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Incidente all’incrocio: come capire chi ha ragione

5 dicembre 2018


Incidente all’incrocio: come capire chi ha ragione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 dicembre 2018



Dinamiche incidenti stradali: di chi è la colpa? Chi stabilisce la responsabilità tra le auto coinvolte nel sinistro?

Ad un incrocio, un’altra auto ti è venuta addosso. Tu provenivi da destra e, a rigore, avevi la precedenza. L’altro conducente però sostiene di essersi immesso, prima di te, al centro della strada e di aver pertanto già acquisito il diritto a passare. Ai margini del marciapiede non ci sono cartelli che prescrivono stop o altri divieti. Nell’incertezza, ciascuno di voi due ritiene di avere ragione. Decidete pertanto di non firmare alcun Cid, il modulo di constatazione amichevole che si compila quando gli automobilisti si mettono d’accordo sulle rispettive responsabilità. Quando però ti rechi alla tua assicurazione per reclamare il risarcimento, il liquidatore inizia a frapporre una serie di ostacoli. A suo avviso è prima necessaria una perizia per verificare il punto di contatto tra i veicoli e, da qui, accertare di chi è la colpa. Insomma, per avere i soldi necessari a riparare la macchina ti toccherà aspettare; né, in merito al buon esito della pratica, la compagnia ti ha dato alcuna certezza. Nel frattempo cerchi di capire chi ha ragione per l’incidente all’incrocio.

Qui di seguito cercheremo di risponderti in modo chiaro e semplice, tenendo comunque conto che, a volte, solo delle articolate perizie riescono a sbrogliare la matassa. Se infatti non è difficile capire, all’incrocio, chi proviene da destra (e quindi ha la precedenza) e chi invece da sinistra (e pertanto deve lasciare passare l’altro conducente), la regola della precedenza non si applica sempre in modo netto. A dimostrazione di ciò vi sono le numerose cause proprio in tema di incidenti all’incrocio. Esistono infatti una serie di variabili che possono influire sulla responsabilità del sinistro, come la presenza di cartelli che derogano al codice della strada, la velocità tenuta da uno dei due conducenti e la cosiddetta “precedenza di fatto”. Di tanto parleremo qui di seguito.

Incrocio: chi ha la precedenza?

Se ti stai chiedendo come capire chi ha ragione per l’incidente all’incrocio devi innanzitutto comprendere bene come funziona la “regola della precedenza”.

In linea generale, ad ogni incrocio ha sempre la precedenza chi viene dalla strada di destra. Questo principio, sancito dal codice della strada, può però essere derogato dalla segnaletica. Ben è possibile, quindi, che in prossimità di una intersezione o di un incrocio, sulla strada posta a destra vi sia il cartello con l’obbligo di dare la precedenza (il triangolo con la punta rivolta verso il basso, dal contorno rosso e l’interno tutto bianco) o quello di stop (l’ottagono tutto rosso con la scritta STOP al centro e di colore bianco). Ciò succede, ad esempio, all’intersezione tra una strada secondaria in una principale laddove chi viene da quest’ultima procede a una velocità di solito più sostenuta e quindi va fatto passare prima.

Bisognerà quindi adeguarsi innanzitutto alla segnaletica stradale e, se non ci sono cartelli, applicare la regola sancita dal codice della strada che accorda la precedenza a chi viene da destra.

Incrocio con quattro strade: chi ha la precedenza?

Spesso il problema della precedenza si pone all’incrocio di quattro strade. In questo caso, immaginando che alla confluenza si trovino contemporaneamente quattro automobilisti, ognuno di questi deve dare la precedenza a chi si trova alla sua destra e ha il diritto a passare prima di chi si trova alla sua sinistra. Quindi si procederà transitando in senso antiorario. Il primo a passare sarà quello più prossimo al centro della strada.

Leggi Chi ha la precedenza?

Incrocio: chi ha la precedenza se un’auto ha già occupato il centro della strada?

