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Lavorare durante la Naspi

6 dicembre 2018


Lavorare durante la Naspi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 dicembre 2018



Il lavoratore che perde il lavoro involontariamente riceve un aiuto dallo Stato chiamato Naspi. Questo sussidio può essere revocato se il disoccupato trova un nuovo lavoro.

Il lavoro è considerato, già a partire dal primo articolo della Costituzione repubblicana, il vero fondamento della Repubblica. Con il lavoro, infatti, ogni persona si guadagna le risorse necessarie a vivere, cresce moralmente e spiritualmente e raggiunge una propria affermazione personale. Può, tuttavia, accadere che all’improvviso il lavoro viene meno. Una crisi aziendale, la chiusura di un reparto o di un ufficio, l’impossibilità di svolgere le mansioni a causa di una malattia. Sono molti i casi in cui un dipendente può essere licenziato e ritrovarsi, così, privo del lavoro. Lo Stato, consapevole che senza un lavoro non è possibile vivere, sostiene i disoccupati con un aiuto economico che ha cambiato molti nomi nel corso del tempo. L’indennità di disoccupazione, oggi detta Naspi, può però anche essere persa in alcuni casi. In particolare cerchiamo di capire se lo svolgimento di un altro lavoro fa perdere la Naspi e se si può lavorare durante la Naspi.

Che cos’è la Naspi?

La Naspi, acronimo di Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, è un sussidio mensile di disoccupazione [1] che, a partire dal 2015, ha sostituito  le precedenti forme di tutela previste dallo Stato in caso di disoccupazione, vale a dire le indennità che venivano chiamate Aspi e Miniaspi.

La Naspi si applica a tutti gli eventi di disoccupazione involontaria che sono venuti in essere dal 1° maggio 2015. La Naspi non viene pagata dall’Inps in moto automatico, ma è erogata su domanda dell’interessato.

Chi ha diritto a percepire la Naspi?

La Naspi viene pagata dall’Inps ai lavoratori con contratto di lavoro subordinato che hanno perduto involontariamente l’occupazione. Più tardi torneremo sul concetto di perdita involontaria del rapporto di lavoro.

Innanzitutto occorre chiarire che la Naspi spetta anche:

  • lavoratori apprendisti;
  • soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze delle stesse cooperative di cui sono soci;
  • lavoratori del settore artistico con rapporto di lavoro subordinato;
  • dipendenti pubblici a tempo determinato.

La Naspi, al contrario, non spetta a:

  • dipendenti pubblici a tempo indeterminato;
  • operai agricoli sia a tempo determinato che a tempo indeterminato;
  • lavoratori extracomunitari stagionali;
  • lavoratori che hanno già maturato i requisiti per prendere la pensione di vecchiaia o la pensione anticipata;
  • lavoratori che percepiscono un assegno ordinario di invalidità, a meno che non optino per la Naspi.

Cosa si intende per perdita involontaria del lavoro?

Il principio che sta alla base di questa regola è semplice: se il lavoro l’hai perso per volere altrui e dunque hai subito la perdita del posto ti spetta la Naspi. Se il lavoro l’hai perso per tua libera scelta allora la Naspi non ti spetta.

Da questo principio deriva una conseguenza. La Naspi si prende in tutte quelle circostanze in cui il rapporto di lavoro si chiude per una ragione non imputabile alla volontà del dipendente.

Si tratta di perdita involontaria, senza dubbio, la cessazione del rapporto di lavoro determinata da:

  • licenziamento del dipendente da parte del datore di lavoro;
  • dimissioni per giusta causa: in questo caso è vero che è il dipendente a dimettersi ma la scelta viene presa in maniera non libera, ma forzata da comportamenti gravissimi del datore di lavoro (molestie, demansionamento, mobbing, trasferimento da una sede all’altra senza validi motivi, etc.);
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro per rifiuto del dipendente a trasferirsi oltre 50 km di distanza o in località raggiungibile in media con un lasso di tempo superiore a 80 minuti: in questo caso il rapporto si chiude per consenso di entrambe le parti ma, in verità, il dipendente è stato condotto a questa decisione dal suo trasferimento in una sede lontana, che comporterebbe lo stravolgimento della sua esistenza;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro durante la procedura di conciliazione che si svolge presso l’ispettorato territoriale del lavoro (sono gli uffici locali del Ministero del lavoro) in caso di licenziamento per motivi economici. In questo caso il rapporto si chiude per consenso di entrambe le parti ma, in verità, il dipendente è stato condotto a questa decisione perché l’azienda ha manifestato la volontà di licenziarlo.

Abbiamo quindi chiarito in quali casi si ha diritto alla Naspi e quali categorie di dipendenti possono aspirare a percepirla. I requisiti non sono tuttavia terminati.

Naspi: il requisito contributivo

Per accedere alla Naspi sono necessarie almeno 13 settimane di contributi versati nei 4 anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione. In base al principio di automaticità delle prestazioni in ambito previdenziale, per il quale se l’azienda non paga i contributi non possono rimetterci i dipendenti, per contribuzione utile si intende anche quella dovuta la quale tuttavia non è stata effettivamente versata.

Per agganciare il requisito contributivo possono essere computati:

  • contributi previdenziali versati durante il rapporto di lavoro subordinato;
  • contributi figurativi accreditati dall’Inps durante la maternità obbligatoria e durante i periodi di congedo parentale;
  • i periodi di lavoro all’estero in  Paesi europei o convenzionati dov’è prevista la possibilità di totalizzazione dei periodi contributivi;
  • i periodi di astensione dal lavoro a causa della malattia dei figli fino a 8 anni, per un massimo cinque giorni lavorativi nell’anno solare.

