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I diritti d’autore su Spotify: il riciclaggio della pirateria informatica

21 Marzo 2013 | Autore:
I diritti d’autore su Spotify: il riciclaggio della pirateria informatica

Streaming e licenze collettive salveranno il diritto d’autore sulla musica dalla pirateria.

La musica è sempre stata pioniera di tutte le arti: ogni cambiamento epocale della tecnica e del mercato è iniziato prima dallo spartito, per poi toccare le altre facce dell’industria della cultura: cinema, tv, libri, arti figurative.

Spotify, per esempio, promette di essere il nuovo virus del cambiamento, così come lo erano stati, prima di lui, Napster e The Pirate Bay. Solo che ora tutto viene reso legale.

Di che si tratta? Spotify è un servizio musicale on demand, che offre in streaming – quindi senza bisogno di scaricare i file nel proprio computer – l’ascolto di una libreria di oltre 20 milioni di titoli di qualsiasi genere. Pochini? Nessun problema: ogni giorno Spotify si arricchisce di 200 mila tracce nuove.

Il meccanismo è mille volte più facile rispetto alla ricerca e download di un file torrent o di un mp3: basta avere una semplice applicazione sul desktop. L’utente sceglie come farebbe con un film sulla pay tv; se però intende sincronizzare la musica e le playlist sul proprio dispositivo portatile (smartphone e tablet) dovrà acquistare l’abbonamento premium (9,90 euro al mese). Se la tariffa sembra alta, immaginiamo quanto lo erano quelle telefoniche prima dell’inizio della concorrenza e del grande mercato. Il processo è, in queste cose, inarrestabile.

Lo streaming, dunque, come in molti avevano previsto, sarà la chiave per portare la musica digitale alla luce del sole e riciclare gli ascolti illegali. Un po’ come già sta accadendo su Youtube dove le major – arresesi al fatto che il portale di Google stava diventando l’archivio di file illegali – hanno preferito intervenire con delle licenze, rilasciando i video originali con l’inserimento di brevi stacchi pubblicitari in apertura. Ovviamente il tutto necessita anche di maggiori investimenti sulla banda larga e larghissima, per rendere fruibile il servizio anche a chi (ormai sempre più raramente) ha una connessione non performante.

La nuova biblioteca musicale mondiale di Spotify, dunque, ha dichiarato guerra al mercato della musica: ma non più a quello legale, ma a quello illegale. Il pirata infatti viene preso a casa propria, sui social network: è da lì, infatti, che cominciano le condivisioni di file e di playlist, dove gli utenti le creano e le personalizzano. Evoluzione delle vecchie cassette C90 Sony, scambiate all’uscita della scuola.

Il modello di Spotify, basato sulle licenze collettive, non scopre in realtà nulla di nuovo, ma il suo successo planetario dimostra che, forse, qualcosa sta finalmente mutando nell’atteggiamento delle major e l’illusione di poter rivitalizzare l’ascolto della musica in modo “classico” è quasi tramontata.

Le licenze collettive sul web forse saranno l’unico e percorribile futuro dei diritti d’autore sulla musica: si pensi che Spotify ha versato, alle moribonde industrie discografiche, ben 500 milioni di dollari. Che di questi tempi possono significare la salvezza dal fallimento.

Insomma: o internet o niente.


1 Commento

  1. Vorrei segnalare un servizio molto simile a spotify, si chiama deezer, a parer mio è molto valido. Penso che deezer, come spotify e simili possano salvare il mercato discografico.

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