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Fare da colf a parenti: posso farmi assumere?

2 dicembre 2018


Fare da colf a parenti: posso farmi assumere?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 dicembre 2018



Fare da badante a un genitore o a un altro familiare può essere considerato un lavoro subordinato? Si possono pretendere contributi e Tfr?

Immagina di aver convissuto, per diversi anni, con un genitore o un altro parente disabile e di esserti spontaneamente presa cura di lui: lo hai accudito come se fosse tuo figlio, lo hai aiutato a vestirsi e ad andare a letto, a lavarsi e a mangiare. Quando cucinavi per te hai anche cucinato per lui; quando hai fatto la spesa, l’hai fatta per entrambi; gli hai tenuto pulito il bagno e la camera da letto; lo hai accompagnato in auto quando doveva uscire. Insomma, a conti fatti, sei stata in tutto e per tutto la sua badante. Ora ti chiedi se tutto questo lavoro può esserti, in qualche modo, utile almeno da un punto di vista economico, se cioè ti spettano dei riconoscimenti da parte dello Stato come una pensione o un altro incentivo. Il dubbio legale che dunque ti poni è se, nel fare da colf a parenti, posso farmi assumere. 

La questione è stata di recente decisa dalla Cassazione [1]. La Corte ha deciso un caso del tutto simile al tuo. Nel caso di specie, una signora aveva lavorato per oltre quarant’anni al servizio del cognato che abitava insieme a lei ed al marito (suo fratello). Nel corso delle istruttorie era emerso un accordo tra i due fratelli e la ricorrente/moglie/cognata: i due uomini si sarebbero occupati dell’azienda di famiglia, mentre lei, “sollevata dal lavoro in azienda”, si sarebbe dovuta dedicare al ménage della casa comune ai tre.

La donna ha così fatto causa al familiare disabile e, rivolgendosi al giudice, ha chiesto che fosse accertato il lavoro da lei prestato come quello di un normale “dipendente”, le fossero riconosciute le retribuzioni previste dai contratti collettivi, il Tfr, i contributi, le ferie non godute e, ovviamente, circostanza di non poco conto, il diritto alla pensione. 

Il tribunale però ha innanzitutto dovuto affrontare un problema in merito alla prova del rapporto giuridico: ci si può far assumere come colf o badante da un familiare? Ecco cosa ha detto la Cassazione, nell’ultimo grado di giudizio.

Tra persone legate da vincoli di parentela o affinità, le prestazioni lavorative svolte dall’uno in favore dell’altro si presumono sempre a titolo gratuito e ciò per via del normale rapporto di affezione e benevolenza che si instaura tra essi. Il rapporto di consanguineità porta infatti i familiari a venirsi reciprocamente incontro senza chiedere nulla in cambio, solo per un dovere morale o sociale (a prescindere poi che il compito venga fatto con piacere o con sacrificio). Insomma, è nella normalità che tra persone appartenenti alla stessa famiglia ci si aiuti l’un l’altro: e ciò non può mai essere considerato un rapporto di lavoro o una prestazione a pagamento (cosiddetta prestazione “a titolo oneroso”). Si tratta però di una “presunzione” che può essere superata con una prova contraria. In altri termini si può sempre dimostrare che gli accordi erano diversi e che, sin dall’inizio, era stata concordata una retribuzione. 

Tale “prova contraria”, nell’ambito del lavoro di tipo domestico, deve essere molto rigorosa; devono cioè sussistere gli elementi tipici della subordinazione tra i quali, soprattutto, l’assoggettamento al potere direttivo ed organizzativo del datore di lavoro (il quale deve dare “i comandi” cui il dipendente deve attenersi) e l’onerosità (ossia l’obbligo della retribuzione).

Il ragionamento della Suprema Corte parte da due presupposti: 

  • il vincolo di subordinazione può sussistere anche tra parenti e affini ma deve essere dimostrato con prove consistenti;
  • tanto più è stretto il rapporto di parentela o di affinità, tanto più è difficile dimostrare che vi è un rapporto di lavoro di subordinazione; al contrario vale tra estranei.

