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Denuncia al marito per avere più soldi: si perde il mantenimento?

10 Dicembre 2018


Denuncia al marito per avere più soldi: si perde il mantenimento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Dicembre 2018



In tema di separazione coniugale, l’addebito della separazione è riconosciuto in capo al coniuge che ha denunciato la realizzazione di un fatto grave in capo all’altro coniuge, nonostante la consapevolezza dell’insussistenza di tale fatto.

Chi denuncia falsamente il proprio coniuge di un reato grave non può ottenere l’assegno di mantenimento se le accuse si rivelano non solo infondate ma fatte anche in malafede. Tale comportamento infatti mina in modo grave e determinante l’unione della coppia e può essere considerato come la causa principale dello scioglimento del matrimonio. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Per comprendere come, in caso di denuncia al marito per avere più soldi si perde il mantenimento, ricorriamo a un esempio.

Immaginiamo che un giorno, una coppia – marito e moglie – litighi in modo furibondo. Lei perde le staffe e, nella foga, tenta di assestargli uno schiaffo. Lui, per tutta difesa, si ripara con il braccio. Nello scontro però la donna mette un piede in fallo, cade per terra e sbatte la testa a uno spigolo. Ferita, si medica con del ghiaccio. Ma qualche ora dopo va al pronto soccorso per procurarsi le prove di una presunta violenza ai suoi danni. Riferisce strumentalmente, ai medici che l’assistono, di essere stata spinta dal marito. Sa bene di mentire, ma il suo scopo è avere una carta in più contro di lui, in un eventuale giudizio di separazione, per chiedergli un cospicuo assegno di mantenimento.

Per l’uomo si apre così un’indagine penale e un’incriminazione per il reato di violenza. Indagine però che cade dopo poco tempo. Infatti, tutte le prove – compreso un vicino che aveva sentito la lite – sono contrarie alla moglie.

Il provvedimento di archiviazione del procedimento penale viene esibito dal marito nel corso della causa di separazione contro la moglie. Lui sostiene che il rapporto matrimoniale si è incrinato proprio per colpa di questa ignobile calunnia. Come conseguenza di ciò vorrebbe non versarle alcun mantenimento. Lei invece sostiene che, essendo il suo reddito più basso, le è comunque dovuto l’assegno mensile. Chi dei due la spunta? Quale sarà l’orientamento del giudice?

La legge, nel momento in cui il giudice verifica che la causa della rottura dell’unione tra i coniugi è stata determinata da un comportamento colpevole di uno dei due, stabilisce a carico di quest’ultimo il cosiddetto addebito, ossia l’imputazione di responsabilità. L’addebito ha, per chi lo subisce, due importanti conseguenze:

  • questi perde la possibilità di ottenere il mantenimento;
  • nonché i diritti successori qualora l’ex coniuge dovesse morire prima del divorzio (di regola, infatti, il coniuge separato è erede dell’altro qualora questi dovesse perire prima del divorzio).

Vediamo ora quali sono le conseguenze di una falsa accusa fatta da un coniuge nei confronti dell’altro.

Sappiamo tutti che la calunnia è un reato. Ma quando si verifica questa ipotesi? Non ogni denuncia o querela che termina con una sentenza di assoluzione o con l’archiviazione delle indagini si può considerare una “calunnia”. Per la calunnia è infatti necessario che chi ha agito fosse in malafede, ossia consapevole dell’altrui innocenza. Ad esempio, sporgere una querela contro una persona che si ritiene colpevole, ma contro la quale non si hanno prove, non implica calunnia. Così come non rientra nella calunnia l’errore sui fatti (quando si crede che una persona abbia commesso un comportamento mentre non è vero) o sul diritto (quando si crede che una norma vieti un comportamento che, al contrario, è pienamente legale).

Per avere calunnia, in buona sostanza, bisogna comportarsi con dolo, ossia con l’intenzione deliberata di accusare falsamente una persona di un reato che non ha mai commesso e della cui innocenza si è ben consapevoli.

Ebbene, se la moglie denuncia il marito per una violenza subita commette calunnia se dovesse risultare che i fatti, per come dichiarati, non sono veri o si sono verificati in modo completamente diverso. Questo comportamento è talmente grave che rientra nel penale.

Chiaramente la moglie che si macchia di un crimine così grave subisce anche l’addebito, perdendo così la possibilità di chiedere l’assegno di mantenimento all’ex marito. Il giudice dovrà comunque accertare che la crisi della coppia è stata determinata proprio dalla falsa accusa e non da fatti anteriori che avevano già determinato il distacco e il clima di distacco.

note

[1] Cass. ord. n. 20374/18 del 1.08.2018.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 6 marzo – 1 agosto 2018, n. 20374

Presidente Scaldaferri – Relatore Bisogni

Fatto e diritto

Rilevato che:

1. Il Tribunale di Bologna, con sentenza n. 514/2014, ha dichiarato la separazione dei coniugi L.C.I.   e T.G.  , respingendo le reciproche domande di addebito della separazione, disponendo l’affido condiviso dei due figli e la loro residenza presso la madre, con regolazione del diritto di visita e frequentazione del padre e imposizione a suo carico, quale contributo al mantenimento dei figli, di un assegno mensile di 600 Euro oltre al 50% delle spese mediche non mutuabili, scolastiche, ricreative, sportive e straordinarie purché documentate e concordate.

