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Recesso e disdetta: differenza

13 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Gennaio 2019



Recesso e disdetta sono la stessa cosa? Per esercitare il recesso si paga? Perché recesso e disdetta non sono uguali?

Nel mondo del diritto occorre prestare attenzione alle parole che si utilizzano: spesso, alcuni termini che sembrano sinonimi nell’italiano di tutti i giorni indicano, in ambito giuridico, due cose differenti, a volte anche molto distanti tra loro. Ti faccio un esempio: quando sei in compagnia di amici e senti parlare di “negozio”, sicuramente vi starete riferendo ad un esercizio commerciale (un supermarket, una gioielleria, un emporio, ecc.). Nel diritto, invece, il termine “negozio” indica una manifestazione di volontà di una o più parti produttrice di determinati effetti giuridici; il negozio giuridico per eccellenza è il contratto. Gli esempi da fare sarebbero infiniti; con questo contributo, però, intendo soffermarmi su una particolare coppia di parole che, nel linguaggio comune e, a volte, anche in quello giuridico, vengono confuse: mi riferisco al recesso e alla disdetta. Sebbene sembrino analoghi, in realtà tra loro c’è differenza. A volte questa sfugge anche agli addetti ai lavori (cioè, ai giuristi), poiché la differenza tra recesso e disdetta è molto sottile: ciò è dovuto al fatto che entrambi attengono al momento finale di un rapporto giuridico. In qualità di consumatore, cioè di acquirente di beni e servizi di uso quotidiano, penso che conoscere la differenza tra recesso e disdetta ti interesserà molto, visto che è probabile che tu abbia fatto ricorso ad una di loro almeno una volta nella vita: mi riferisco alla disdetta dalla tua linea telefonica oppure dalla televisione a pagamento. Bene, se sei interessato, allora prosegui nella lettura: ti spiegherò qual è la differenza tra recesso e disdetta.

Recesso: cos’è?

Per comprendere la differenza tra recesso e disdetta devo prima spiegarti cos’è l’uno e cosa l’altra. Cominciamo dal recesso. Il codice civile dice che il contratto ha forza di legge tra le parti e che non può essere sciolto se non per reciproco consenso tra le parti o per i motivi stabiliti dalla legge [1]. In sintesi, significa che, se stipuli un contratto con una persona, sarai vincolato ad esso come se ci fosse una legge a comandartelo; per liberarti, l’unico modo è quello di trovare un accordo con la tua controparte, a meno che qualche norma di legge non ti indichi una “scappatoia”.

Ora, detto così, sembra che un contratto possa imprigionarti; in realtà, oggi non esistono praticamente più contratti che ti vincolino a vita o, comunque, per un lasso di tempo importante. Certo, alcuni di essi, come ad esempio il mutuo con la banca, ti costringono per molti anni; nella maggior parte dei casi (abbonamenti, forniture di servizi, appalti, ecc.), però, è praticamente sempre possibile sottrarsi agli impegni contrattuali, in genere dietro pagamento di una somma di danaro. Il recesso rappresenta proprio il diritto di uscire dal contratto. Approfondiamo.

Recesso: come funziona?

Il recesso consente ad una delle parti di sottrarsi agli obblighi derivanti dal contratto, sciogliendo così l’accordo. Come detto nel paragrafo precedente, è oramai diffusissima la pratica di inserire, all’interno delle condizioni contrattuali, la facoltà di recesso. Questa clausola può essere il frutto della volontà delle parti oppure di un’imposizione legislativa: come ricordato, infatti, il contratto può essere sciolto nei casi previsti dalla legge. Facciamo l’esempio dei contratti stipulati a distanza, tipo quelli di telefonia o delle tv a pagamento: il codice del consumo prevede che ogni società debba consentire al consumatore di poter recedere senza alcun costo entro i primi quattordici giorni dall’attivazione, oppure quando lo ritenga più opportuno durante il rapporto giuridico, dietro pagamento però dei costi di disattivazione.

Anche quando non è la legge a stabilirlo direttamente, in genere viene prevista una caparra (definita penitenziale) da versare anticipatamente per la facoltà di recesso concessa; se, al contrario, occorre pagare solamente dopo il recesso, si parlerà di multa penitenziale.

Disdetta: cos’è?

Veniamo ora alla differenza tra recesso e disdetta. Come il recesso, anche la disdetta è un evento che attiene alla fine di un rapporto giuridico: la disdetta, però, non interrompe bruscamente il vincolo giuridico ma, più semplicemente, ne impedisce il rinnovo. In poche parole, la disdetta è quella dichiarazione di volontà con la quale una parte impedisce il rinnovarsi del contratto in scadenza. Facciamo un esempio: se hai incaricato un’impresa di costruirti una casa e, giunti ad un certo punto, non più soddisfatto del lavoro fino a quel momento compiuto, revochi l’incarico all’appaltatore, allora avrai esercitato un recesso. Al contrario, se comunichi tempestivamente alla tua compagnia assicuratrice di non voler rinnovare la polizza per l’anno successivo, poni in essere una disdetta.

Differenze tra recesso e disdetta

Sono quindi chiare le differenze tra recesso e disdetta:

  • la disdetta presuppone un rapporto a tempo determinato, visto che essa ne impedisce il rinnovo; al contrario, il recesso è facoltà preziosa soprattutto nei rapporti a lunga durata o a tempo indeterminato;
  • la disdetta è gratuita: con essa, semplicemente, si declina la possibilità di prorogare il rapporto. Al contrario, per esercitare il recesso occorre normalmente corrispondere una somma alla controparte;
  • la disdetta presuppone un congruo anticipo, mentre il recesso potrebbe anche essere immediato ed avere ugualmente effetto.

note

[1] Art. 1372 cod. civ.

Autore immagine: Pixabay.com


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