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Vicini di casa: gli insulti sono permessi, le minacce no

9 Dicembre 2018


Vicini di casa: gli insulti sono permessi, le minacce no

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Dicembre 2018



Offese pronunciate al vicino: senza testimoni non ci può essere risarcimento per ingiuria. La minaccia di allagare la casa invece è reato.

Potrà sembrarti strano ciò che sto per dirti e non è, peraltro, il frutto di una interpretazione di un giudice isolato, ma il testo della stessa legge: se il tuo vicino di casa ti offende e pronuncia ogni tipo di insulto verbale nei tuoi confronti, difficilmente ti puoi difendere. Ma se tu, per tutta risposta, lo minacci commetti un reato. In buona sostanza la reazione a un’offesa, quando si concretizza in una minaccia concreta e grave, è punita dalla legge penale; l’offesa invece, per quanto grave possa essere, no. Ecco perché, possiamo sintetizzare questo principio con lo stesso titolo dell’articolo: tra vicini di casa, gli insulti sono permessi, le minacce no. E per spiegarci meglio facciamo un esempio.

Immagina un giorno di trovare, sul pianerottolo di casa, il tuo vicino che ti stava aspettando. Ha il volto visibilmente adirato, di quelli che non promettono nulla di buono. Siete solo tu e lui. Appena ti vede, attacca immediatamente uno sproloquio, insultandoti in tutti i modi per aver lasciato che alcune condutture del tuo impianto di condizionamento, da tempo guasto, creassero infiltrazioni di acqua nel suo appartamento. Inizia a dirtele di tutti i colori: le offese sono pesanti. Convinto di essere dalla parte della ragione per il torto subìto dall’altrui maleducazione e con l’intento di chiudere lì il discorso, giri i tacchi e lo minacci: «Io non riparo nulla finché non vedo la tua casa completamente allagata». Dopodiché tutti e due andate dai Carabinieri a denunciarvi a vicenda. Tu per l’ingiura, lui per le minacce. Chi dei due vincerà la causa? Tu che sei stato provocato o lui che teme per il suo appartamento?

La risposta è in una recente sentenza della Cassazione [1].

Ingiuria tra vicini: che fare?

L’ingiuria non è più un reato. È solo un illecito civile. Per punirla e ottenere il risarcimento del danno, più l’applicazione di una multa, è necessario intentare una causa civile. Non è quindi più competenza della Polizia o dei Carabinieri, tantomeno della Procura della Repubblica.

Qui però viene la nota dolente. In tutti i processi civili bisogna raggiungere la prova del torto subito e, a tal fine, le dichiarazioni delle parti non fanno fede. C’è bisogno di testimoni che abbiano sentito le parole incriminate.

Questo significa che se nessun vicino del palazzo è disposto a testimoniare in tuo favore, dichiarando davanti al giudice di aver sentito il tuo rivale proferire le offese, tu perderai il giudizio.

Minaccia tra vicini: che fare?

La minaccia di procurare ad altri un danno grave e ingiusto è invece ancora reato. La minaccia pronunciata come reazione a una offesa non è perdonata (è perdonata solo la diffamazione o l’ingiuria a una offesa ricevuta). Questo significa che chi viene minacciato può denunciare il suo rivale.

A differenza di quanto abbiamo detto per il processo civile, in quello penale le dichiarazioni della vittima fanno fede, sono cioè una prova. Il giudice, in altri termini, può arrivare a una sentenza di colpevolezza basandosi solo su quelle che sono state le “confessioni” della parte offesa dal reato. Con la conseguenza che, se del vostro litigio non ci sono testimoni oculari, il tuo vicino minacciato ti potrà far condannare lo stesso grazie solo alle sue stesse dichiarazioni.

Minacciare di far allagare l’altrui appartamento è reato?