La regola della precedenza appena vista subisce un’eccezione nel caso in cui un’auto, pur non rispettando lo stop o la precedenza, ha già occupato o sta per occupare il centro della carreggiata. In questo caso, il conducente che viene da destra ha l’obbligo di fermarsi e lasciarla transitare. Questa regola, elaborata dalla giurisprudenza, va sotto il nome di «precedenza di fatto».

Facciamo un esempio. Immaginiamo che, in prossimità di un incrocio, la macchina che avrebbe l’obbligo di fermarsi e di dare la precedenza alle auto provenienti da destra, acceleri per imporre prepotentemente il proprio passaggio. Chi ha la precedenza deve, in questo caso, astenersi dal “gareggiare” con l’altro conducente per rivendicare il suo diritto a passare per primo. Ciò vale sia quando l’automobilista “irrispettoso del codice” ha già intrapreso la manovra, sia quando è facilmente percepibile che non si fermerà. Si pensi, ad esempio, a un’auto che proviene da sinistra a velocità sostenuta, tanto da lasciar intendere che non intende (né potrebbe) fermarsi all’incrocio. La sua velocità è tale da escludere una frenata dell’ultimo secondo. In questo caso, come chiarito dalla Cassazione [1], ogni automobilista ha l’obbligo di prevedere, nei limiti del possibile, il comportamento imprudente altrui e di evitare lo scontro. Solo quando l’altrui manovra è tale da non poter essere anticipata non si può essere responsabili per lo scontro avvenuto con chi non ha rispettato il codice.

Può sembrare strano, ma ciò che abbiamo appena detto implica una conseguenza di non poco conto: per avere ragione in un incidente non basta dimostrare di aver rispettato il codice della strada ma bisogna anche provare di aver fatto di tutto per evitare lo scontro. Quindi chi percepisce che un altro conducente sta per violare il codice della strada deve tenere una condotta ancora più prudente e, se del caso, fermarsi.

Leggi a riguardo: Precedenza: vale anche da sinistra?

Come fa l’assicurazione a capire chi aveva la precedenza?

Di solito, per capire chi ha ragione in caso di incidente all’incrocio si verifica innanzitutto se una delle due auto, a prescindere dal fatto che provenisse da sinistra o da destra, aveva già occupato o stava per occupare il centro della carreggiata. Quindi ci si accerta prima del rispetto della regola della precedenza di fatto. Se tale verifica non dovesse portare ad alcun risultato, si passa ad analizzare chi proveniva da destra o, in base ai cartelli, aveva la precedenza.

Chi viene da sinistra si presume sempre responsabile salvo dimostri di aver impegnato l’incrocio con anticipo. Ma come fare a stabilirlo?

Questo aspetto viene accertato dalle compagnie assicurative con una perizia sui mezzi incidentati. Si accerta il punto di contatto tra le auto coinvolte. Se il paraurti dell’auto proveniente da destra centra in pieno lo sportello posteriore dell’auto proveniente da sinistra, benché la prima avesse la precedenza non potrà rivendicare il risarcimento. E ciò per la facile constatazione che non avrebbe potuto urtare contro la parte posteriore dell’altro veicolo se questo non fosse già transitato.

Dunque, di solito, se un’auto viene urtata dopo la fiancata laterale del lato guida è verosimile che quest’ultima avesse la precedenza anche di fatto.

Regole sulla precedenza

Chiudiamo con alcune raccomandazioni che potranno essere anche un valido chiarimento su come comportarsi a un incrocio.

Se ti stai avvicinando a un incrocio, la prima regola da seguire è di usare la massima prudenza onde evitare incidenti. Dunque, anche se vieni da destra e non ci sono stop o semafori, pertanto ritieni di avere la precedenza, devi comunque guardarti intorno con molta attenzione e verificare che non vi siano altre auto che abbiano già occupato l’incrocio o che, camminando a velocità elevata, è verosimile che lo occupino a breve senza lasciarti fermare.