Le prove della subordinazione non devono essere necessariamente documentali, non si deve cioè essere per forza in possesso di un contratto. Si può dimostrare l’accordo di subordinazione per un familiare con dei testimoni. Ad esempio, si può provare di essere stati sempre “alle dipendenze” del disabile, di non essersi potuti allontanare da casa, di aver subito gli ordini e le direttive di quest’ultimo.

Tali presupposti rendono l’accertamento del vincolo di subordinazione tra parenti e/o affini più delicato. Dal punto di vista dell’onere della prova opera infatti una presunzione di gratuità: la prestazione resa in favore di un familiare si presume essere offerta con benevolenza, con affetto o comunque con il desiderio di rendersi utile alla famiglia. Per superare tale presunzione, quindi, colui o colei che richiede l’accertamento del vincolo di subordinazione deve – come di norma – provare gli elementi tipici della subordinazione, primo fra tutti, l’eterodirezione e l’onerosità della prestazione. Detta prova però deve essere più rigorosa rispetto ai casi “normali” di subordinazione tra estranei, poiché il rapporto di parentela e/o affinità attenua gli indici di subordinazione, rendendoli più confusi e sfumati.  

note

[1] Cass. sent. n. 30899/18 del 29.11.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 14 novembre 2017 – 29 novembre 2018, n. 30899

Presidente Balestrieri – Relatore Leo

Fatti di causa

La Corte di Appello di Trento, con sentenza depositata il 2.2.2012, respingeva il gravame interposto da C.P. , nei confronti di F.F. , avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede con la quale era stato rigettato il ricorso della C. diretto all’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro domestico tra quest’ultima e F.R. , asseritamente protrattosi dal 1973 al 2003 e, per l’effetto, del diritto della lavoratrice ad ottenere dall’erede F.F. tutte le prestazioni di legge conseguenti, oltre alla regolarizzazione della posizione contributiva o il risarcimento del danno, nell’ipotesi di prescrizione contributiva, maggiorata di interessi legali e rivalutazione.

Per la cassazione della sentenza ricorre la C. articolando due motivi cui resiste il F. con controricorso.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo si deduce la “violazione di norme di diritto” ed in particolare si lamenta che la sentenza impugnata avrebbe omesso di considerare che tutte le prestazioni di lavoro domestico poste in essere dalla ricorrente in favore di F.R. realizzavano un soddisfacimento dei bisogni del beneficiario, a discapito delle energie psicofisiche e lavorative profuse dalla C. , e che, pertanto, erano da inquadrare, a tutti gli effetti, nell’ambito di un lavoro subordinato tra affini.

A parere della ricorrente, quindi, i giudici di seconda istanza non avrebbero tenuto in considerazione il fatto che, nell’ambito del lavoro domestico, il rapporto di subordinazione può svolgersi anche tra parenti o affini, come è avvenuto nella fattispecie, e si sarebbero erroneamente soffermati sulla circostanza che “il defunto F.R. era il cognato della C. ed abitava nella casa del fratello Carmelo che vi risiedeva con la moglie”, quasi a volere sottolineare che l’esistenza del rapporto di affinità sussistente tra le parti fosse, di per sé, idoneo ad escludere a priori la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato intercorrente tra le stesse.

2. Con il secondo motivo si deduce la contraddittoria motivazione circa un fatto controverso, avendo la Corte distrettuale affermato che “in tema di prestazioni lavorative rese in ambito familiare – le quali vengono normalmente compiute affectionis vel benevolentiae causa – la parte che fa valere in giudizio diritti derivanti da tali rapporti è tenuta ad una prova rigorosa degli elementi costitutivi della subordinazione e dell’onerosità”, senza tenere nel debito conto il rapporto di affinità esistente tra le parti, che costituisce in casi analoghi un formidabile elemento di attenuazione dei fattori rilevatori della subordinazione, diversamente da quanto avverrebbe in un normale rapporto di lavoro subordinato tra estranei.