Nella lunga serie di frasi minacciose che si possono elencare, quelle tra vicini di casa sono le più originali. Non c’è infatti solo il classico «Tu non sai cosa ti farò», oppure «Stai attento a te perché ora mi vendico» che pur sono condotte vietate dal codice penale. Ma anche minacciare di far allagare l’altrui appartamento è, secondo la Cassazione, una minaccia.

Per la sussistenza del delitto di minaccia è del tutto irrilevante la reale intenzione dell’agente di realizzare il male ingiusto: il dolo consiste solo nella consapevolezza e volontà di realizzare l’intimidazione, non rilevando la effettiva possibilità del verificarsi del male prospettato.

Per parlare di «reato» è necessario che «la minaccia sia idonea a cagionare effetti intimidatori sul soggetto passivo, ancorché il turbamento psichico non si verifichi in concreto. Con la conseguenza che il dolo richiesto è quello generico, consistente nella cosciente volontà di minacciare un male ingiusto».

Applicando questa prospettiva, ed essendo «oggetto del dolo unicamente l’azione intimidatrice», «nella cosciente volontà di minacciare ad altri un male futuro e ingiusto e di provocarne la intimidazione non è compreso il proposito di tradurre in atto il male minacciato».

In questa vicenda, poi, è rilevante il contesto, ossia «i pessimi rapporti di vicinato esistenti tra le due donne e la loro perdurante litigiosità». Questi elementi «depongono per l’idoneità delle espressioni utilizzate dalla donna ad incutere timore nei confronti della vicina di casa».

note

[1] Cass. sent. n. 54521/18 del 5.12.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 17 ottobre – 5 dicembre 2018, n. 54521

Presidente Zaza – Relatore Scordamaglia

Ritenuto in fatto

1. Con distinti atti di impugnazione, il Procuratore della Repubblica di Napoli e la parte civile costituita Ge. Te. ricorrono avverso la sentenza del Giudice di Pace di Procida del 3 aprile 2017, che ha assolto Ca. Gi. dal delitto di cui all’art. 612 cod.pen. non ritenendolo integrato, per non essere rimasta provata la reale intenzione dell’imputata di realizzare uno dei mali ingiusti minacciati – l’allagamento dell’appartamento della persona offesa; per non essere l’altro dei mali medesimi – la rottura dei condizionatori – in concreto realizzabile, così da potersene inferire l’inidoneità intimidatoria della condotta stessa; per essere il male da ultimo prefigurato espressione di una legittima facoltà dominicale.

2. Deducono, all’uopo, i ricorrenti, con motivi sostanzialmente sovrapponibili, il vizio di violazione di legge, in relazione all’art. 612 cod.pen., e il vizio di motivazione, evidenziando come, ai fini della sussistenza del delitto di minaccia sia del tutto irrilevante la reale intenzione dell’agente di realizzare il male ingiusto, consistendo il dolo del delitto de quo esclusivamente nella consapevolezza e volontà di realizzare l’intimidazione; come non rilevi, agli stessi fini, la effettiva possibilità del verificarsi del male prospettato, tanto più nel caso esaminato in cui l’imputata aveva dimostrato di essere capace di passare dalle parole ai fatti; come, neppure, assuma significato l’astratta liceità dei motivi costituenti la spinta ideologica dell’agire.

3. Con memoria in data 4 ottobre 2018, il difensore dell’imputata ha articolato plurime deduzioni a sostegno della richiesta di declaratoria di inammissibilità dei ricorsi o del loro rigetto.

Considerato in diritto

I ricorsi sono entrambi fondati.