2. La Corte di appello di Bologna, con sentenza n. 1140/16, ha parzialmente riformato la decisione di primo grado addebitando alla L. la separazione e disponendo un regime di coabitazione alternato dei figli presso i genitori. La Corte distrettuale ha valutato decisivo ai fini della rottura del legame di fiducia e affettività fra i coniugi il grave episodio della denuncia da parte della L. di abusi sessuali commessi dal T. nei confronti della figlia nonostante fosse consapevole della insussistenza di tali fatti e delle conseguenze che il marito avrebbe subito in dipendenza della denuncia. Quanto al mutamento del regime di convivenza dei figli con i genitori la Corte di appello si è basata sulla indicazione della C.T.U. e sull’esigenza di riequilibrio del rapporto fra i genitori e fra questi e i figli.

3. Avverso la sentenza della Corte d’appello L.C.I.   ricorre per cassazione con quattro motivi di impugnazione: a) violazione degli artt. 143, 144, 151 c.c., rigetto delle istanze istruttorie ed erronea e contraddittoria motivazione, violazione degli artt. 185 e 658 c.p. e vizio di motivazione quanto all’addebito della separazione per un fatto precedente la riconciliazione e senza valutare le responsabilità del marito per il comportamento successivo; b) violazione degli artt. 147, 148, 155 e 155 quater c.c. e 30 della Costituzione; omessa considerazione delle concrete esigenze dei due figli senza tener conto delle loro diversità per età e bisogni di vita; c) omessa motivazione in relazione alla mancata previsione dell’assegno di mantenimento per i figli; d) violazione dell’art. 156 c.c., omessa valutazione delle condizioni economiche della sig.ra L. e diritto al contributo economico in suo favore.

Entrambe le parti hanno depositato memiria.

Ritenuto che:

4. I primi due motivi investono una valutazione prettamente di merito e conforme ai principi giurisprudenziali in materia di addebito (Cass. civ., sez. I, nn. 25843 del 18 novembre 2013 e 2960 del 3 febbraio 2017) e di affidamento e residenza dei figli (Cass. civ. sez. VI-1 n. 18817 del 23 settembre 2015) e come tali sono inammissibili. Ne risulta conseguentemente assorbito il quarto motivo sulla richiesta di attribuzione di un assegno di mantenimento da parte della ricorrente.

5. La Corte di appello ha espresso una articolata motivazione sull’incidenza causale della denuncia della L. sulla rottura del legame matrimoniale e sulla perturbazione della relazione del T. con i figli. Ha preso in esame la dedotta efficacia della tentata riconciliazione e ne ha escluso la rilevanza atteso che, a giudizio della Corte d’appello, la denuncia sporta dolosamente dalla L. ha costituito un vulnus non sanabile nella relazione matrimoniale, come ha dimostrato la successiva crisi che ha portato alla definitiva rottura del rapporto. In questa prospettiva è stata ritenuta irrilevante la prova orale richiesta dalla odierna ricorrente dato che, a giudizio della Corte distrettuale, l’efficacia causale fra comportamento contrario ai doveri matrimoniali e rottura dell’affectio coniugalis si è interamente e irreversibilmente prodotta con il grave comportamento posto in atto dalla L. contro il suo coniuge.

6. Quanto alla modificazione del regime di residenza dei figli e di frequentazione dei genitori la decisione della Corte, come si è detto, si è basata su una valutazione del C.T.U. che l’ha ritenuta corrispondente al loro preminente interesse e al riequilibrio della loro relazione con entrambi i genitori. Anche questa è una valutazione prettamente di merito non sindacabile in questo giudizio.

7. Il terzo motivo è palesemente infondato. La Corte di appello ha confermato la statuizione del tribunale che ha imposto a carico del T. l’assegno mensile di 600 Euro destinato al mantenimento dei figli. Obbligo che pertanto è rimasto in vigore anche dopo la pronuncia di appello.

8. Il ricorso per cassazione va pertanto dichiarato inammissibile con condanna della ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi 5.100 Euro di cui 100 per spese.

Dispone che in caso di pubblicazione della presente ordinanza siano omesse le generalità e gli altri elementi identificativi delle parti.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n.115/2002, dà atto della insussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13 comma 1 bis del D.P.R. n. 115/2002.


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