Se le due auto stanno entrambe per occupare l’incrocio oppure se le loro traiettorie stanno comunque per intersecarsi, devi dare la precedenza a chi viene da destra, salvo diversa segnaletica. Dunque, se non vi sono cartelli di stop o con il triangolo che ti indicano di dare la precedenza alle altre auto, la precedenza spetta sempre a chi proviene da destra.

Ricordati che solo se c’è lo Stop ti devi fermare. Se invece c’è il cartello «dare la precedenza» devi procedere con circospezione e fermarti solo se vedi provenire altre auto.

Se c’è un cartello di Stop, devi fermarti prima della striscia di arresto disegnata sulla strada, e quindi prima di immetterti nella intersezione.

Se ti stai immettendo da una strada privata a una pubblica, devi dare la precedenza a chi è già presente in strada, anche se proviene da sinistra.

note

[1] Cass. sent. n. 54001/18 del 3.12.2018.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 23 ottobre – 3 dicembre 2018, n. 54001

Presidente Montagni – Relatore Cappelli

Ritenuto in fatto

1. La corte d’appello di Torino ha confermato la sentenza del tribunale di quella città, appellata dall’imputato S.M. , con la quale il predetto era stato condannato per il reato di omicidio colposo aggravato, perché – alla guida di un’autovettura – per negligenza e imprudenza, nonché per colpa specifica, consistita nella violazione dell’art. 154 co. 1, 2 e 3 C.d.S., cagionava il decesso del motociclista G.G. .

In particolare, si è contestato al S. di avere effettuato repentinamente e senza utilizzare l’indicatore di direzione, una manovra di svolta a destra, entrando così in collisione con il ciclomotore condotto dalla vittima che procedeva nel medesimo senso di marcia e che, a seguito dell’urto, cadeva a terra procurandosi un trauma cranico con esito letale (in (omissis) ).

La dinamica dell’incidente è stata ricostruita nei termini che seguono nella sentenza impugnata.

I mezzi stavano percorrendo la stessa corsia di marcia, in buone condizioni di visibilità e della strada. All’altezza di un’intersezione, si verificava la collisione tra la parte posteriore destra della autovettura e la parte anteriore sinistra del motociclo, entrambi procedenti a velocità limitata.

Secondo quanto riferito dal teste oculare V.F. – che viaggiava a distanza di 50 metri circa dietro i veicoli – questi stavano viaggiando sostanzialmente appaiati allorché l’autovettura aveva intrapreso una svolta a destra senza decelerare significativamente e senza attivare l’indicatore di direzione; subito dopo, la parte frontale del ciclomotore entrava in collisione con quella laterale posteriore destra dell’autovettura. Sia il motociclo che il suo conducente cadevano in avanti, il primo, subito soccorso dal V. , impossibilitato a parlare e sanguinante in prossimità del capo.

2. Avverso la sentenza d’appello ha proposto ricorso l’imputato, a mezzo di difensore, formulando due motivi.

Con il primo, ha dedotto vizio della motivazione, anche per travisamento della prova “regina” del processo e erronea applicazione della legge penale, con riferimento alla valutazione del compendio probatorio (tre consulenze tecniche e testimonianza V. ).

Con il secondo, ha dedotto erronea applicazione della legge penale con riferimento all’elemento dell’affidamento, avuto riguardo alla posizione illecita assunta dalla vittima (mancata distanza di sicurezza).

3. Con memoria depositata il 27 marzo 2018, la difesa dell’imputato ha sviluppato le argomentazioni esposte in ricorso, sia con riferimento alla valutazione del compendio probatorio, anche per quanto attiene alla dinamica dei fatti, che avuto riguardo al comportamento della vittima, alla luce del principio di affidamento sul comportamento corretto degli altri utenti della strada.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

2. La Corte torinese, richiamate le doglianze difensive, le ha disattese, ritenendo che la testimonianza V. fosse del tutto attendibile, oltre che pienamente riscontrata dagli esiti delle consulenze del P.M. e della difesa di parte civile.