1. E’ jus receptum, alla stregua di consolidata interpretazione di questa Corte regolatrice, che, ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 612 cod. pen. – che ha natura di reato di pericolo – è necessario che la minaccia – da valutarsi con criterio medio ed in relazione alle concrete circostanze del fatto -sia idonea a cagionare effetti intimidatori sul soggetto passivo, ancorché il turbamento psichico non si verifichi in concreto (Sez. 5, n. 644 del 06/11/2013 -dep. 10/01/2014, P.C. in proc. B, Rv. 257951; Sez. 5, n. 21601 del 12/05/2010, Pmt in proc. Pagano, Rv. 247762; Sez. 1, n. 47739 del 06/11/2008, Giuliani, Rv. 242484), con la conseguenza, sul piano dell’elemento soggettivo, che, agli stessi fini, il dolo richiesto è quello generico, consistente nella cosciente volontà di minacciare un male ingiusto, indipendentemente dal fine avuto di mira (Sez. 5, n. 50573 del 24/10/2013, Schepis, Rv. 257765).

2. Donde, si è precisato che, poiché oggetto del dolo, nel delitto del quo, è unicamente l’azione intimidatrice, nella cosciente volontà di minacciare ad altri un male futuro e ingiusto e di provocarne la intimidazione non è compreso il proposito di tradurre in atto il male minacciato (Sez. 1, n. 7382 del 11/06/1985, Dessi, Rv. 170186; Sez. 1, n. 160 del 28/01/1970, Bevilacqua, Rv. 114806).

Parimenti, si è sottolineato che, poiché il detto male deve dipendere, quanto alla sua verificazione, dalla volontà del soggetto agente, esso può anche derivare dall’esercizio di una facoltà legittima, la quale, tuttavia, sia utilizzata per scopi diversi da quelli per cui è tipicamente preordinata dalla legge (Sez. 5, n. 4633 del 18/12/2003 – dep. 06/02/2004, Puntorieri, Rv. 228064): sicché l’ingiustizia del male minacciato e, quindi, l’illegittimità del fatto costituente il delitto di cui all’art. 612 cod. pen., non viene meno se non risulti ingiusto il motivo posto a base dell’azione criminosa, a meno che non appaiano legittimi tanto il male minacciato quanto il mezzo usato per l’intimidazione (Sez. 5, n. 19252 del 10/02/2011, B., Rv. 250171).

3. Ne viene che, in ossequio a tali dicta, si impone l’annullamento della sentenza impugnata, emergendo dalla motivazione che la sostiene che il giudice censurato ne ha fatto malgoverno: le circostanze di fatto riportate nel testo del provvedimento censurato – in primis i pessimi rapporti di vicinato esistenti tra l’imputata e la parte offesa e la loro perdurante litigiosità – depongono, infatti, univocamente per l’idoneità delle espressioni utilizzate dalla Ca. ad incutere timore nei confronti della Ge., quale solo dato decisivo ai fini della corretta applicazione della norma di riferimento in relazione alla fattispecie contestata.

4. Va, quindi, disposto l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Napoli.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Napoli.


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2 Commenti

  1. Da quando la diffamazione non è più reato? E poi perché offendere qualcuno “presente” sarebbe diffamazione e non ingiuria (questa sì, depenalizzata)? Mi sfugge qualcosa!

    1. L’ingiuria non è più un reato. È solo un illecito civile. Per punirla e ottenere il risarcimento del danno, più l’applicazione di una multa, è necessario intentare una causa civile. Non è quindi più competenza della Polizia o dei Carabinieri, tanto meno della Procura della Repubblica. Qui però viene la nota dolente. In tutti i processi civili bisogna raggiungere la prova del torto subito e, a tal fine, le dichiarazioni delle parti non fanno fede. C’è bisogno di testimoni che abbiano sentito le parole incriminate. Questo significa che se nessun vicino del palazzo è disposto a testimoniare in tuo favore, dichiarando davanti al giudice di aver sentito il tuo rivale proferire le offese, tu perderai il giudizio.La minaccia di procurare ad altri un danno grave e ingiusto è invece ancora reato. La minaccia pronunciata come reazione a una offesa non è perdonata (è perdonata solo la diffamazione o l’ingiuria a una offesa ricevuta). Questo significa che chi viene minacciato può denunciare il suo rivale.

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