1.1.; 2.2. I motivi, da trattare congiuntamente per evidenti ragioni di connessione, non sono meritevoli di accoglimento, essendo entrambi tesi, nella sostanza, a contestare la valutazione degli elementi probatori operata dai giudici di seconda istanza.

Va, innanzitutto, osservato, per quanto più specificamente attiene al primo motivo, che la ricorrente non ha indicato analiticamente quali norme sarebbero state violate, in spregio alla prescrizione di specificità dell’art. 366, primo comma, n. 4, c.p.c., che esige che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360, primo comma, n. 3, del codice di rito, debba essere dedotto, a pena di inammissibilità, mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate ed altresì con specifiche argomentazioni intese motivatamente a dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbano ritenersi in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (cfr., tra le molte, Cass., Sez. VI, ord. n. 635/2015; Cass. nn. 19959/2014; 18421/2009).

In ordine, poi, al secondo motivo, va ribadito che i vizi della motivazione sono configurabili solo quando, dall’esame del ragionamento svolto dal giudice del merito e quale risulta dalla sentenza oggetto del giudizio, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione ovvero quando si evinca l’obiettiva deficienza o contraddittorietà, nel complesso della sentenza, del procedimento logico che ha indotto il giudice, sulla scorta degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non quando vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato attribuiti dal giudice di merito agli elementi delibati, poiché, in quest’ultimo caso, il motivo di ricorso si risolverebbe in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti dello stesso giudice di merito finalizzata ad ottenere una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione (cfr., ex plurimis, Cass., S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 14541/2014).

Nel caso di specie, i giudici di appello, attraverso un percorso motivazionale ineccepibile sotto il profilo logico-giuridico, sono pervenuti alla decisione oggetto del presente giudizio, dopo aver analiticamente vagliato le risultanze dell’istruttoria espletata in primo grado (al riguardo, cfr., tra le molte, Cass. n. 18921/2012); pertanto, le doglianze articolate dalla parte ricorrente come vizio di motivazione causato da contraddittorietà della stessa – che, in sostanza si risolvono in una ricostruzione soggettiva del fatto, tesa a condurre ad una valutazione difforme rispetto a quella cui è pervenuta la Corte distrettuale, sulla base di una diversa lettura del materiale probatorio – appaiono inidonee, per i motivi anzidetti, a scalfire la coerenza della sentenza oggetto del giudizio di legittimità. Quest’ultima, peraltro, è del tutto in linea con gli arresti giurisprudenziali di questa Corte, laddove sottolinea che tra persone legate da vincoli di parentela o di affinità opera una presunzione di gratuità della prestazione lavorativa, che trova la sua fonte nella circostanza che la stessa viene resa normalmente affectionis vel benevolentiae causa; con la conseguenza che, per superare tale presunzione, è necessario fornire la prova rigorosa degli elementi tipici della subordinazione, tra i quali, soprattutto, l’assoggettamento al potere direttivo-organizzativo altrui e l’onerosità (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 8364/2014; 9043/2011; 8070/2011; 17992/2010; per ciò che più specificamente attiene a tutti gli indici di subordinazione, cfr., ex multis, Cass. n. 7024/2015). Ed al riguardo, in particolare, i giudici di seconda istanza hanno motivatamente e condivisibilmente affermato che “le risultanze istruttorie non solo non hanno fornito alcun elemento per accertare il vincolo della subordinazione…, ma hanno dimostrato l’esatto contrario e cioè che l’attività” della C. “in ambito domestico si inseriva in un menage familiare, in cui i fratelli F. si occupavano insieme del lavoro dell’azienda agricola e la ricorrente delle faccende di casa”. Pertanto, deve ribadirsi che i giudici di secondo grado, una volta presi in considerazione gli elementi che connotano la subordinazione e dopo aver analiticamente vagliato le risultanze istruttorie, sono pervenuti, attraverso un percorso motivazionale del tutto coerente, ad escluderne la sussistenza con riferimento alla fattispecie.

3. Per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va rigettato.

4. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

5. Avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso sussistono i presupposti di cui all’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.


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