Per calcolare il quadriennio di verifica del requisito contributivo, occorre neutralizzare i periodi non utili: ne consegue l’ampliamento del quadriennio di riferimento.

Naspi: il requisito lavorativo

Oltre alle 13 settimane di contributi versati nel quadriennio, per prendere la Naspi sono necessarie almeno 30 giornate di lavoro effettivo nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione. Le giornate di lavoro effettivo sono quelle in cui il lavoratore è stato effettivamente presente al lavoro, a prescindere dal numero delle ore.

Se nei 12 mesi di riferimento si verificano alcuni eventi, si ha un ampliamento del periodo di 12 mesi all’interno del quale occorre verificare il requisito delle 30 giornate.

Questi eventi sono:

  • malattia e infortunio sul lavoro;
  • cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) e ordinaria (CIG) con sospensione dell’attività a zero ore;
  • periodi interessati da contratti di solidarietà utilizzati a zero ore;
  • assenze per congedi e permessi goduti dal lavoratore, che sia coniuge convivente, genitore, figlio convivente, fratello o sorella convivente di soggetto con handicap in situazione di gravità (i cosiddetti permessi 104);
  • periodi di assenza dal lavoro per congedo obbligatorio di maternità o per congedo parentale;
  • periodi di percezione dell’indennità di disponibilità da parte del lavoratore somministrato;
  • periodi di fruizione di aspettativa non retribuita per motivi politici e sindacali;
  • periodi di lavoro all’estero presso stati convenzionati.

Da quando si prende la Naspi?

La Naspi spetta a partire:

  • dall’ottavo giorno successivo alla data di cessazione del rapporto di lavoro, qualora la domanda è presentata entro l’ottavo giorno. Dal giorno successivo alla presentazione della domanda, se presentata dopo l’ottavo giorno successivo alla cessazione, ma entro i termini di legge;
  • dall’ottavo giorno successivo al termine del periodo di maternità, malattia, infortunio sul lavoro/malattia professionale o preavviso, se la domanda è presentata entro l’ottavo giorno. Dal giorno successivo alla presentazione della domanda, se viene presentata dopo l’ottavo giorno ma entro i termini di legge;
  • dal trentottesimo giorno successivo al licenziamento per giusta causa, se la domanda è presentata entro detto trentottesimo giorno. Dal giorno successivo alla presentazione della domanda, se viene presentata oltre il trentottesimo giorno successivo al licenziamento, ma entro i termini di legge.

Lavorare durante la Naspi

Innanzitutto è bene chiarire che la Naspi ha proprio la funzione di accompagnare il dipendente con un aiuto economico, mentre cerca un altro lavoro. Il disoccupato che prende la Naspi, infatti, deve seguire le iniziative che gli vengono proposte dal Centro per l’Impiego ed essere attivo nel ricercare la rioccupazione.

L’eventuale rioccupazione durante gli otto giorni che seguono la cessazione non dà luogo alla sospensione della prestazione e dovrà essere presentata una nuova domanda di Naspi in caso di cessazione involontaria dalla suddetta rioccupazione [2].

In alcuni casi la rioccupazione non fa perdere del tutto la Naspi ma comporta solo una riduzione dell’assegno.

Ciò avviene nei seguenti casi:

  • attività svolta come lavoratore autonomo che genera un reddito annuo pari o inferiore 4.800 euro. In questo caso la Naspi viene ridotta dell’80%. Il  beneficiario deve informare l’Inps prontamente, ossia, entro un mese dall’inizio dell’attività autonoma, dichiarando il reddito annuo che prevede di percepire con questa attività. Se il disoccupato non effettua la comunicazione del reddito decade dalla Naspi;
  • nuova occupazione come lavoratore subordinato o parasubordinato che produce un reddito annuo corrispondente pari o inferiore a 8.000 euro. In tal caso l’indennità viene ridotta dell’80%. Il mantenimento della Naspi si può avere solo se:
    • il beneficiario comunica all’INPS entro un mese dall’inizio dell’attività il reddito annuo percepito;
    • il datore di lavoro non sia lo stesso con cui il dipendente lavorava prima di essere licenziato o non sia con esso collegato.
  • qualora la rioccupazione consista in un contratto di prestazione di lavoro occasionale, la Naspi è del tutto compatibile e viene mantenuta fino al tetto di 5.000 euro annui [3].

In altri casi, la rioccupazione determina la sospensione della Naspi.

Ciò avviene in caso di:

  • rioccupazione con contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a sei mesi;
  • nuova occupazione in Paesi dell’Unione Europea o con cui l’Italia convenzioni in materia pensionistica.

Il nuovo lavoro fa perdere del tutto la Naspi (decadenza) se:

  • il disoccupato perde lo stato di disoccupazione;
  • il disoccupato inizia un’attività di lavoro subordinato di durata superiore a sei mesi o a tempo indeterminato.

Chi percepisce la Naspi dovrà dunque prestare attenzione nello svolgimento di nuovi lavori.

GUARDA IL VIDEO


note

[1] Art. 1 D. Lgs. n. 22 del 4.03.2015.

[2] Circolare Inps n. 94 del 12.05.2015.

[3] Art. 54 bis co. 4 D. L. n. 50 del 24.04.2017, convertito in L. n. 96 del 21.06.2017 e Circolare Inps n. 174 del 23.11.2017.


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