In particolare, il primo consulente aveva ritenuto che il S. , dopo aver superato di stretta misura sulla sinistra il ciclomotore, aveva messo in atto una svolta a destra, senza accorgersi che detta manovra interferiva con la traiettoria del ciclomotore che era a ridosso del suo spigolo posteriore destro; pertanto, l’incidente si era verificato per preponderante e grave imprudenza dell’imputato, il quale non si era previamente assicurato di poter effettuare detta manovra in sicurezza. Il casco indossato dal motociclista non era omologato.

Analoghe conclusioni aveva rassegnato anche il consulente di parte civile, che però aveva escluso rilevanza concausale alle caratteristiche del casco indossato dalla vittima, poiché la lesione mortale non era stata quella subita dall’apparato scheletrico, bensì dalla massa encefalica, a causa del suo scuotimento contro la scatola cranica, conclusione condivisa, peraltro, dallo stesso consulente della difesa.

Quest’ultimo, dal canto suo, aveva sostenuto che il motociclo aveva urtato l’auto prima che questa fosse impegnata nella manovra di svolta, deducendolo dalla posizione di quiete assunta dal mezzo a due ruote (abbattuto cioè sul fianco sinistro). Il punto d’impatto, inoltre, si sarebbe collocato all’interno del cono d’ombra, cosicché il motociclo non sarebbe stato neppure visibile utilizzando lo specchietto retrovisore.

L’imputato, con una memoria scritta, aveva dichiarato di non essersi accorto del ciclomotore e di non averlo superato, avendo solo udito un rumore sordo e, effettuata la svolta, visto dallo specchietto retrovisore un motociclista a terra in mezzo all’incrocio.

Tale ricostruzione, tuttavia, era stata smentita dall’apporto dichiarativo del testimone oculare, sovrapponibile, invece, alle conclusioni dei primi due tecnici. In particolare, la Corte torinese, sempre attingendo alla consulenza del P.M., ha ritenuto, con riferimento alla posizione di quiete del motociclo, che essa fosse giustificata dal movimento rotatorio per la spinta eccentrica di senso orario con andamento da sinistra a destra, che aveva interessato la parte anteriore di quel mezzo; quanto, invece, alla visuale coperta, che essa fosse rimasta una mera allegazione indimostrata, smentita dalle dichiarazioni del teste V. , neppure il S. avendo affermato che lo scooter stesse effettuando un tentativo di sorpasso, avendo anzi riferito di non essersi nemmeno accorto del mezzo a due ruote.

La Corte d’appello ha dato ampia risposta alle perplessità opposte dalla difesa in ordine alla ricostruzione degli eventi.

In primo luogo, ha evidenziato l’indifferenza del teste V. ; ha inoltre escluso che egli avesse dimostrato incertezza nel rispondere, avendo invece espressamente affermato che in un primo momento i due mezzi gli erano sembrati sostanzialmente appaiati, ribadendo il concetto anche nel prosieguo con crescente certezza; quanto, poi, alle condizioni della vittima, la Corte ha dato rilievo – al fine di giustificare la rilevata, non perfetta corrispondenza tra il riferito del teste V. e quello dell’organo accertatore – che il contatto tra i due dichiaranti e il motociclista era avvenuto in momenti diversi (il primo essendosi avvicinato subito dopo l’impatto che aveva determinato lo scuotimento della massa encefalica; il secondo dopo almeno venti minuti dal fatto, ciò che poteva anche giustificare un temporaneo recupero delle capacità del ferito di interloquire).

Neppure le valutazioni del consulente della difesa dell’imputato erano idonee a incrinare la ricostruzione così operata, avendo il giudice del gravame di merito rilevato la contraddittorietà tra due assunti difensivi (accostamento del S. al margine destro della carreggiata per effettuare la manovra di svolta e impatto dello scooter contro la macchina), già smentiti dalla testimonianza V. e dalla stessa conformazione delle tracce dell’impatto rinvenute sui mezzi (sull’auto erano state infatti trovate tracce gommose lasciate dalla moto nel momento in cui i due mezzi avevano gli assi longitudinali non paralleli, ma tra loro leggermente deviati: il motociclo dritto, l’auto invece inclinato a destra). Quanto all’avvistabilità della moto, la Corte, sempre richiamando le consulenze del P.M. e della parte civile, acquisite al processo, ha ritenuto smentito l’assunto difensivo poiché l’auto aveva l’asse inclinato leggermente a destra, ove si trovava per l’appunto il motociclo.

