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Interruzione di gravidanza: il padre ha potere di scelta?

18 Gennaio 2019
Interruzione di gravidanza: il padre ha potere di scelta?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Gennaio 2019



La mia ex, che non frequento da circa 3 mesi, mi ha detto che pochi giorni dopo avermi lasciato  aveva scoperto facendo un test di gravidanza ed una visita di essere incinta. Non so di quante settimane. Dopodiché, mentre già frequentava un’altra persona, motivo per cui mi ha lasciato, ha avuto un problema ed ha perso il bambino. Non so se per cause naturali o per sua volontà, lei ha detto che lo ha perso, testuali parole. Il tutto a mia insaputa. Io ho le prove di ciò che mi ha detto. Non avrebbe dovuto quantomeno informarmi visto che si trattava pur sempre anche di mio figlio e che lo desideravo tanto? Era mio diritto saperlo? Moralmente sicuramente si ma la legge cosa dice in proposito? Posso agire per vie legali se lo volessi? 

La questione è trattata dall’art. 5 della legge n.194 del 22 maggio 1978. Questa norma stabilisce che “il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto. Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gli accertamenti sanitari necessari, nel rispetto della dignità e della libertà della donna; valuta con la donna stessa e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell’esito degli accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiedere l’interruzione della gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può fare ricorso, nonché sui consultori e le strutture socio-sanitarie”. 

Sulla base di tale dettato normativo, si è stabilito che la madre abbia il libero arbitrio di stabilire se continuare o meno la gravidanza e, nel caso, se rendere partecipe il padre. 

Ai tempi la questione ha destato molto clamore mediatico, tant’è che sulla legittimità dell’articolo in questione è intervenuta pura la Corte Costituzionale che, tuttavia, ha dato ragione al legislatore stabilendo che è manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 l. 22 maggio 1978 n. 194, contenente norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, nella parte in cui non riconosce la rilevanza alla volontà del padre del concepito, marito della donna che chiede di interrompere la gravidanza, trattandosi di scelta discrezionale del legislatore, insindacabile da parte della Corte costituzionale (Corte Costituzionale, 31/03/1988, n. 389). 

Dopo tale intervento, si è pure pronunciata la Suprema Corte di Cassazione che ha spiegato come, in tale fattispecie, il legislatore (e, quindi, la Corte Costituzionale) abbiano ragione nella parte in cui attribuiscono “esclusivamente alla donna la scelta di portare a termine la gravidanza ovvero di interromperla, senza che l’uomo abbia la possibilità d’imporle una soluzione diversa” (Cassazione civile, sez. I, 17/10/1995, n. 10833). 

Pertanto, alla luce di tale normativa, il comportamento dell’ex compagna del lettore, dal punto di vista normativo, non potrà essere considerato illegittimo. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla 


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