, ultima nota. Ovviamente le ferie non vanno confuse e sovrapposte alle festività. Come noto quest’ultime sono giorni festivi come le domeniche, riconosciuti al lavoratore dallo Stato, o la ricorrenza della festa del santo patrono del luogo in cui lavora il dipendente pubblico. Inoltre c’è il caso particolare del cosiddetto riposo sabbatico, per tutti i credenti cristiani avventisti ed ebraici, che possono non lavorare il sabato e recuperare quella giornata lavorativa proprio la domenica, di solito considerata di riposo festivo settimanale – come appena detto -.

Le assenze per malattia: novità

Ovviamente i principali motivi di assenza dal lavoro per il dipendente pubblico sono le assenze per malattia. Innanzitutto occorre dire che il lavoratore dovrà sempre presentare un certificato medico, sia al termine del periodo di malattia, che anche in caso di sua guarigione precoce e anticipata. Attualmente, in generale, il certificato medico cartaceo è stato sostituito dal certificato medico Inps telematico; infatti sarà rilasciato dall’Inps, dall’ente previdenziale e non dalla Asl, e verrà spedito online tramite Pec. Questa è una novità introdotta a partire dal 2010 [2].

Il certificato cartaceo resiste solamente in due casi; il primo, se il medico non è in grado di fare un certificato telematico perché non può in quanto non dispone degli adeguati strumenti e sistemi informatici; il secondo, è il caso del ricovero ospedaliero che, come noto, rilascia relativo certificato cartaceo appunto. L’automatizzazione del rilascio di certificati di malattia è favorita da un cosiddetto Sistema di accoglienza centrale (SAC) e da un Sistema di accoglienza regionale (SAR).

C’è da specificare che il certificato medico va presentato se l’assenza per malattia dura più di dieci giorni, come previsto da legge [3]. Così come serve il rilascio di certificazione del medico se il dipendente si assenta per effettuare visite specialistiche o altri esami diagnostici.

Assenze per malattia: reperibilità e visita fiscale

Non solo; ma, quando il lavoratore richiede l’assenza per malattia, sa che può essere soggetto (quasi sempre accade, anche se a volte no, sebbene sia pressoché obbligatoria) a visita fiscale. Pertanto deve essere reperibile.

Gli orari di reperibilità e le relative fasce orarie, dal 2018, sono le seguenti: dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 18 per il settore pubblico; dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 17 alle ore 19 per quello privato.

La reperibilità deve essere massima, cioè anche nei giorni non lavorativi o festivi. Sono esenti dal rispetto delle fasce di reperibilità i lavoratori che sono già stati soggetti a visita fiscale o la cui assenza è dovuta ai seguenti motivi: per le terapie salvavita; per infortuni sul lavoro; per malattie per le quali è riconosciuta la causa di servizio; situazioni di attestata invalidità. Ovviamente, viceversa, il lavoratore è tenuto ad informare preventivamente dell’impossibilità di farsi trovare presente durante la visita fiscale e nelle fasce di reperibilità per giustificato impedimento da attestare. Così come deve comunicare se, durante l’assenza per malattia, cambia domicilio.

Assenze per malattia e decurtazione dello stipendio: quando scatta

Tuttavia vi sono delle nuove regole per il 2019 in proposito. E riguardano proprio anche la questione della decurtazione dello stipendio in caso di protrarsi dell’assenza per malattia.

Facciamo una precisazione. Innanzitutto, come regola generale, il dipendente pubblico ha diritto a 18 mesi in un anno di assenza per malattia. Fino a tale termine avrà anche il correlativo diritto alla conservazione del posto di lavoro. In via eccezionale, al dipendente possono essere accordati altri 18 mesi di malattia, ma non pagati, cioè senza retribuzione. Tuttavia la cosa importante è non solo che non percepirà stipendio, ma anche che sarà soggetto a visita per valutare la sua inabilità permanente al lavoro; in caso di sua inidoneità, l’amministrazione potrà decidere di risolvere e chiudere il rapporto di lavoro con il dipendente, conferendogli la relativa indennità sostitutiva di preavviso.

Premesso ciò, oltre a ciò che concerne la conservazione del posto di lavoro e i diritti del lavoratore, vediamo anche l’altro aspetto che riguarda la decurtazione dello stipendio, nello specifico più da vicino. Il periodo a sua disposizione, di 18 mesi di malattia in un anno, può essere diviso in due fasce; la prima di nove mesi complessivi, in cui la retribuzione sarà totale, ossia gli verrà elargita al 100%. Per quanto riguarda gli altri nove mesi, vediamo come si procederà. Nei successivi tre mesi (ossia dal decimo al dodicesimo compreso), la retribuzione fissa mensile sarà del 90%; per gli ulteriori sei mesi (ovvero dal tredicesimo al diciottesimo) sarà della metà, pari a circa il 50% di quella standard.

Assenze non comprese in quelle per malattia

C’è da dire che il dipendente pubblico ha diritto ad altre assenze, che non fanno parte, non vengono né considerate come malattia, né – pertanto – incluse o conteggiate nei giorni di malattia. Si tratta di assenze particolari per casi specifici, riconosciute per legge al lavoratore ‘in ogni caso’. Ma quali sono? Tra esse possiamo annoverare: quelle per effettuare ricoveri o day-hospital, per fare terapie cosiddette salvavita, cioè indispensabili al lavoratore a causa di malattie serie e patologie gravi, anche permanenti o croniche. Pertanto tali assenze sono rivolte soprattutto a mutilati oppure ad invalidi di guerra o civili.

note

[1] In base a quanto sancito dall’articolo 10 D. L. 66/2003.

[2] Come effetto della riforma del ministro della pubblica amministrazione e dell’innovazione, Marianna Madia, sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione: ossia il D. n. 206 del 2009.

[3]  Art. 55-septies D. L. 165/2001.


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