3. I motivi sono entrambi manifestamente infondati e la loro trattazione unitaria è ampiamente giustificata dall’approccio di metodo che li accomuna: trattasi, invero, di doglianze in punto di fatto, con le quali il ricorrente ha proposto una diversa lettura del dato probatorio, dissonante cioè rispetto a quella che la Corte di merito ha offerto, sulla scorta di un ragionamento del tutto lineare, congruo, logico e non contraddittorio. Rispetto ad esso, il deducente, senza operare un previo, necessario confronto con il ragionamento probatorio condotto nella sentenza, si è limitato a riproporre in questa sede le stesse censure, debitamente esaminate dalla Corte d’appello.

Sul punto, è sufficiente un mero richiamo al costante insegnamento di questa Corte, in ordine ai connotati del sindacato di legittimità e ai requisiti di ammissibilità del ricorso con il quale esso sia sollecitato, non dovendo dimenticarsi che sono precluse al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, indicati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito (cfr. sez. 6 n. 47204 del 07/10/2015, Rv. 265482), stante la preclusione per questo giudice di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito (sez. 6 n. 25255 del 14/02/2012, Rv. 253099).

Inoltre, stante il richiamo al principio dell’affidamento contenuto nel secondo motivo di ricorso, va pure ribadito che, in tema di reati commessi con violazione di norme sulla circolazione stradale, esso trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità (cfr. sez. n. 5691 del 02/02/0216, Tettamanti, Rv. 265981; n. 12260 del 09/012/2015, Rv. 263010; n. 8090 del 15/11/2013 Ud. (dep. 20/02/2014), Rv. 259277 (in fattispecie relativa alla collisione tra l’autovettura condotta dall’imputato e la motocicletta occupata dalla vittima, un carabiniere in servizio, che percorreva contro mano e a sirene spiegate la strada ove si era verificato l’impatto); n. 32202 del 15/07/2010, Rv. 248354; n. 32202 del 15/07/2010, Rv. 248354).

Si è pure precisato che il principio di affidamento – che costituisce applicazione di quello del rischio consentito (cfr., in motivazione, sez. 4 n. 12260 del 09/01/2015, Moccia) – è inteso ad evitare “… l’effetto paralizzante di dover agire prospettandosi tutte le altrui possibili trascuratezze” e viene meno “… allorché l’agente sia gravato da un obbligo di controllo o sorveglianza nei confronti di terzi; o, quando, in relazione a particolari contingenze concrete, sia possibile prevedere…… che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività” (cfr., in motivazione, sez. 4 n. 25552 del 27/04/2017, Luciano).

Peraltro, come rilevabile dall’analisi della giurisprudenza sopra citata e come puntualmente osservato nella sopra richiamata sentenza n. 25552/2017, esiste, con riferimento all’ambito della circolazione stradale, una tendenza a escludere o limitare al massimo la possibilità di fare affidamento sull’altrui correttezza, tale condivisibile orientamento più rigorista essendo giustificato, nella materia de qua, dalla circostanza che il contesto della circolazione stradale è meno definito rispetto, per esempio, a quello di èquipe proprio della responsabilità derivante dall’esercizio delle professioni sanitarie, ma anche dal rilievo che alcune norme del Codice della Strada sembrano estendere al massimo l’obbligo di attenzione e prudenza, sino a ricomprendervi il dovere dell’agente di prospettarsi le altrui condotte irregolari.

7. Alla declaratoria di inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., non ravvisandosi assenza di colpa in ordine alla determinazione della causa di inammissibilità (cfr. C. Cost. n. 186/2000), nonché alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili che liquida in Euro tremila con accessori come per legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili D.M.S. e G.D. che liquida in Euro tremila oltre accessori come per legge.


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