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Mantenimento figli e perdita lavoro

10 Dicembre 2018


Mantenimento figli e perdita lavoro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Dicembre 2018



Se il padre sostiene di essere in difficoltà economiche perché disoccupato o per aver subito una riduzione dello stipendio non può omettere di pagare l’assegno di mantenimento all’ex moglie per i figli.

Sulle possibilità dell’uomo di versare il mantenimento per l’ex moglie e per i figli se ne dicono di cotte e di crude. E tutti probabilmente hanno ragione visto che ogni situazione è diversa dalle altre. La Cassazione si trova a dover fissare principi validi sia per quei padri che, pur di non versare un euro alla ex, si dimettono spontaneamente dal lavoro (e magari mantengono il posto in nero) e quelli che, invece, vengono licenziati a causa della crisi; per quelli che, nonostante hanno perso il posto, si stravaccano sul divano e aspettano la manna dal cielo e quelli che, al contrario, si disperano per guadagnare qualcosa e non far mancare nulla ai figli. Insomma, ogni realtà è a sé stante. E non è facile per i giudici, che sono costretti a giudicare i fatti solo sulla base di carte e di qualche testimone, andare a ricostruire vicende a cui non hanno mai assistito in prima persona. Ecco perché è difficile trovare una sentenza della Cassazione che accontenti tutti, uomini e donne. L’ultima pronuncia è di qualche giorno fa [1]. La Corte è tornata sull’annoso problema del bilanciamento tra il mantenimento dei figli e la perdita di lavoro.

Se però volessimo tracciare un principio generale, una sorta di massima che sintetizzi in un’unica frase tutte le svariate situazioni, potremmo dire che lo stato di disoccupazione non esonera il padre dal versare il mantenimento, a meno che questi non dimostri una «oggettiva impossibilità». Ed è proprio sulla maggiore o minore ampiezza di questa sorta di “giustificazione” che si decidono i singoli casi.

Tanto per fare un esempio: un uomo che cerca lavoro e non lo trova, ma che tuttavia ha un immobile di proprietà, anche sfitto, non può essere giustificato dell’omesso versamento dell’assegno ai figli visto che ben potrebbe vendere la proprietà e procurarsi i soldi necessari a far fronte ai suoi doveri di genitore.

Questo è solo uno dei tanti esempi con cui la Corte ha cercato di far capire che lo stato di impossibilità a mantenere i figli, che si accompagna alla disoccupazione, deve essere assoluto, accompagnato per di più dalla prova di aver cercato lavoro e di non averlo mai trovato. La precisa formula usata dai giudici è la seguente: l’inadempimento deve avere i caratteri di «assoluta, persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti».

Ma come si fa a dimostrare l’impossibilità di non mantenere i figli?

L’aspetto giuridicamente più complesso per i padri disoccupati è appunto dimostrare di versare in una assoluta e oggettiva impossibilità a far fronte al mantenimento. La momentanea difficoltà non basta. Il fatto, ad esempio, che il datore di lavoro abbia ritardato il pagamento dello stipendio o sia in arretrato con qualche busta paga non è sufficiente. Stando infatti ad alcune pronunce, il genitore, in tali situazioni, dovrebbe ricorrere al credito esterno pur di rimanere in linea con i doveri di padre.

Commette reato anche il padre che, a fronte di un momento di difficoltà, riduce l’assegno per più mensilità (il singolo ritardo di qualche giorno è perdonato) oppure, al posto di versare l’assegno, compra ai figli i vestiti e il cibo di cui hanno bisogno: non si può cioè trasformare il denaro in beni a proprio piacimento.

L’obbligo di versare il mantenimento spetta anche nei periodi in cui i figli vivono con il padre (ad esempio durante il mese estivo) visto che l’assegno si considera annuale e solo per facilitare i rapporti tra le parti viene scomposto in 12 mensilità.

Ad esempio la Cassazione ha confermato la sentenza di condanna dell’imputato, accusato di aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla moglie, ai figli minori e al figlio maggiorenne, non versando o versando in modo parziale e non puntuale l’assegno di mantenimento, allorché sia emerso che l’imputato, pur essendo formalmente disoccupato e invalido civile, aveva sempre lavorato presso il negozio di mobili del fratello, ricevendone un congruo reddito, tanto da poter aiutare economicamente il padre che versava in pessime condizioni e, tuttavia, non aveva versato per lunghi periodi alla moglie ed ai figli i necessari mezzi di sussistenza [2].

In un altro caso, il giudice ha assolto l’imputato, il quale, pur avendo omesso, per un breve periodo, il pagamento dell’assegno di mantenimento, aveva costantemente corrisposto una somma mensile (segnatamente, le rate del mutuo della casa gravante anche sulla coniuge legalmente separata) superiore a quella stabilita a titolo di mantenimento [3].

Che deve fare l’uomo per non essere condannato?

Non è neanche una valida giustificazione il fatto di aver subito una riduzione dell’orario di lavoro da parte dell’azienda ed essere magari passato da full time a part time. In tale ipotesi, infatti, prima di rendersi inadempiente, l’uomo dovrebbe adire il tribunale e chiedere una riforma della sentenza di separazione o divorzio con un ricalcolo dell’assegno di mantenimento. In buona sostanza non è l’uomo a poter decidere se ce la può fare o meno ma è il giudice che deve modificare il suo precedente provvedimento.

Quindi chi viene licenziato o chi subisce una decurtazione dello stipendio deve immediatamente preoccuparsi di presentare ricorso al giudice e chiedere una rivisitazione dell’ammontare del mantenimento ai figli.

Lo stato di indigenza deve essere involontario e incolpevole, come nel caso del sopraggiungere di una malattia che incida sulle capacità di produzione di reddito.

L’imputato deve provare in maniera rigorosa la concreta impossibilità di adempiere, e il giudice deve valutarla severamente, specie quando il beneficiario dell’obbligo di assistenza è un minore. In mancanza di prove la condotta del padre non può essere perdonata; è insufficiente anche il formale stato di disoccupazione, il fallimento o la chiusura dell’attività di impresa.

Ad esempio il genitore commette reato se dichiara di essere stato in difficoltà finanziarie senza però provare l’incapacità di adempiere all’obbligo di assistenza o se si limita a comunicare il suo stato di disoccupazione senza provare adeguati elementi utili a comprovare la presenza di difficoltà economiche tali da tradursi in un vero e proprio stato di indigenza economica.

Che succede in caso di coppia non sposata?

La giurisprudenza è giunta ad affermare che il reato previsto per la sottrazione agli obblighi di assistenza familiare [4] si configuri anche nell’ipotesi di omesso versamento della somma stabilita dal giudice per il mantenimento di figli nati fuori dal matrimonio – ossia da una coppia di fatto – e a seguito della cessazione di un rapporto di convivenza tra i genitori. Senonché tale norma, prima contenuta in una legge speciale, è stata abrogata e inserita nel codice penale. La nuova disposizione si riferisce solo alle coppie sposate. Ciò non consente di estendere la portata della sanzione a chi non sia o non sia stato “coniuge”. Logica conseguenza è che la norma non sanziona penalmente l’omissione degli obblighi a favore di figli nati da genitori non coniugati.

Questo non vuol dire però che non commette più reato chi è stato parte di un’unione di fatto, ossia abbia semplicemente convissuto. Secondo quanto previsto dall’articolo 570 del codice penale, è punito chi, abbandonando il domicilio domestico o comunque serbando una condotta contraria all’ordine e alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale. Tra i soggetti attivi del reato in discorso rientra anche il genitore non coniugato e, dal punto di vista oggettivo, vi rientra anche la violazione degli obblighi di assistenza materiale del figlio posti a carico del genitore dalle norme del codice civile, tra cui, nello specifico, la condotta di chi non corrisponde l’assegno di mantenimento fissato dal tribunale.

A parere di una recente sentenza della Cassazione [9], non c’è bisogno di forzature del Codice per continuare a ritenere penalmente rilevante il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento da parte dell’ex convivente. E questo anche dopo la riforma della scorsa primavera.

I brevi ritardi fanno scattare il reato di omesso versamento?

Secondo una sentenza della Cassazione non fa scattare il reato di omesso versamento del mantenimento al figlio qualche semplice ritardo nel versamento dell’assegno [5].

Altri casi 

Invece non c’è reato se il padre sospende di versare l’assegno per essere venuto a conoscenza di non essere il padre del minore ed essendo in attesa di una pronuncia del tribunale sulla paternità [6].

Ancora è stato ritenuto responsabile il padre che omette di versare l’assegno di mantenimento per i figli dopo aver formato un nuovo nucleo familiare. Anche in questo caso l’uomo doveva prima ricorrere al giudice per far modificare la precedente decisione [7].

Per la Cassazione, la grave ristrettezza economica non è una valida giustificazione per non versare gli alimenti ai figli [8].

note

[1] Cass. sent. n. 54647/2018.

[2] Cass. pen. 31 marzo 2015 n. 20133

[3] Trib. Napoli 15 aprile 2015 n. 6356.

[4] Art. 3 L. n. 54/2006 abrogato però dal nuovo art. 570-bis cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 25596/2012.

[6] Cass. sent. n. 19761/2013.

[7] C. App. Trento sent. del 5.04.2012.

[8] Cass. sent. del 15.11.2012.

[9] Cass. sent. n. 55744/2018

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3 Commenti

  1. Quindi le mogli possono fare le MANTENUTE A VITA grazie agli assegni spesso spropositati e non rendicontabili che le giudichesse loro concedono.

    E che si aggiungono all’esproprio di immobili e altro.

    Senza vergogna e senza dignità.

  2. Caro Carlo, ci sono anche mogli. e nipoti, che devono essere mantenuti dai nonni materni, perchè gli ex mariti e i loro genitori NON adempiono agli obblighi di mantenimento che la legge prevede e che hanno concordato in fase di separazione,

  3. Tutto queste sentenze sono valide solo per i furbetti e, si dovrebbe controllare quante brave mammine, anche loro fanno le furbette.
    Riguardo le separazioni per colpa (tradimento) i cari giudicietti e avvocati dovrebbero andare in un bel paese senza ritorno.
    Quando uno dei coniugi commette tradimento e viene provato, se ne deve assumere in pieno tutte le responsabilità che ne conseguono.
    Esempio, la moglie tradisce, si applica la separazione per colpa e, il giudice emana la sentenza.
    La casa e del marito e gli viene tolta, il bimbo minore rimane nella casa con la madre e in più il marito paga gli alimenti, è fantastica questa legge!
    Come sono veritieri e calzanti certi proverbi, (cornuto e mazziato)
    Non deve esistere questo concetto, chi ha colpa deve pagare.
    Il traditore deve andare fuori di casa e senza nessun mantenimento, se non ha la possibilità di mantenere il figlio, lo si affida al coniuge che può farlo.
    Questa è giustizia, hai tradito, hai distrutto la famiglia, al traditore spetta la strada, non alla persona tradita!
    Questo sfogo non mi riguarda, ma sono indignato quando leggo e vedo uomini denudati economicamente e della dignità dopo essere stati traditi!

    Saluti

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